Biagio de Giovanni, tra i maggiori interpreti dell’idealismo, è morto a Napoli, aveva 94 anni. Accanto alla ricerca, ha affiancato un impegno civile e politico costante. Lo ricordano i colleghi, amici e allievi Roberto Esposito, Massimo Adinolfi e Paolo Macry
Una filosofia dell’Europa e per l’Europa. Così potrebbe essere riassunto il pensiero di Biagio de Giovanni, morto ieri a Napoli all’età di 94 anni. Da poche settimane aveva dato alle stampe uno studio su La filosofia e i totalitarismi europei tra XIX e XX secolo. In copertina, i volti di Marx, Gentile, Heidegger, Nietzsche, Canetti. Autori con cui de Giovanni si è confrontato nella sua ricca produzione. E che, grazie a uno stile di scrittura diretto e alla limpidezza dei suoi ragionamenti, aveva contribuito a far conoscere anche ai non addetti ai lavori.
Erede dell’idealismo meridionale
Sul piano filosofico, era uno degli ultimi eredi della grande stagione dell’idealismo meridionale incarnata, nel Novecento, da Croce e Gentile. Da questi suoi maestri, e da Hegel, maestro ideale di tutti loro, de Giovanni ha ereditato la capacità di affiancare a una speculazione filosofica di altissimo livello l’attenzione al corso del mondo, ai fenomeni storici e politici. Se scriveva libri sulla storia della filosofia degli ultimi cinquecento anni, non lo faceva per dare sfogo al saggismo accademico. Né, tanto meno, per vuoto esercizio di erudizione. Interpretare i grandi filosofi significava per lui ripensare e ridefinire l’identità europea, come una continua lotta tra l’universalismo delle forme logico-politiche e il “negativo” che le minaccia. In questa linea di riflessione si inseriscono alcune sue opere. L’ambigua potenza dell’Europa (2002), La filosofia e l’Europa moderna (2004) e il recenteFigure di apocalisse. La potenza del negativo nella storia d’Europa (2022). Rientrano nel catalogo delle sue opere politiche che hanno fatto scuola Alle origini della democrazia di massa (2013), Elogio della sovranità politica (2015).
Impegno politico e civile
Ma ciò che aveva reso de Giovanni noto anche al di fuori delle aule universitarie era il suo impegno politico. Per dieci anni eurodeputato del partito comunista, poi militante nei Ds, ha sempre affiancato all’attività scientifica un impegno civile improntato all’europeismo, al riformismo e al garantismo. Ricostruiamo le tappe del suo percorso umano, intellettuale e politico con l’aiuto di tre studiosi.
Il ricordo di Paolo Macry
«È stato un pensatore di taglia internazionale» dice all’Altravoce lo storico Paolo Macry, che di de Giovanni è stato allievo e amico. «Aveva coltivato Marx e Gramsci, Hegel e Gentile, Schmitt e Heidegger, un comunista riformista capace di far sobbalzare con un articolo su l’Unità i piani alti delle Botteghe Oscure. Un politico impegnato a riflettere dal suo seggio di Bruxelles sulla Costituzione europea, un amante dell’arte dei secoli moderni che riusciva a scoprire dai segni più indecifrabili la mano dei suoi pittori».
Al ritratto del profilo intellettuale e politico del filosofo de Giovanni si affianca subito il ricordo dell’amico “Gino”. «Frequentarlo, essergli amico, non significava dimenticare la sua magnifica dimensione intellettuale e ridurlo alla routine del quotidiano. Con Gino, nei pomeriggi passati assieme, i discorsi e i giudizi erano impregnati di filosofia, di politica, di cultura ed erano al tempo stesso leggeri e luminosi com’era leggero e luminoso il suo amore per la vita, il suo sorriso sapiente di fronte al bene e al male della vita, la sua benevolenza laica verso le umane tentazioni, il suo interesse intenso per lo scorrere degli eventi, per le pieghe più minute del teatro del mondo, per gli attori esperti o dilettanti di quel teatro, la sua passione per le briciole dell’universo. Anch’io sono stato una briciola del suo universo e ne ho potuto godere la fascinazione sottile, raffinata. E, insieme, semplice, semplicemente umana. Ma tu cosa stai pensando? Cosa stai scrivendo? Questo mi chiedeva ogni tanto e poteva sembrare l’attenzione paternalistica del mentore. Invece Gino era curioso, disarmato di fronte alla sua stessa curiosità, straordinariamente attento anche alle briciole».
