3 Nov, 2026

La trappola identitaria in cui è finita la sinistra

Jean-Luc Mélenchon

Dalla Germania all’Italia, passando per la Francia, si sommano i casi in cui i leader di sinistra si rivelano ostaggio della retorica radicale i identitaria dell’Islam politico


Benché stentiamo a riconoscerlo, o a crederci, lo spettro dell’islamo-gauchismo si aggira per l’Europa, e non andrebbe ignorato. Ne sa qualcosa Elif Eralp, candidata della Linke alla guida di Berlino, che ha chiesto di eliminare da un’intervista allo “Spiegel” una sua risposta a una domanda su Ibrahim Ibrahim, noto attivista filopalestinese vicino al FPLP e simpatizzante di Hamas (formazioni politico-militari incluse entrambe nell’elenco delle organizzazioni terroristiche dell’Unione europea), presente a una festa elettorale della sinistra a Neukölln.

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Il caso Eralp

Nelle annotazioni interne, inviate per errore alla redazione, Eralp spiegava di temere per la sicurezza propria e della famiglia se avessero reso pubblico il suo commento. Il settimanale, però, ha pubblicato sia la risposta sia il suo commento privato il 29 ottobre, facendo esplodere il caso. Un caso che dimostra quanto costa ormai, dentro certi ambienti di mobilitazione, prendere le distanze da un interlocutore radicale, e quanto possa essere vissuto come un tradimento della causa contestarlo, fino al punto da dover temere per la propria incolumità, proprio come in una sorta di affiliazione mafiosa da cui si cerca di smarcarsi.
Che l’uso totalizzante della causa palestinese sia diventato uno strumento di disciplina interna nei partiti di sinistra non lo scopriamo solo oggi.

Simpatie pericolose

Basti pensare a La France Insoumise di Mélenchon, la cui campagna elettorale per le europee del 2024 ha assunto la centralità della Palestina per mobilitare elettori delle periferie abitualmente astensionisti, come documentato da “Le Monde”. Ma la conversione di una causa in risorsa elettorale può rivelarsi un’operazione ad alto rischio, soprattutto quando il consenso viene cercato attraverso intermediari riconosciuti come rappresentanti di un’intera comunità.

Jean-Luc Mélenchon

Del resto, anche in Italia gli incontri di esponenti del M5S, di Sinistra Italiana e del PD con Mohammad Hannoun hanno sollevato un analogo problema di accreditamento politico di interlocutori radicali, così come l’apparizione del nuovo segretario Fiom Samuele Lodi con una kefiah che riportava l’iscrizione “Diluvio di Al-Aqsa”, denominazione dell’attacco del 7 ottobre, ha messo in serio imbarazzo i vertici del sindacato.

Vittime della radicalità

La trappola identitaria scatta così per la sinistra quando pensa di tradurre la radicalità in partecipazione e consenso. Lo scambio con gli interlocutori scelti può diventare asimmetrico quando rompere quella prossimità comporta, per il partito, un costo elettorale troppo alto o addirittura un problema di sicurezza personale. L’interlocutore acquista allora un potere di condizionamento anche senza controllare formalmente il partito.
Un criterio possibile da usare per riconoscere questa dipendenza è, allora, proprio la libertà residua di criticare: quali parole diventano impronunciabili?

Quali interlocutori non si possono più contestare senza subire accuse di tradimento? Quali principi vengono rinviati per preservare l’unità della mobilitazione? Il rischio dell’“abbraccio mortale” islamo-gauchista sta tutto qui: la forza che pensa di assorbire la radicalità finisce per doverne rispettare i veti.

Dalla Francia all’Italia

Quando, in un intervento del 25 giugno scorso a sostegno di Anasse Kazib – il ferroviere e sindacalista francese militante trotskista a processo con l’accusa di apologia del terrorismo per alcuni messaggi e rilanci pubblicati il 7 ottobre 2023, tra cui “Viva la resistenza palestinese” – Mélenchon ha messo in discussione la qualificazione terroristica dell’eccidio del 7 ottobre, richiamando il diritto alla resistenza, pur precisando di non approvare metodi di combattimento contro civili indifesi, ha evidenziato il prezzo politico che impedisce una chiarezza stabile.

È la stessa dinamica che abbiamo visto con il recente caso di Youssef Siher, l’attivista e ricercatore italiano di origini marocchine, fermato con l’accusa di istigazione a delinquere aggravata dalla finalità di terrorismo nel contesto del Movimento 17 ottobre e poi rilasciato dal gip. Difendendo Siher, che ha definito il 7 ottobre “un atto rivoluzionario di decolonizzazione”, il segretario di Rifondazione comunista Maurizio Acerbo, pur dichiarando di essere contrario all’islam politico, ha domandato: «È vietato inneggiare a Hamas?».

La contraddizione dell’islamo-gauchismo

La contraddizione non imbarazza, a quanto pare, né il leader di LFI, né quello del PRC. Contestare un fermo o difendere le garanzie di un imputato dovrebbe lasciare in teoria pienamente aperta la possibilità di combatterne le idee. I due interventi, invece, hanno riguardato, in modo più genericamente cavilloso, la qualificazione della violenza e la legittimità dei discorsi favorevoli a Hamas: Mélenchon attraverso la retorica della resistenza, Acerbo attraverso il principio della libertà d’espressione. C’è, evidentemente, una curiosa sproporzione tra l’energia impiegata per proteggere quei discorsi, sfoggiando un invidiabile garantismo, e quella dedicata a contrastarne la cultura politica (una cultura che subordina il giudizio sui mezzi alla giustezza della causa).

Al pari della paura personale di Eralp, anche queste prese di posizione incoerenti rivelano una sostanziale debolezza, e rendono concreta la questione della libertà di parola e della capacità di scegliere gli interlocutori. Una forza politica può accumulare consenso perdendo contemporaneamente la libertà di stabilire il proprio linguaggio e i propri limiti. È questo che sta accadendo a una parte della sinistra europea.

E se è vero che il criterio finale per valutare un’alleanza è chi possa ancora fissarne le condizioni e, se necessario, interromperla, l’“abbraccio mortale” riguarda il logoramento dell’identità emancipatrice della sinistra attraverso una dipendenza che essa si illude di poter governare.

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