9 Settembre 2026

Direttore Editoriale: Alessandro Barbano

8 Set, 2026

Le elezioni al tempo dei social e tv. Siamo tutti avvisati

Meloni social

La lunga corsa verso il 2027 è già cominciata. Meloni conserva il vantaggio, l’opposizione cerca un’alternativa e l’effetto Vannacci pesa sulla legge elettorale. Ma a decidere sempre di più è il sentiment costruito da tv e piattaforme social


La kermesse autocelebrativa di Bari ha dunque dato il via alla lunga cavalcata verso il voto del 2027. Giorgia Meloni ha replicato l’antico copione con le sue solite posture. Posture che emanano determinazione, consapevolezza di sé, egemonia nell’area e immancabili manciate di acido muriatico lanciate agli avversari dell’altra sponda.

Forse stavolta, però, qualche ragione può averla avuta: può piacere o no, ma il traguardo “psicologico” della longevità governativa l’ha segnato lei; il record della prima donna al comando nella stanza dei bottoni l’ha marcato lei; la novità, impensabile fino ad ieri, di un capo di governo ideologicamente discendente da Almirante, quello del “polo escluso”, l’ha portata lei. E tutto, diciamolo pure, in sovrana solitudine, visto che s’è trovata a sostegno una squadra di palese inadeguatezza.

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Per cui se è vero che l’idea di “un uomo (donna in questo caso) solo al comando” si confà parecchio all’ideologia meloniana, è vero pure che, con quelle poche risorse di prodotti alimentari che aveva in cucina non sembrava molto semplice apparecchiare un pranzo decente. E dunque Giorgia ha fatto da sé cercando, in primis, di guadagnare una legittimazione internazionale, che fino al momento del suo sbarco a Palazzo Chigi le veniva negata per la sua pretesa appartenenza al filone postfascista.

La conversione verso il moderatismo

C’è stata certamente una congiuntura a lei favorevole: si pensi alla risalita delle destre, tutte, da quelle conservatrici a quelle reazionarie, nel mondo occidentale, cosa che, da subito, non l’ha fatta “sentire” una reproba. Ma Giorgia ha giocato la carta della conversione verso il moderatismo, anche se messa in discussione dall’ambiguità degli apparentamenti nella sua creatura europea, il partito dei Conservatori e dei Riformisti europei, dove trovano accoglienza irriducibili estremisti. Ma nessuno ha profferito parola. Anzi, addirittura si è immaginato un suo ruolo di mediazione verso quelle posizioni sovraniste. Certo, non si può dire che la “presidente” non abbia dalla sua una grande fortuna, che in politica si rende necessaria come ogni altra qualità personale.

Il problema dell’alternativa a Meloni

Parliamoci chiaro: i quattro anni di favore popolare nei sondaggi che oggi le riconoscono ancora più di quanto gli elettori le diedero nel 2022, sono tutto frutto della capacità seduttiva della premier oppure c’è anche un problema di un’opposizione che non è stata percepita come alternativa di governo? Perché è forse questo il problema dello squilibrio nel nostro bipolarismo bislacco: negli ultimi quattro anni l’alternativa non si è vista. O meglio, non s’è capito che incarnato avesse, che parole d’ordine adottasse, che proposte elaborasse e, soprattutto, quale fosse il suo popolo.

Non che non ci fosse la voce dell’opposizione. È che ce ne sono state tante, troppe, divergenti e senza capacità di appeal nei confronti di quella parte del corpaccione moderato italiano indispensabile per vincere le elezioni e oggi massimamente confidente con la destra meloniana. Insomma: per una sinistra/sinistra il governo non è contendibile.

L’effetto Vannacci e la legge elettorale

Tuttavia questa opposizione, puntando sull’effetto Vannacci che bloccherebbe a suo vantaggio quel che servirebbe alla coalizione di destra per vincere, potrebbe farcela se la legge elettorale fosse quella che sta preparando la premier, che premia con una quantità sproporzionata di seggi chi dovesse superare il 42% dei voti, alla portata oggi dell’opposizione di sinistra. Certo, se Meloni riuscisse a far passare il ballottaggio aprirebbe la strada ad una possibilità, manifesta o traversa, di utilizzo dei consensi vannacciani. Ma qui andiamo troppo avanti nella storia elettorale non ancora cominciata.

Il voto si decide sull’emozione

Su una cosa dovremmo riflettere tutti, anche gli osservatori più attrezzati che commentano la politica per professione: attenzione al sentiment popolare. Ciò che muove al voto, ormai, è l’emozione dell’ultimo momento: scordiamoci le teorie elaborate dai politologi americani nel secolo scorso tipo «la gente va a votare con le mani in tasca e premia o punisce in base a quello che il governo gli ha fatto perdere». Non è più così.

Nel voto politico la scelta consapevole è diventata di una minoranza: il voto sospinto dai media, quello che crea il sentiment, è prevalente. E quei media oggi sono per la fascia più âge la tv e per la maggioranza le piattaforme social. Siamo tutti avvisati.

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