Il giudizio di Massimo Adinolfi
«La prima impressione che riceve il lettore dei suoi libri – dice Massimo Adinolfi, filosofo napoletano formatosi sui libri di de Giovanni e grazie alla sua lezione – è quella di un pensatore concreto. Le sue sono pagine dense, in cui ci si misura non semplicemente con le parole, ma con le cose che quelle parole dicono, con la struttura del mondo che emerge da un discorso che non è mai solo filosofico né tanto peggio astratto. De Giovanni aveva il senso della storia e del mondo. In questo senso è stato un pensatore della modernità, del nesso tra sapere e potere che attraversa l’intera storia moderna: le sue pagine migliori così come i suoi naufragi e i suoi fallimenti». Alcuni di questi fallimenti de Giovanni li ha sperimentati nella sua esistenza e nel suo impegno intellettuale. «Un impegno che era sia filosofico che politico. Perché ha saputo far filosofia quando faceva politica e viceversa».
Una vita intellettuale lunga e, come per comodità di studiosi si usa fare con l’opera dei grandi maestri, scandita in fasi: «Sono molto affezionato all’ultima stagione della sua riflessione – prosegue Adinolfi – al ritorno a Napoli dopo l’esperienza europea la sua produzione scientifica è cresciuta di peso e consistenza, dimostrando vivacità ed energia intellettuale anche negli ultimi anni della sua vita. La sua è una produzione imponente non solo per la mole ma anche per la qualità di studi che hanno riguardato la tradizione moderna sotto il profilo filosofico-politico e anche giuridico». De Giovanni, come molti filosofi meridionali della sua generazione, non aveva fatto studi di filosofia, ma di giurisprudenza. «Una delle tesi fondamentali dei suoi studi sulla democrazia e la sovranità è la crucialità del problema della norma e della decisione e la trascuratezza della dimensione giuridica di cui spesso i pensatori radicali ed estremisti finiscono per dimenticarsi». Il giuridico che entra nel filosofico, quindi. «È un’eredità hegeliana: de Giovanni pensava le categorie del politico come strumenti di connessione tra ambiti dell’esperienza umana».
Una sinistra riformista e critica
Sotto il profilo politico, non c’è dubbio che quella di de Giovanni sia stata una vita a sinistra. Una sinistra tutt’altro che pacificata, tutt’altro che ideologica. Adinolfi non ha dubbi: «Le sue posizioni politiche si sono sempre più profilate nel senso di un riformismo socialista e liberale insieme. Si collocava ancora in una tradizione socialdemocratica ma con l’iniezione di robuste dosi di liberalismo. Ha guardato con attenzione alla stagione riformista del Partito Democratico, convinto che il “corpaccione” comunista della sinistra non avesse fatto davvero i conti con le scorie antiliberali della propria eredità. Il riformismo gli sembrava un argine alle sempre più preoccupanti derive populiste. Il suo giudizio sui cinquestelle non ha mai deflettuto rispetto alla critica e alla distanza».
Critica alle derive populiste, attenzione a temi giuridici. In effetti, nei suoi interventi pubblici de Giovanni si è distinto per l’attenzione ai temi della giustizia e per una postura garantista che non è mai venuta meno: «La preoccupazione per gli elementi illiberali della tradizione della sinistra storica è evidente proprio in questa postura. Era fortemente critico nei confronti del giustizialismo diffuso nel nostro paese. L’impronta giustizialista della sinistra populista italiana aveva ai suoi occhi il grave torto di mortificare il senso stesso dell’esperienza politica, di non comprenderne la tragicità e l’ambiguità, di semplificare la lettura della storia con categorie piattamente moralistiche. Questo è un errore che de Giovanni non ha mai commesso». E probabilmente lo ha pagato: «è stato oggetto degli strali di chi non ha mai compreso la densità della vita storica e politica di una nazione».
