26 Luglio 2026

Direttore Editoriale: Alessandro Barbano

25 Lug, 2026

Le promesse elettorali e il dovere di spiegare chi le paga

Carlo Cottarelli e la Fondazione Einaudi spingono per una norma che obblighi i partiti a indicare le coperture per ciascuna delle loro promesse elettorali. Intanto, però, Vannacci e Schlein tacciono sui fondi con cui finanziare le rispettive proposte


Che cos’hanno in comune il liberale Carlo Cottarelli e il generale Roberto Vannacci? Apparentemente nulla. In realtà, a legarli è il filo del populismo in materia di conti pubblici. Sia chiaro: di questo populismo Cottarelli è strenuo oppositore se non addirittura vittima, come insegna la vicenda della sua mancata candidatura a sindaco di Milano, mentre Vannacci è propalatore, secondo una tendenza che ammorba la politica italiana ormai da decenni.

La crociata per le coperture

Nelle ultime settimane Cottarelli e la Fondazione Einaudi si sono spesi per una proposta di legge che obblighi i partiti a indicare, per ciascuna misura promessa in campagna elettorale, la copertura finanziaria e il futuro impatto sul debito pubblico. Un simile impegno, ispirato dal buon senso, avrebbe dovuto favorire la convergenza delle forze politiche di centrodestra sul nome dell’economista come aspirante sindaco di Milano. Invece è avvenuto l’esatto contrario: la candidatura di Cottarelli, sostenuta da Forza Italia e Azione, è stata di fatto affossata da Fratelli d’Italia e Lega.

Il “ragioniere” Vannacci

Nel frattempo Vannacci ha continuato a scavare la sua trincea più profonda. E cioè il refrain «non sono mica un ragioniere!» dietro il quale il generale si nasconde ogni qual volta un giornalista tenta di farlo uscire allo scoperto domandandogli con quali risorse intenda finanziare le sue strampalate proposte. Risultato: Futuro Nazionale tocca il 7,6% di consenso, secondo l’ultimo sondaggio di YouTrend, con Fratelli d’Italia e Lega che lo inseguono soprattutto sul terreno della sicurezza.

La spesa pubblica per “comprare” consenso

Quella tra Cottarelli e Vannacci non è solo la rappresentazione plastica dell’eterna contesa tra competenza e cialtroneria, esperienza e improvvisazione, equilibrio e avventatezza. È anche la prova di quanto il populismo abbia infiltrato l’elaborazione dei programmi economici dei partiti, accreditando l’idea della spesa pubblica come strumento per “comprare” il consenso: una permeabilità tanto trasversale da diventare cifra sia di certa destra sia del centrosinistra.

Le spese pazze dei Cinque Stelle

Basti ricordare le principali misura di politica economica del Movimento Cinque Stelle. Il Superbonus è servito a riqualificare solo il 4% del patrimonio immobiliare e ha generato un ritorno inferiore ai quasi 200 miliardi di costo. Il Reddito di cittadinanza, per il quale lo Stato ha sborsato quasi 35 miliardi, ha alimentato il parassitismo e le truffe.

I “vuoti” di Schlein

Poi c’è il programma economico del Pd che la segretaria Elly Schlein ha recentemente snocciolato in una intervista-fiume al Foglio: più assunzioni, più energia, più salari, insomma “più tutto”, ma senza uno straccio di indicazione sulle coperture finanziarie per le varie misure. Anche al Nazareno, evidentemente, manca un ragioniere.

Il tema delle pensioni

Ma è sulle pensioni che si è raggiunto l’apice del populismo. Dal 2011, quando la riforma Fornero modificò il sistema previdenziale per salvare l’Italia dal crac, un fronte trasversale chiede insistentemente l’abbassamento dell’età pensionabile. Persino Forza Italia, Pd e Fratelli d’Italia si sono spesso accodati a Lega, Movimento Cinque Stelle e Avs nel sostenere la necessità di “mitigare” i requisiti per il pensionamento. Velleità che, per fortuna, si sono scontrate con la realtà descritta nell’ultimo rendiconto sociale dell’Inps: l’adeguamento biennale automatico dei requisiti minimi di pensionamento, in funzione della speranza di vita, è e resta indispensabile per ridurre il rapporto tra spesa pensionistica e Pil al 16,2% entro il 2050.

Gli effetti del populismo economico

I risultati di questo “populismo economico” sono sotto gli occhi di tutti. Il rapporto deficit/Pil, nonostante le recenti politiche di contenimento della spesa pubblica, è ancora sopra il 3%, il che lascia l’Italia sotto procedura d’infrazione da parte dell’Ue e ne restringe i margini di azione in campo economico. Nel Paese, come certificato da Ocse e Ufficio parlamentare di bilancio, i salari sono fermi da trent’anni e negli ultimi cinque hanno perso oltre il 6% del potere d’acquisto. Al palo è anche la produttività del lavoro, il cui aumento sarebbe indispensabile per far lievitare di pari passo le retribuzioni. L’ascensore sociale è bloccato da tempo: secondo Bankitalia, oggi gli over 65 detengono il 32% della ricchezza complessiva del Paese, praticamente il doppio rispetto al 1991. La concorrenza non è stata rafforzata, le corporazioni si oppongono a qualsiasi tipo di riforma, gli investimenti sul capitale umano restano gravemente insufficienti.

L’appello ai partiti

E allora, in vista di una campagna elettorale che si annuncia senza esclusione di colpi, non resta che chiedere ai partiti – tutti – un’assunzione di responsabilità: mettere da parte ogni forma di populismo, indicando per ciascuna misura le coperture finanziarie e il futuro impatto sul debito pubblico, proprio come auspicato da Cottarelli e dalla Fondazione Einaudi. È un atto di coraggio indispensabile per restituire credibilità alla politica e riportare alle urne milioni di italiani, evitando che diventino facile preda del demagogo di turno.

L’impegno per la stampa

Ad accettare questa sfida non dovrebbero essere soltanto le forze politiche, ma anche il mondo dell’informazione. Tutta la stampa dovrebbe impegnarsi a domandare a ciascun esponente politico quante e quali risorse intenda utilizzare a copertura di questo o quel provvedimento, aiutando così la gente comune a comprendere i reali effetti di certi provvedimenti e a smascherare i populisti. È una pia illusione? Probabilmente sì, ma in gioco ci sono la credibilità delle istituzioni e la tenuta della nostra democrazia.

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