A un anno e mezzo dal trionfo elettorale, le promesse economiche del tycoon si scontrano con l’inflazione record e il peso della guerra in Iran, mettendo a dura prova la tenuta della fedeltà dei Maga alle midterm
Sono passati poco più di diciotto da quando Donald Trump, di fronte a una platea ai suoi piedi, promise all’America e al mondo intero una nuova Golden Age, un’età dell’oro dal retrogusto squisitamente imperiale.
A quasi un anno e mezzo di distanza, di quell’illusione di impero sembrano però rimanere soltanto gli eccessi di un capo tanto confuso quanto senza freni inibitori. Un rovescio che rischia adesso di avere ricadute molto negative sulle elezioni di medio termine. Quando, proprio oggi, centinaia di milioni di americani saranno chiamati alle urne per fare il “tagliando” che – come da tradizione – ogni due anni viene fatto del presidente in carica. Appuntamento a cui il tycoon arriva però sgonfiato e sotto il peso di sondaggi sempre più sfavorevoli.
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L’elettorato Maga
Secondo la metafora sapientemente usata dall’analista Cristina Milanese (Aliseo), bisogna immaginare l’elettorato Maga come un gruppo di passeggeri in fila in attesa di prendere un aereo. Ciascuno di loro ha comprato lo stesso biglietto, un biglietto “dorato” come quello della Fabbrica di Cioccolato di Willy Wonka magari, ma tra di loro troviamo un pubblico variegato.
C’è chi è un elettore di lungo corso, con un abbonamento millemiglia, e c’è anche chi invece è salito a bordo per la prima volta, grazie all’offerta del momento e con un biglietto sola andata. Quest’ultima categoria è quella in cui Trump ha mietuto i maggiori successi nel 2024. Giovani elettori, ispanici, maschi afroamericani, donne dei sobborghi, … molti di questi non rappresentano l’elettorato tradizionale del Partito Repubblicano; eppure, due anni fa hanno premiato la ricandidatura del tycoon comprando il suo biglietto in cambio della più semplice delle promesse: prezzi più bassi.
Il fallimento delle promesse economiche sociali
I quattro anni della presidenza dei democratici di Joe Biden, infatti, avevano lasciato un sapore amaro nelle tasche di molti elettori: l’inflazione ai massimi storici – spinta da una combinazione di fattori esterni, come la guerra in Ucraina, ed elementi strutturali, in particolare le grandi manovre espansive adottate prima per stimolare l’economia all’indomani del Covid e poi per risanare la manifattura e la rete infrastrutturale americana in crisi – aveva infatti decurtato il potere di acquisto di molte famiglie. Che così alla prima possibilità aveva optato per la promessa trumpista di un’economia più dinamica.
Per l’occasione il tycoon, sempre poco attento all’ortodossia politica, aveva dato una verniciata sociale alla propria campagna elettorale: aveva promesso di non tagliare i programmi di assistenza sanitaria di base (Medicaid e Medicare) e aveva scelto un vicepresidente, J.D. Vance, a favore del salario minimo. Insomma: tagliare gli eccessi dei democratici, snellire la burocrazia, favorire l’economia, senza troppe sforbiciate.
A un anno e mezzo di distanza quella promessa sembra essere fallita, al punto da spingere molti di quei “primi passeggeri” a cercare un biglietto per tornare all’aeroporto di partenza, vale a dire il Partito Democratico.
La crisi dei dazi e lo scontro con la Cina
A motivare la migrazione al contrario soprattutto l’inflazione, i cui livelli hanno superato il precedente record dell’amministrazione Biden. Un’impennata dai prezzi trainata dalle ricadute di un anno di protezionismo e dai rincari energetici dovuti alla guerra con l’Iran. Sul primo aspect, la crociata globale dei dazi scatenata nella primavera 2025 dalla Casa Bianca sotto il nome altisonante di Liberation Day ha pesato sui prezzi dei prodotti al dettaglio senza conseguire alcun particolare risultato.
La Cina, che avrebbe dovuto essere la prima e unica vittima del protezionismo made in Usa, ha risposto fermato le esportazioni di terre rare e mandando in crisi la Silicon Valley, l’unico sector in grado di far macinare profitti a Wall Street. Come ha notato Rush Doshi, il conseguente panico ha indotto Trump a negoziare in fretta e furia una tregua col Dragone, lasciando tuttavia Xi Jinping consapevole di tenere il coltello dalla parte del manico. Ciliegina sulla torta: lo scorso febbraio la Corte Suprema ha invalidato i dazi trumpiani, costringendo l’amministrazione a rimborsare centinaia di miliardi di dollari alle aziende danneggiate.
Lo strappo con l’elettorato sulla guerra in Iran
Sul secondo aspetto, lo strappo con gli elettori è stato ancora più profondo. La stanchezza per le lunghe guerre mediorientali aveva creato un’opinione pubblica trasversalmente ostile a nuove avventure militari. Su questo larvato isolazionismo, spesso diviso in diverse sfumature, Trump nel 2016 aveva costruito la propria fortuna elettorale e da allore ne era stato il più importante cantore. Fino al 28 febbraio 2026, quando con l’attacco a sorpresa contro l’Iran il tycoon ha scatenato una guerra inutile e costosa che, a otto mesi di distanza, non vede ancora la sua fine.
L’approccio dell’amministrazione Trump al conflitto non ha fatto che aggravare il problema: la Casa Bianca infatti ha scelto di negare le critiche e insistere su una narrazione trionfalista che sembra ogni giorno sempre più scollata dalla realtà. Quasi che il presidente più mediatico della storia avesse esagerato e, compiuto il passo più lungo della gamba, fosse rimasto intrappolato in una realtà virtuale.
Il tecno-futurismo e le proteste sui datacenter
Virtuale come la realtà in cui si muove quell’intelligenza artificiale, anzi, super intelligenza, come la chiama Trump, forse perché nonostante perda colpi intuisce che stia iniziando a latitare nella sua amministrazione. L’IA, assieme ai viaggi su Marte e al nucleare, doveva essere il cavallo di battaglia della crasi Trump-Elon Musk. Un futurismo di tecno-prosperità, che invece si è rivelato un incubo per milioni di americani tra tagli ai posti di lavoro, speculazione in borsa e la costruzione di decine di datacenter. Contro questi ultimi le comunità locali di tutta America, tra cui molti repubblicani, hanno alzato le barricate, venendo però ripetutamente irrise dallo stesso Trump, ormai privo apparentemente di quel “tocco” che tanto lo aveva reso interprete della pancia dei suoi elettori.
Ai cui occhi invece la Casa Bianca sembra essere intrisa di quegli interessi economici corruttivi che lo stesso tycoon aveva condannato, il famigerato “swamp”, lo stagno. Dalla famiglia presidenziale che gioca in borsa al presidente stesso in odore di aggiotaggio dichiarato, mai un’amministrazione statunitense era apparsa così appestata dalle ombre di corruzione. Ma, del resto, Donald Trump almeno in questo intende mostrarsi coerente e non concludere nessun conflitto. Fosse anche quello d’interesse.





























