Il Presidente Usa ha mani libere fino al 3 gennaio, data di insediamento del nuovo Congresso. In calendario un vertice “tecnico” con Russia (10 novembre) Ucraina su Kiev; un trilaterale con Putin e Xi (18) e il G20 (15 dicembre). Trattare o attaccare?
SPECIALE MIDTERM USA 2026 – GLI ARTICOLI
Mentre era sommerso dall’onda blu, Donald Trump ha tenuto fermi alcuni paletti: essere battuti alle Midterm non significa due anni di irrilevanza, quelli che mancano alla fine del mandato: la politica estera continuerà ad essere il suo campo di gioco preferito.
A Fox News in piena notte ha detto: «L’Europa sta morendo e anche Francia e Italia per colpa degli immigrati. Io lo avevo detto ma non mi ascoltano». Agli americani, qualche ora più tardi, ha spedito una card social:
«Ricordatevi che Trump è anche il vostro Presidente per altri due anni».
Se e cosa cambia il voto di Midterm nel quadro geopolitico è la domanda più gettonata che rimbalza da Bruxelles a Mosca, da Tel Aviv a Teheran, da Kiev a Pechino e in tutte le cancellerie del mondo. Washington è sempre Washington, con o senza Trump.
Più che risposte si trovano indizi che parlano di «accelerazione per dare e lasciare un segno» sui tre grandi fronti aperti, Ucraina, Iran e rapporti con la Cina. Diverso il discorso sull’Unione europea, che Trump continuerà a considerare «nemica e inutile», e sulla Nato: qualunque cosa succeda, entrambe non potranno più tornare indietro rispetto al percorso di autonomia strategica su armi, difesa e materie prime avviato con l’arrivo di Trump alla Casa Bianca.
L’Italia è, purtroppo, un caso a parte: perso per sempre e da giugno il ruolo di «ponte» tra Europa e Casa Bianca (per decisione di Trump) rischiamo di scivolare sempre più in basso nella classifica dei paesi che contano. E infatti siamo assenti nella maggior parte dei prossimi vertici internazionali.
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Trump e le mani libere fino al 3 gennaio
Il nuovo Parlamento rigorosamente «blu» si insedierà il 3 gennaio. Fino ad allora non cambiano i rapporti di forza: the Donald ha la maggioranza sia alla Camera che al Senato, tecnicamente significa che alla Casa Bianca c’è un animale ferito con pieni poteri. Scenario non rassicurante visto che Trump rivendica di essere «l’unico limite a me stesso».
Facciamo l’esempio di un nuovo attacco all’Iran, più volte suggerito alla vigilia del voto ma un’ipotesi sempre più remota: il Congresso che verrà potrà bloccare i finanziamenti delle operazioni condotte dal Pentagono ma fino alla fine dell’anno Trump ha mani libere. Da qui l’accelerazione per provare a chiudere la guerra in Ucraina e anche quella in Iran. È uno spartito che sembra già scritto e in cui non trova posto l’Europa.
Tra una settimana, il 10 novembre, è stato convocato ad Abu Dhabi un nuovo trilaterale Russia-Usa-Ucraina per cercare uno spiraglio diplomatico. Si tratta di un tavolo negoziale «a livello tecnico».
Steve Witkoff sarà «ancora una volta mediatore per porre fine alla guerra» e le discussioni «si concentreranno sugli assetti di sicurezza nel dopoguerra, sulla de-escalation, sugli interventi umanitari, la ricostruzione e sulla prosperità dell’Ucraina nel dopoguerra». Solo Washington mostra un cauto ottimismo, Mosca e Kiev restano freddi. Vedremo.
L’asse con Putin e Xi e il nuovo ordine mondiale
L’agenda resta fissata. E implementata. Dopo una settimana infatti, il 18 novembre, Trump, anatra zoppa in casa (ma non fuori), è atteso a Shenzhen in Cina per il vertice Apec. Su proposta di Vladimir Putin è in discussione l’organizzazione di un trilaterale con Xi Jinping.
Si può pensare di decidere la pace in assenza di una delle parti? Non si può. Putin, Xi e Trump possono però decidere un nuovo ordine mondiale (e qui entra in gioco anche il dossier guerra Iran a cui J.D. Vance ieri ha dato la responsabilità della sconfitta) per poi comunicarlo e condividerlo il 15 dicembre quando Trump accoglierà il G20 a Miami, giocando in casa. Uno spartito già scritto, appunto, prima delle Midterm e che sarà utile per ricordare che Trump «è sempre il Presidente degli Stati Uniti per altri due anni».
L’Europa cerca spazio nei negoziati sull’Ucraina
Di fronte a questo l’Europa non sta ferma. Non potrebbe farlo. «Mi auguro che ora il Congresso faccia maggiori pressioni su Mosca», l’unico commento dell’Alto Rappresentante Kaja Kallas, che parla infatti al nuovo Congresso e non alla Casa Bianca. Tra ieri e oggi a Bruxelles c’è stato un doppio incontro tra Usa, Francia, Germania e Regno Unito (il format E3) e poi Nato e Banca Mondiale per parlare di pace in Ucraina.
È la proposta europea di cui dovrebbe tenere conto il vertice di Abu Dhabi della prossima settimana. La verità è che nessuno dei protagonisti crede veramente in qualcosa di serio e concreto. Nessuno tranne Trump.
L’Italia assente dai vertici internazionali
Poi c’è l’Italia. È assente da tutti questi vertici. La prossima settimana la forza multinazionale per l’Ucraina (dieci paesi Ue e Nato, non c’è l’Italia) condurrà la prima esercitazione militare in Polonia. Non saremo neppure lì. Giorgia Meloni non ha commentato il voto delle Midterm. Nessun premier o Capo di Stato lo ha fatto.
Antonio Tajani lo ha liquidato come «voto di politica interna». Matteo Salvini lo ha usato per dire: «Colpa della guerra e della corsa alle armi». In generale «il rapporto con gli Usa resta centrale per il nostro paese». E dire che pochi mesi fa, era febbraio, proprio Meloni candidò Trump al Nobel per la pace.
































