14 Aprile 2026

Direttore Editoriale: Alessandro Barbano

14 Apr, 2026

Pd, Schlein esulta ma deve fare i conti con primarie e riformisti

Elly Schlein

Schlein è entusiasta per la vittoria del No al referendum e per il ko di Orbán, ma glissa su gazebo e sulle tensioni interne al PD


Al Nazareno, più che una direzione, è andato in scena un rito di celebrazione. La prima riunione dopo la vittoria del No al referendum ha avuto il tono di quelle mattine in cui il cielo sembra più limpido solo perché si è smesso di guardare le nuvole. Il Partito democratico si è raccontato che il vento è cambiato, che il ciclo delle destre al governo si è invertito a partire dalla vittoria del No al referendum, che il sovranismo è al tramonto «e abbiamo vinto anche le provinciali di Lodi…». E, a sostegno dei facili trionfalismi, sono stati convocati due testimoni: il voto italiano e quello ungherese.

Un po’ poco per decretare l’eclissi di un’epoca, abbastanza per alimentare un ottimismo che per il momento è più auspicio che analisi. Da qui l’idea di un «patto generazionale a difesa della Costituzione»; l’appello ai giovani «restate mobilitati, non disperdete questa straordinaria partecipazione democratica». Il sostegno a Papa Leone finito nel mirino di Trump ma no al gas russo di Putin, come propone il presidente Eni Descalzi.

Le promesse di Schlein

E la proposta di una «filiera industriale delle rinnovabili per liberarci dalla dipendenza dalle fossili». La Schlein promette anche una legge per garantire il voto agli studenti fuori sede e strizza l’occhio ai giovani che hanno riscoperto le urne perché «tra i 15 milioni di italiani che hanno votato No, ci sono almeno 5 milioni che non avevano votato noi alle Europee».

Fin qui Elly. Ma nel mondo reale, quello fuori dalle stanze del Nazareno, gli equilibri restano fragili, anche se il Pd preferisce leggere i segnali come conferme. Il problema è che sotto la superficie dell’entusiasmo scorre un fiume carsico di tensioni. Il vero sottotesto della direzione di ieri non era infatti il dopo-referendum, ma le primarie di coalizione. Il grande non detto, il convitato di pietra, mai nominate ieri dalla segretaria, neanche per sbaglio.

Perché se c’è una certezza, è che Giuseppe Conte non intende fare sconti: senza investitura popolare, niente alleanze. I gazebo, insomma, restano l’unica moneta di scambio. E così la sfida con Elly Schlein è già iniziata, anche se nessuno ha ancora avuto il coraggio di dichiararla ufficialmente.

Duelli a distanza

Non è un caso che la direzione dem sia stata convocata mentre Conte presentava il suo libro: due palcoscenici paralleli per un duello che si gioca a distanza. Restando in tema librario, oggi a Milano tocca a Carlo Calenda con “Difendere la libertà. L’ora dell’Europa”, primo atto di un tour che lo vedrà dialogare con figure trasversali, da Guido Crosetto a Romano Prodi, passando per Paolo Gentiloni e Silvia Salis. A presentarlo, a Milano, sarà Pina Picierno. Solo un caso?

E proprio da Milano arrivano parole che pesano più di una mozione congressuale. Giuseppe Sala, con il suo stile felpato ma chirurgico, ha detto una cosa semplice e devastante: il Pd deve partire «da quello che di buono è stato fatto». Tradotto: smettetela di rifondare ogni sei mesi un partito che esiste già. E ancora: «È il momento di parlare di programmi e idee, non di primarie». Una frase che suona come una sconfessione preventiva del dibattito che incendia il Nazareno.

Perché anche Matteo Renzi si muove, eccome se si muove. Ha lanciato le sue “primarie delle idee” come alternativa implicita ai gazebo della coalizione, ribaltando il tavolo: prima i contenuti, poi – forse – i candidati. Un modo elegante per dire che il modello Pd non lo convince. E mentre osserva il caos altrui, tiene pronta la sua carta: quella di Silvia Salis, che lui vedrebbe già in campo contro Giorgia Meloni.

Il ruolo di Picierno

Intanto Pina Picierno diventa il punto di incrocio di tutte le tensioni. Da un lato il palco con Calenda, dall’altro la battaglia politica, come la lettera inviata a Giorgia Meloni per denunciare la mancata applicazione delle sanzioni europee contro i media russi. E poi ci sono le primarie, dicevamo, il vero campo minato. Elly Schlein appare sempre più stretta tra la pressione di Giuseppe Conte e il malumore interno. I sondaggi non la aiutano, Massimo D’Alema la guarda con diffidenza.

Dario Franceschini ha già dato il nome al problema: «Partito flottiglia». Tanti pezzi, poca rotta. C’è chi vorrebbe un candidato della minoranza – Giorgio Gori o Graziano Delrio – e chi invece preferisce evitare la conta e aprire il dossier vero: Ucraina, riarmo, Europa. Nel frattempo Stefano Bonaccini prova a tenere insieme tutto, in equilibrio tra mediazione e immobilismo. E il Pd discute di primarie pensate per un sistema elettorale con premio di maggioranza che la sua stessa segretaria dice di non volere.

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Alla fine, il punto è tutto qui: mentre si celebra la presunta fine del sovranismo, il Partito democratico non riesce a fare i conti con se stesso. E le parole di Sala e le mosse di Renzi non sono dettagli, ma sintomi. Il vero vento che soffia nel partito non è quello evocato in direzione. È un vento interno, freddo, che spinge i riformisti sempre più ai margini e rende le divisioni più forti persino dello spettro di Giorgia Meloni. Non è ancora tempesta. Ma il fragore dei tuoni si sente già.

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