Il voto alle elezioni di Midterm e la rovinosa sconfitta di Trump ci dice che la storia del ventunesimo secolo non è ancora finita
SPECIALE MIDTERM USA 2026 – GLI ARTICOLI
Il dream team Maga aveva i soldi, le piattaforme e tutto il potere immaginabile. Aveva la Casa Bianca. Gli elettori avevano solo una scheda. Ma è bastata per ricordare che la democrazia americana non è una proprietà privata. La rovinosa sconfitta di Trump alle elezioni di metà mandato dice anzitutto questo: si può occupare ogni spazio senza per questo paralizzare la coscienza delle persone.
Si può imporre una visione del mondo dove le autocrazie, che sono la negazione di ogni diritto umano, vengono presentate come l’argine alla degenerazione morale delle democrazie. Poi, in un giorno qualsiasi di novembre, accade che la vecchia, litigiosa, sgangherata democrazia liberale si risvegli dal suo torpore. E con un semplice voto, riapre la storia del ventunesimo secolo.
La frustrazione come dottrina
Non è una liberazione definitiva. Per due ragioni. La prima è che le ferite americane non si rimarginano in una notte, e un presidente sconfitto non diventa automaticamente un presidente innocuo. Ostacolato sul terreno interno, Trump potrebbe cercare all’estero il palcoscenico sul quale tornare a comandare senza contraddittorio. Il rischio di nuove forzature sull’Iran esiste. Come esiste quello di altre pressioni sull’Ucraina e sugli alleati europei. La frustrazione non è una dottrina diplomatica, ma può diventare la pessima consigliera di chi confonde il prestigio del proprio paese con l’intoccabilità della propria immagine sacra. Non a caso, nel giorno del crollo Donald Trump protegge solo sé stesso. «Non è un attacco alla mia persona». «Se sulla scheda ci fosse stato il mio nome, avremmo vinto». Il narcisismo non era quindi rafforzativo della sua visione assolutistica della politica. Ne era il motore principale.
Le ambiguità dei dem
Il secondo elemento che induce alla prudenza è che la vittoria dei democratici non sembra proporre idee che facciano da base ad una nuova stagione del riformismo occidentale. Non si coglie un progetto di governo delle grandi questioni aperte sulla scena interna – squilibri economici, inflazione, debito, carovita, immigrazione illegale – e sulla scena internazionale, su tutte la pace giusta in Ucraina e in Palestina e lo strapotere della Silicon Valley. Inoltre, alcuni dei candidati ripropongono le pericolose ambiguità della sinistra europea riguardo al fondamentalismo islamico.
Cosa cambia in America
Resta tuttavia la novità che poi novità non è: l’egolatria di un presidente e gli indirizzi degli algoritmi possono tutt’al più creare una bolla temporanea, ma alla fine ogni illusione va a sbattere contro i cardini della politica e dell’economia. Un’America che diventa meno libera, più povera e più sola (o peggio, affiancata da Vladimir Putin) non sta bene agli americani. Da oggi Trump potrà immaginare ogni azione ritorsiva, ma non avrà più carta bianca per mandato divino. Il nuovo Congresso potrà indagare, controllare le spese, contestare decisioni e imporre negoziati. Persino i dazi non sono tavole della legge: i poteri commerciali del presidente dipendono dalle norme e incontrano limiti giudiziari.
Eppure, la notizia più importante, per noi, non è strettamente americana. È la possibilità di liberarci dall’idea che il futuro dell’Occidente dipenda dall’umore di un uomo, e che all’Europa resti soltanto da decidere se e come compiacerlo o contraddirlo. Finisce il paradosso di valori non negoziabili appesi ad un leader che rinomina il Golfo del Messico e rivendica la Groenlandia.
Il ruolo dell’Europa
Ma qui comincia il lavoro più difficile. Festeggiare gli elettori americani costa poco. Mettere insieme difesa, energia, investimenti e capacità industriale, invece, costa denaro, decisioni e rinunce ai piccoli poteri nazionali. L’Europa, svincolata dall’idea di un’America persa per sempre, deve ripartire da sé stessa. E oggi questo vuol dire sostenere l’Ucraina per impedire che un’aggressione diventi il precedente sul quale costruire la prossima, sostenere la Polonia e gli altri Paesi minacciati dagli “amici del giaguaro”, ridurre le dipendenze energetiche e tecnologiche per evitare che la libertà europea abbia ogni volta bisogno del permesso di un fornitore. Ma un’Unione ancora lenta e divisa potrebbe perdere anche questa nuova occasione. Potrebbe richiudere la storia, per debolezza interna o mancanza di coraggio.
Dall’America arriva dunque un’opportunità, non un lasciapassare per l’inerzia. Gli americani hanno dimostrato che il potere può essere fermato. Gli europei devono dimostrare di saper finalmente usare il proprio.






























