14 Aprile 2026

Direttore Editoriale: Alessandro Barbano

14 Apr, 2026

Ungheria, Fabbrini: «Transizione sarà lunga. Orbán era il modello di Trump»

Sergio Fabbrini

Il professor Fabbrini analizza la fine del sistema Orbán: «La transizione alla democrazia sarà lunga». E sul trumpismo: «Quel modello nasce da lì»


«Orbán non si è mai presentato come un leader di destra, ma come il rappresentante di una forza che fosse in grado di difendere la civiltà europea, minacciata da secolarizzazione e immigrati». Sergio Fabbrini è professore emerito di scienza politica e relazioni internazionali alla Luiss Guido Carli.

Da poco è in libreria con Tsunami Trump. Il nazionalismo americano e l’Europa (editore IlSole24Ore). Proprio per Trump e per l’ideologia Maga Orbán ha rappresentato un modello da imitare e quasi un teorico di cui applicare fedelmente la dottrina: «Il trumpismo ha copiato moltissimo da Orbán».

Che costruzione politica era quella di Orbán?

«In sedici anni di potere, Orbán non ha semplicemente gestito un governo, ma ha costruito un nuovo regime politico, ha dato alla democrazia illiberale una forma che non si era mai vista prima. In questo ha avuto un ruolo importante sia in Europa che fuori. Il movimento Maga, negli Usa, ha sempre assunto Orbán come modello principale».

Quali sono le caratteristiche principali della sua democrazia illiberale?

«Un potere giudiziario fortemente controllato dal potere politico, un sistema mediatico molto regolamentato, in cui la politica ha ampio margine di intervento. Poi Orbán è intervenuto sul sistema dell’istruzione, ad esempio obbligando la Central European University a trasferirsi a Vienna, con l’accusa di essere finanziata da un potere esterno perché proprietà di Soros. Ancora, ha costruito un capitalismo di Stato in virtù del quale il partito controllava i finanziamenti, gli investimenti esteri, dava premi agli imprenditori usando fondi strutturali e sulla base della loro lealtà politica».

Ora, con la sconfitta di Orbán alle elezioni, può iniziare la transizione verso una democrazia liberale?

«Le transizioni richiedono sempre moltissimo tempo. Pensiamo ad esempio a quanto lunga è stata la transizione dal comunismo alla democrazia che, nel caso di molti paesi ex-sovietici, non è ancora conclusa. In Ungheria si tratta di passare dall’illiberalismo al liberalismo. Si tratterà di capire se Magyar dispone già di un personale politico diffuso per realizzare quest’operazione. Ci sarà poi bisogno di un ampio consenso della società, perché verranno messe in discussione centinaia di migliaia di posizioni. Personalmente, vedo le condizioni istituzionali per andare verso una transizione, ma non sono sicuro che ci siano le condizioni sociali».

Perché?

«Ora Magyar ha una maggioranza superiore ai due terzi del Parlamento, che gli consente di riformare la Costituzione. Ma va detto che ha conquistato questa larga maggioranza ricevendo poco più della metà dei consensi dei votanti. Il punto è: come si costruisce un consenso per un cambiamento radicale in un Paese ancora predisposto verso difese corporative molto difficili da scardinare? Per questo non sono convinto che ci siano le condizioni sociali per avviare la transizione».

E la volontà politica c’è? Del resto, Magyar proviene dallo stesso partito di Orbán.

«Il caso ungherese mostra che è la destra a poter battere la destra. Siamo di fronte a tendenze verso l’illiberalismo che vengono da destra e che portano alla radicalizzazione di quella parte politica. Di fronte a questo fenomeno, nella maggior parte dei casi la destra tradizionale non ha opposto resistenza. Da questo punto di vista il caso americano è emblematico: il partito repubblicano ha accettato la formazione del nuovo partito Maga che, di fatto, ha svuotato dall’interno e trasformato quello stesso partito. Ecco, di fronte a questa tendenza il caso ungherese mostra qualcosa di particolare».

Può spiegare?

«C’è una destra conservatrice, quella di Magyar, che ha combattuto con successo la destra sovranista e radicale di Orbán. L’Ungheria ci dice che la prima linea di battaglia per salvare la democrazia liberale è quella della destra conservatrice e tradizionale».

