16 Aprile 2026

Direttore Editoriale: Alessandro Barbano

15 Apr, 2026

Meloni-Israele, lo stop all’accordo che non cambia nulla

Palazzo Chigi

La sospensione del memorandum non ha effetti concreti e rischia di penalizzare più Roma che Tel Aviv



Non inciderà in nulla la decisione presa dal governo Meloni di interrompere il rinnovo automatico dell’accordo di sicurezza con Israele, anzitutto perché non esiste, come si sono affrettate a dichiarare le autorità israeliane, in ben altre faccende affaccendate: «Non abbiamo un “accordo di sicurezza” con l’Italia, si tratta di un memorandum d’intesa di molti anni fa che non ha mai avuto contenuti concreti. Questo non danneggerà la sicurezza di Israele».

Secondo perché, dovesse incidere, sarebbe un danno esclusivamente per l’Italia, che nella bilancia import export con Israele nel settore armamenti, di gran lunga la voce più rilevante del memorandum, è il soggetto più debole e non di poco. Basti il dato degli ultimi cinque anni, dove Roma ha trasferito armamenti a Tel Aviv per un ammontare di 5 milioni l’anno, importandone, però, per cifre che oscillano fra i 20-40 milioni del 2021 e la cifra monstre di 155 milioni del 2024, il 20,8 per cento del totale delle importazioni italiane. Sopra Israele c’è solo l’America con il 24,7 per cento.

Le critiche e i limiti delle spiegazioni

È sicuramente vero quanto scritto su X dal leader del partito di opposizione Yesh Atid, Yair Lapid, che ovviamente fa il suo mestiere quando dice che la decisione di Meloni mostra, una volta di più, l’inettitudine diplomatica del governo israeliano, ma non è sufficiente a spiegare l’accaduto.

Non si può neanche pensare come una reazione ai recenti colpi di avvertimento israeliani contro i convogli Unifil a guida italiana in Libano: nemmeno quando Hezbollah sparò sulla base Unifil nel 2024 oppure quando si sono scoperti depositi d’armi della stessa organizzazione terroristica di fianco a basi dell’Onu, si sono viste prese di posizioni così dure. Nemmeno mezza parola, poi, per lo scandalo della costruzione di tunnel sotto le stesse vedette del contingente internazionale e del ritorno di Hezbollah oltre il fiume Litani.

Insomma, la mossa di Meloni sembra riflettere la postura assunta da tempo dal ministro Guido Crosetto, del tutto inadatto al ruolo per quanto cede all’onda emotiva del momento, come si vede anche in questi giorni in cui appare un amplificatore di panico che certo non rassicura investitori e mercati.

La deriva ideologica della destra

Il tragitto ideologico in cui sembra essersi infilata la destra appare già tracciato: si parte da una rivendicazione nazionalistica che soddisfi il sentimento di ostilità verso Israele, diffuso anche nell’elettorato della destra tradizionalista, e si finisce col legittimare i più biechi stereotipi anti-ebraici della cultura conservatrice e fascistoide. Un’iconografia di cui la destra occidentale non si è mai liberata, come dimostra il caso scuola di Soros, divenuto il nuovo Rotschild, il grande burattinaio che orchestra i destini del mondo.

Dalla crisi economica alla rivoluzione di Maidan, passando per la pandemia da Covid 19. Nessun uomo è un’isola, diceva il poeta: la destra italiana, che deve vedersi anche dalla concorrenza di Vannacci, autore di un allucinante comizio antiebraico solo due settimane fa, introietta oggi un fenomeno macro che si riscontra in altre democrazie occidentali e anzitutto nel Paese guida, gli Stati Uniti.

Tra propaganda e rischio antisemitismo

Considerato l’uso propagandistico che la sinistra sta facendo dell’antisionismo antisemitismo, visto in azione anche in questi giorni nella giunta milanese, si prospetta un futuro ancora più angusto per l’ebraismo occidentale, costretto a vivere fra l’incudine e il martello.

Le parole di Giuseppe Conte, che, incassato il risultato di una premier che si sposta sulle sue posizioni, alza l’asticella dello scontro con lo Stato ebraico a non meglio precisate sanzioni, lo stesso che le vorrebbe toglierle alla Russia, al cui confronto anche l’Israele di Netanyahu appare come la città del Sole di Campanella, fa capire che, per volgari calcoli di convenienza, nessuno prenderà a cuore la causa ebraica, con le comunità diasporiche lasciate indifese di fronte a una recrudescenza antisemita, purtroppo già sfociata in sanguinari attentati.

Il posizionamento di Meloni non farà felici i numerosi ebrei occidentali, convertiti nel post 11 settembre, e ancor più nel post 7 ottobre, al verbo della destra nazionalista con toni da battaglia di Lepanto e di Vienna. Non farà felice nemmeno la sinistra ebraica che, d’un tratto, si trova a condividere le parole di quella destra che massimamente avversa. A quando una presa di coscienza della trasversalità del pregiudizio antisemita?

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