15 Aprile 2026

Direttore Editoriale: Alessandro Barbano

15 Apr, 2026

L’Espresso, la copertina ‘L’abuso’: quando una foto vera diventa propaganda

La copertina de L'Espresso

La copertina del settimanale riapre il dibattito su immagini, narrazione e costruzione del significato


Una fotografia può essere autentica e una allo stesso tempo culturalmente tossica. È il punto che molti hanno scelto di eludere nel caso della copertina dell’ultimo numero de “L’Espresso”, che mostra, con il titolo “L’abuso”, un colono israeliano armato intento a riprendere o inquadrare al cellulare, ghignando, una donna palestinese con l’hijab.

La foto, infatti, è reale e risale al 12 ottobre 2025, scattata in un villaggio palestinese a ovest di Hebron, durante la raccolta delle olive. Il fotografo Pietro Masturzo ha diffuso anche un video della scena, dopo le accuse di immagine falsa o generata con l’IA. Dunque la questione del tarocco, presa in senso materiale, non sussiste. Ma non risolve la questione più seria.

Il ruolo del titolo e della narrazione

Non c’è bisogno di ricorrere a Roland Barthes, infatti, per ricordare che l’immagine è sempre polisemica e che l’“anchorage”, ovvero tutto ciò che l’accompagna, serve spesso a governarne la lettura: il titolo, la didascalia implicita, il ritaglio, la gerarchia visiva la piegano verso un senso scelto in anticipo. Nel caso de “L’Espresso”, il settimanale presenta la foto insistendo sulla “disumanità del ghigno” del colono e sul “volto addolorato” della ragazza palestinese con l’hijab. Così il lettore viene spinto a entrare nell’immagine già moralmente guidato: da una parte il sadico, dall’altra la vittima. Tutto concorre a fissare questa lettura, certificata dal titolo assoluto, “L’abuso”. In termini barthesiani, per l’appunto, il fatto viene trasformato così in mito.

Il limite dell’autenticità dell’immagine

Ma la fotografia garantisce un referente, certifica che qualcosa c’è stato; non la verità morale, politica, simbolica di ciò che noi decidiamo di farne. È precisamente l’equivoco che intorbida questa polemica. Rivendicare la veridicità della foto significa fermarsi al gradino più elementare della questione, quasi al livello notarile del reale. Certo: ci sono un uomo, una donna, un’arma, una smorfia sadica, un istante congelato. Tutto questo è passato davvero davanti all’obiettivo. Però qui l’autenticità materiale dello scatto viene usata come scudo per evitare il nodo più serio: una fotografia può essere vera e una copertina può risultare falsa. Falsa, cioè, nel regime di senso che impone.

Il video e ciò che la foto non mostra

Occorre guardare con attenzione il video diffuso dallo stesso Masturzo, se vogliamo comprendere appieno il senso dell’operazione. La fotografia, infatti, restituisce solo un frammento della scena. Dentro la sequenza più ampia, la donna palestinese non appare per niente, e per fortuna, quella pura figurina del dolore esibito che lo scatto vorrebbe immortalare. Anzi, è una donna sicura di sé, niente affatto intimorita, che reagisce e sfida senza alcun timore il colono, e sembra perfino deriderlo, facendogli segno di andarsene. È, insomma, una persona capace di reggere il conflitto, molto diversa dalla vittima iconica immobilizzata a uso del lettore. Tant’è che il colono filma con il cellulare proprio quel comportamento che, evidentemente, lo destabilizza. Mentre la foto, paradossalmente, finisce per cancellare proprio la dignità conflittuale della palestinese che resta orgogliosamente legata alla sua terra e alla sua resistenza.

Stereotipi e costruzione dell’immagine

Non serve, dunque, l’IA per manipolare un’immagine. È sufficiente, come in questo caso, sottrarre soggettività a uno dei due poli della scena, così da ottenere un’allegoria perfetta, che però ne altera il significato. La copertina ha bisogno che la ragazza palestinese sia soltanto dolore e umiliazione, così che l’uomo israeliano armato possa diventare, in un colpo d’occhio, il persecutore perfetto. Ed è qui che il discorso si fa più scivoloso. Che tipo di persecutore è, infatti, quello rappresentato nella copertina? Il soggetto maschile non è reso leggibile soltanto come colono in uniforme, ma, con forza immediata, anche come ebreo osservante: la kippah, i peyot, il volto, il ghigno, l’arma costruiscono così visivamente, semanticamente, il passaggio rapidissimo, attraverso la leggibilità ebraica del corpo, dalla denuncia di un fatto alla costruzione di un tipo. Anzi, di uno stereotipo.

Il rischio di riattivare l’immaginario antisemita

La lunga storia dell’antisemitismo europeo mostra che l’odio antiebraico ha funzionato proprio così: attraverso immagini che demonizzano e disumanizzano gli ebrei, ripetendo nel tempo stereotipi visivi fino a trasformarli in evidenza emotiva. Non serve una caricatura da “Der Stürmer” perché si attivi quel registro; basta che il volto riconoscibile del “giudeo” sia trasformato nell’emblema del godimento sadico. Non si tratta, naturalmente, di censurare la critica a Israele o tacere la violenza dei coloni, che esiste, persiste ed è registrata quotidianamente ai danni dei palestinesi (l’ufficio Onu che monitora la situazione umanitaria nei Territori occupati ha documentato nel 2025 una media di cinque attacchi al giorno, con un picco proprio durante la raccolta delle olive). Le politiche di un governo, l’occupazione, la violenza in Cisgiordania devono essere discusse e denunciate.

Tra verità e responsabilità culturale

Il problema nasce quando la scorciatoia iconografica della colpa rischia di toccare un archivio storico molto più antico e molto più orrendo del conflitto che pretende di raccontare. Ecco perché più che chiederci se un’immagine sia autentica o falsa, dovremmo domandarci qual è il livello di “vero” che essa rappresenta. Vero come traccia ottica di un istante, certo. Vero come racconto completo della scena, già molto meno. Vero come dispositivo culturale responsabile, qui il dubbio diventa enorme. Ed è precisamente in questo scarto che una copertina può riuscire insieme autentica e tossica: autentica nel referente, tossica nell’immaginario, dove il colono concreto tende a sparire e al suo posto riappare una figura riconoscibile da secoli: il “giudeo” reso visivamente colpevole, odioso, moralmente repellente. Un giornale responsabile dovrebbe conoscerla, questa differenza. Dovrebbe difenderla. Dovrebbe perfino insegnarla. Qui ha scelto invece di sfruttarla, sostituendo l’informazione con la mitizzazione.

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