3 Nov, 2026

Manovra, proteste sui tagli a scuola e sanità. Salvini nel mirino sulle pensioni

Le proteste

Quasi 7mila posti in meno nella scuola dal 2027, nuovi fondi per la sanità giudicati insufficienti e una stretta sulla rivalutazione delle pensioni. Sindacati e opposizioni contestano la manovra, mentre le promesse di Salvini sulla legge Fornero tornano al centro dello scontro politico


Come da consolidata tradizione la Legge di bilancio si è trasformata in un tiro alla fune prima di diventare un assalto alla diligenza nel corso dell’iter parlamentare. Per il momento la partita si gioca fuori dall’aula:  il governo tira da una parte, sindacati e opposizioni dall’altra.

Alla fine qualcuno finirà a terra. Soprattutto se si parla di scuola, sanità e pensioni. Sono indirizzi   dove ogni euro stanziato sembra evaporare prima ancora di arrivare a destinazione e ogni euro risparmiato viene immediatamente scambiato per un attentato alla civiltà. La solita regola: se i soldi aumentano, non bastano. Se diminuiscono, è uno scandalo. Se si prova a razionalizzare, si grida allo smantellamento dello Stato sociale.

La rivolta della cattedre

A scuola va in scena la rivolta delle cattedre. La manovra, infatti,  prevede dal settembre 2027 la soppressione di 4.925 posti per gli insegnanti e di altri 2.049 per il personale amministrativo, tecnico e ausiliario. Totale: 6.974 addetti in meno. Sommati ai tagli già disposti nelle precedenti manovre, portano il conto a 14.808 posti in tre anni scolastici: 10.585 docenti e 4.223  ausiliari. Risparmi stimati in 83,9 milioni nel 2027 e 251,7 milioni annui dal 2028.

La protesta dei sindacati

Apriti cielo. Sindacati sul piede di guerra, opposizioni in trincea, dirigenti scolastici sul chi vive. La Cisl parla di tagli inaccettabili, la Uil li considera un pretesto per indebolire la scuola pubblica, la Cgil denuncia l’ostilità del governo e la Gilda punta il dito  sulle risorse destinate alle paritarie. Persino le organizzazioni dei presidi si schierano contro. Insomma, sembra che qualcuno abbia annunciato la chiusura delle scuole, anziché una revisione degli organici.

La questione demografica

Naturalmente una ragione per intervenire esiste e si chiama denatalità. In Italia nascono sempre meno bambini, le classi si svuotano e il numero degli studenti diminuisce. Non è una scoperta dell’ultima ora Se ci sono meno alunni, mantenere immutati gli organici non può essere un dogma intoccabile. Semmai, il problema è come accompagnare la riduzione degli studenti con una migliore organizzazione della scuola. Impegno facile da enunciare, assai più complesso da attuare. Molto spesso per l’ostilità degli stessi insegnanti a cambiare ritmo di lavoro.

C’è poi un dettaglio che nelle barricate sindacali  passa inosservato: il personale scolastico conta circa 1,48 milioni di addetti, quasi il 40% del pubblico impiego. In questa ottica  6.974 posti in meno incidono per meno dello 0,5% sull’organico complessivo. Anche considerando tutti i 14.808 tagli previsti nel triennio, siamo attorno all’1%. Difficilmente può essere presentata come una decimazione.

Sanità, se i soldi non bastano mai

In sanità, invece, il problema è che i soldi non bastano mai, nemmeno quando raggiungono cifre da capogiro. Il Fondo sanitario nazionale arriva nel 2027 al livello record di 146,3 miliardi di euro, con 2,4 miliardi aggiuntivi rispetto alle risorse precedentemente programmate. Nel 2028 salirà a 147,1 miliardi e nel 2029 a 148,2. Una montagna di denaro che, a sentire chi lavora negli ospedali e chi governa le Regioni, sembra però trasformarsi in una collinetta appena oltre la porta del pronto soccorso.

Le richieste sono infatti ben più alte: il ministro della Salute aveva indicato un fabbisogno aggiuntivo di circa 5,5 miliardi, mentre le Regioni stimavano in 6,8 miliardi le necessità per il solo 2027. Insomma, il governo mette sul tavolo 2,4 miliardi e gli altri ne chiedono quasi il triplo. Per la Fondazione Gimbe nel triennio 2027-2029 il finanziamento crescerà di 7,1 miliardi, contro gli oltre 18 richiesti dalle Regioni. E il rapporto tra Fondo sanitario e Pil, secondo le stime, scenderà dal 6,11% del 2027 sotto il 6% negli anni successivi. Così 146,3 miliardi diventano improvvisamente pochi. Una mancia lasciata sul tavolo

Lo squilibrio previdenziale

Sulle pensioni, invece, il conto lo presenta la demografia. Gli italiani invecchiano, gli anziani aumentano e i giovani che lavorano e versano contributi sono sempre meno. È il grande squilibrio che pesa sul sistema previdenziale: più persone da mantenere, meno lavoratori a finanziare gli assegni. Una matematica elementare, anche se politicamente indigesta. Prima o poi bisogna fare i conti con il fatto che un Paese non può promettere pensionamenti sempre più anticipati e assegni sempre più generosi a una popolazione che produce sempre meno contributi.

La manovra interviene sulla rivalutazione delle pensioni. Dal 2027 l’indicizzazione piena all’inflazione sarà riconosciuta soltanto agli assegni fino a quattro volte il trattamento minimo Inps;: vale a dire circa 2.400 euro al mese. Più sopra scatteranno percentuali di rivalutazione progressivamente ridotte, fino al 32% per le pensioni che superano le 6.000 euro lordi al mese. Il risparmio stimato è di 14,2 miliardi lordi in dieci anni, 8,5 miliardi al netto degli effetti fiscali. Nel primo triennio il risparmio lordo previsto è di circa 1,4 miliardi l’anno.

Salvini contro Fornero

Una stretta che ha provocato le proteste dei sindacati la cui base è ormai composta in gran parte da pensionati.. Ma qui si apre anche un capitolo politicamente assai gustoso. Matteo Salvini continua a promettere di archiviare la legge Fornero, restituendo agli italiani tre anni di vita e consentendo loro di andare in pensione a 64 anni anziché a 67.  La ricetta leghista sembra dunque avere una sua originale filosofia: uscire prima dal lavoro, ma probabilmente  con meno soldi in tasca. La demografia non partecipa ai talk show, non sciopera e non vota. Ma presenta fatture.

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