Il pensiero riformista e l’eredità politica
Un pensatore riformista, dicevamo: «Suo l’articolo sull’Unità che tanto dispiacque alla comunità politica a cui pure apparteneva. Ancor prima, con l’esperienza dell’école barisienne, una pagina significativa dell’inquietudine degli intellettuali vicini al Pci e che sentivano il bisogno di un rinnovamento. Per de Giovanni arrivò molto prima di quanto non successe per il partito di riferimento. Sempre con la massima franchezza intellettuale e senza prudenze ipocrite. Penso al libro A destra tutta, che prendeva atto della svolta prodottasi con la prima formazione del governo Berlusconi e la fuoriuscita delle principali tradizioni politiche, non più rappresentate in un governo se non dalle seconde file. È stato tra i più intelligenti interpreti di quella rottura storica prodotta nella storia politica del nostro paese, senza mai scadere nel moralismo dell’anti-berlusconismo».
Il giudizio di Roberto Esposito
«Nel tempo de Giovanni si è molto staccato sia dalla tradizione comunista che dalla tradizione di sinistra, di cui era sempre più critico», aggiunge Roberto Esposito, filosofo napoletano tra i più noti e studiati anche all’estero e a lungo interlocutore di de Giovanni. Un riformista anche per lei, quindi? «Sicuramente, fin da quando era nel Pci: è la linea Amendola-Napolitano-Chiaromonte. Credo che proprio l’esigenza di un forte riformismo sia l’eredità più importante che de Giovanni lascia oggi alla sinistra. Il suo è stato un percorso molto articolato: nasce ingraiano, ma nel tempo si è sempre più spostato proprio verso l’area riformista».
Europa tra politica e filosofia
E poi, ancora, l’Europa, al centro della vita politica di de Giovanni – che prese parte alla commissione che avrebbe dovuto dare una Costituzione all’Unione – e della sua riflessione storica e filosofica. «Ha diretto la commissione istituzionale, quella che seguiva e determinava le trasformazioni istituzionali dell’Unione europea. Tornato a Napoli, ha coperto la cattedra Jean Monnet, sulla storia e la politica dell’Unione europea. È stato un importante protagonista politico e per anni un punto di riferimento», continua Esposito. L’Europa come oggetto di prassi politica e di riflessione teoretica: «La sua tesi fondamentale è che la storia dell’Europa coincide con la storia della filosofia europea: non si può interpretare la rivoluzione francese senza riferirsi all’illuminismo; allo stesso modo, per capire il comunismo, non si può non passare per Marx».
Filosofia e modernità europea
È d’accordo Adinolfi: «Dall’insegnamento di de Giovanni non si ricava che la filosofia o è europea o non è: così rischieremmo di fare un torto alle altre tradizioni di pensiero. Piuttosto, l’Europa moderna o è filosofia o non è. Nel suo libro L’ambigua potenza dell’Europa univa all’idealità europeista rappresentata dal sogno dell’integrazione una consapevolezza realista del peso delle potenze sovrane nella costituzione dell’Europa. La formula per risolvere il problema era affidata all’azione politica, a una dirigenza europea consapevole di questa contraddizione».
Sovranità, Ucraina e dibattito pubblico
Anche sulle questioni oggi dirimenti de Giovanni non ha fatto mancare la sua parola nel dibattito pubblico.
«Ha criticato l’idea che la sovranità sia espressione di pura forza: piuttosto, l’ha intesa come punto in cui si coagula un intero ordine storico-politico-giuridico. Sul conflitto ucraino ha sempre avuto le idee molto chiare e ritenuto che l’Europa dovesse stare con Kiev. Ha aggiunto che è assurdo difendere le libertà europee e poi ignorare che non c’è entità politica che non consideri il diritto come civilizzazione della forza», prosegue Adinolfi.
Un protagonista della tradizione italiana
A Roberto Esposito, che molto ha scritto sulla specificità della riflessione filosofica del nostro paese, non possiamo non chiedere se de Giovanni incarnasse lo spirito della tradizione italiana. «Non c’è dubbio, con un accento napoletano e meridionale molto caratteristico. Non dobbiamo dimenticare che i primi lavori di de Giovanni sono su Giambattista Vico. Per certi versi, Biagio è stato l’ultimo esponente della tradizione italiana da un lato e napoletana dall’altro. Ma c’è un altro elemento fondamentale della tradizione italiana che lui porta in tutta la sua esperienza». Quale? «Proprio la relazione strettissima tra filosofia e politica: il tema della prassi, tipico del pensiero italiano e che de Giovanni ha incarnato al massimo grado».






