Quale ruolo potrà svolgere adesso Magyar nelle dinamiche politiche europee?

«Magyar fa parte del Partito Popolare europeo ed è vicepresidente della Commissione Affari costituzionale del Parlamento europeo; è un conservatore con tratti euroscettici. Senz’altro avvertirà che il clima che si respira nel Ppe non va nella sua direzione. Nell’ultimo anno e mezzo, il leader del partito Manfred Weber ha aperto alla collaborazione con la destra dei Patrioti per l’Europa, il gruppo politico di Orbán. Non credo che Magyar potrà accettare di collaborare con Orbán dopo la battaglia che ha condotto contro di lui».

La successione nel governo ungherese fa venire meno un alibi per quei governi europei che si nascondevano dietro il veto di Orbán agli aiuti all’Ucraina?

«Sicuramente l’arrivo di Magyar al Consiglio Europeo renderà un po’ più semplice la vita di Zelensky, per quanto gli abbia già chiesto di ricostruire l’oleodotto bombardato dai russi. Credo comunque che i 90 miliardi di aiuti all’Ucraina potranno essere approvati prima dell’estate. È poi vero che Orbán è servito a molti governi cosiddetti europeisti che si sono nascosti dietro la sua obiezione per non fare scelte più coraggiose sull’Ucraina. Tuttavia, il sistema europeo è tale che anche un piccolo paese come l’Ungheria ha potuto bloccare il processo decisionale, un sistema che andrebbe rivisto, specialmente ora che si affronta il tema dell’allargamento».

A proposito di allargamento dell’Ue, Magyar si è già detto scettico nei confronti dell’ingresso di Kiev.

«Questo ci obbliga a una riflessione più generale. Prendiamo il caso della Polonia: dopo un governo di destra radicale dal 2015 al ’23, ha iniziato il tentativo di tornare al vecchio equilibrio liberale. Due anni dopo, è stato eletto presidente della Repubblica Nawrocki che fa parte del vecchio regime di destra estrema. Polonia e Ungheria, i due paesi più importanti dell’Europa dell’est, dimostrano di essere paesi molto divisi, dove una parte della popolazione e dei loro gruppi dirigenti non condivide il processo di integrazione europea».

Perché accade questo?

«Perché per loro l’Europa integrata è principalmente un mercato e una forma di copertura politica. Ma certo non il progetto che era nei trattati di Roma del 1957».

La sconfitta di Orbán rappresenta un duro colpo anche per l’amministrazione americana, che si è spesa molto per la sua rielezione. Alcuni recenti attacchi di Trump, come quello al Papa, sono la reazione dell’animale morente?

«Quello a cui stiamo assistendo è davvero senza precedenti. Le parole di Trump sono espressione di una continua degenerazione non solo individuale e psicologica ma anche del suo progetto politico. Di questo progetto, Orbán era la massima espressione e anche il teorico più articolato. È un progetto che non ha a che fare destra e sinistra, ma si basa sull’idea che ci troviamo di fronte a una crisi di civiltà. Orbán non si è presentato come un leader di destra, ma come rappresentante di una forza che fosse in grado di difendere una civiltà. La sua idea di fondo è che la secolarizzazione abbia fatto perdere all’Europa il suo spirito e che questo sia dovuto principalmente all’apertura nei confronti del mondo. Non è un caso che l’immigrazione fosse il grande nemico Orbán, così come è il grande nemico di Trump. E non è neanche un caso che entrambi si rivolgano alla Russia, vista come una società omogenea».

Perché si è arrivati allo scontro con la Chiesa?

«Perché la Chiesa rappresenta l’opposto di questo approccio sovranista: è universale per definizione e quindi culturalmente un’oppositrice delle culture nazionaliste. Certo è che se Trump arriva al punto di trasformare il Papa in un avversario, vuol dire che ci troviamo di fronte a una crisi di non poco rilievo. Mi ricorda quando a Yalta riportarono a Stalin le critiche di Pio XII nei confronti di alcune sue decisioni. Stalin chiese “quanti divisioni ha il Papa?”, non capendo che la forza del Papa non sono le divisioni, ma l’influenza che esercita sulle coscienze».

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