1 Nov, 2026

Caro Ladrone, tu subito in paradiso, il primo dei santi senza targhetta

San Disma. Il buon ladrone crocifisso, realizzato intorno al 1640 dal pittore barocco romano Michelangelo Cerquozzi

Lettere oltre il tempo, ai grandi del passato, per parlare agli uomini di oggi


Caro buon ladrone, ti scrivo il 1° novembre, festa di tutti i santi, e comincio con una confessione di mestiere. Faccio il postulatore: preparo le cause di chi la Chiesa potrebbe un giorno proclamare beato o santo. Raccolgo documenti, ascolto testimoni, rispondo alle obiezioni, aspetto. Una causa dura anni, qualche volta più della vita di chi l’ha cominciata. La tua durò il tempo di una frase: «Oggi con me sarai nel paradiso».

Se mi passi l’anacronismo del postulatore, la tua sembra una causa chiusa in giornata: nessuna commissione, nessun fascicolo; soltanto la parola di Cristo crocifisso accanto a te.

Di te sappiamo pochissimo. Il Vangelo di Luca non ti dà un nome; quello di Disma arrivò dopo, da racconti che volevano riempire il silenzio. Non conosciamo il paese, il mestiere di tuo padre, il reato. La parola «ladrone» fa pensare a un ladro di galline; più probabilmente eri un bandito di strada, di quelli che i Romani inchiodavano lungo le vie perché tutti imparassero. Una fedina del genere non passerebbe il primo esame del mio ufficio.

Mi domanderebbero le virtù eroiche, e dovrei rispondere che ne risulta una sola, esercitata per pochi minuti. In quei minuti dicesti cose che un uomo fatica a dire in una vita. Al compagno che insultava ricordasti che c’era un Dio da temere. Di te e di lui dicesti: «Noi, giustamente, perché riceviamo quello che abbiamo meritato».

Dell’uomo crocifisso in mezzo: «Egli non ha fatto nulla di male». Soltanto dopo venne la richiesta, la più modesta che si potesse rivolgere a un re: «Ricordati di me». Non chiedesti di scendere dalla croce, né uno sconto. Chiedesti di non essere dimenticato.

LEGGI TUTTI GLI ARTICOLI DI MIMÌ

I seguaci di Cristo con i santi e i martiri (Fra Angelico)

La frase più difficile: «Ho sbagliato io»

Mi fermo sulla seconda frase, perché l’abbiamo disimparata. «Noi, giustamente». Nel nostro vocabolario pubblico la colpa ha sempre un indirizzo diverso dal nostro: il contesto, il sistema, gli altri, le circostanze. Le attenuanti esistono e la giustizia deve valutarle; ma nessuna società regge se scompare la frase più difficile: «Ho sbagliato io». Abbiamo inventato anche le scuse senza colpevole: «Se qualcuno si è sentito offeso, me ne dispiaccio». Tu non dicesti «se».

Succede anche fuori dai tribunali. Nelle famiglie, negli uffici, nelle sacrestie circola la stessa frase: «Non è colpa mia». Tu, inchiodato, trovasti il fiato per dire il contrario. La tua santità cominciò da un’ammissione.

C’è poi l’altra metà del discorso, e riguarda noi che ci riteniamo perbene. Se quel venerdì ci avessero chiesto un parere, avremmo detto che per uno come te la partita era chiusa. Lo diciamo ancora: «buttare la chiave», «quelli non cambiano», «chi nasce tondo non muore quadrato». Lo diciamo dei figli degli altri. Per i nostri chiediamo comprensione, un buon avvocato e una seconda possibilità. Le nostre carceri scoppiano, e in troppe celle un uomo si toglie la vita senza che la notizia arrivi in prima pagina. Vogliamo la pena certa, ed è giusto; ci interessa meno che dalla pena esca un uomo diverso. La giustizia ti aveva condannato e non aveva torto. Ma l’ultima parola su di te non toccò a lei.

Qualcuno fa i conti e protesta. Una vita sbagliata e cinque minuti di buone parole: e il Paradiso? Allora tanto vale. È l’obiezione dell’operaio della prima ora, e la capisco. Ma tu non la passasti liscia. Moristi su quella croce lo stesso, con le gambe spezzate; la promessa non ti risparmiò un’ora di agonia. E per ottenerla dovesti fare una cosa difficile: guardare un condannato sfigurato, deriso da tutti, abbandonato dai suoi, e riconoscere in lui un re con un regno. I discepoli, che lo avevano visto camminare sulle acque, erano scappati. Tu lo vedesti perdere e gli credesti. Chi la chiama scorciatoia provi a percorrerla.

Un collega dei tempi andati avrebbe notato che al tuo processo non mancò l’avvocato del diavolo. Era appeso dall’altra parte e faceva bene il suo mestiere: «Non sei tu il Cristo? Salva te stesso e noi!». È la preghiera di chi vuole un Dio utile, che tolga i chiodi e lasci il resto com’era. Sospetto che sia anche la nostra preghiera più frequente. Lui domandava che cambiasse la situazione; tu domandavi di restare nella memoria di qualcuno. È la distanza che passa fra un cliente e un amico.

LEGGI Tutti gli articoli di Vincenzo Bertolone

I santi senza targhetta e il Paradiso più grande di ogni archivio

Oggi la Chiesa festeggia i santi tutti insieme, quelli con la statua e quelli senza. Tu sei il loro capofila: il primo ad arrivare, senza carte e senza raccomandazioni, con le mani che non potevano portare niente perché erano inchiodate. Quando preparo una causa devo dimostrare che il candidato ha vissuto bene per molti anni. Con te il Signore ha voluto mettere agli atti un’altra cosa: che un uomo vale più del suo passato, e che glielo si può dire fino all’ultimo respiro.

Penso alla parte più grande di questa festa: i santi senza targhetta. La madre che ha tenuto insieme una casa senza che nessuno la chiamasse eroina; l’uomo che per quarant’anni non ha venduto la coscienza; la religiosa di cui resteranno poche fotografie; il giovane che ha rinunciato a una scorciatoia disonesta; chi ha assistito per anni una persona fragile senza applausi. Al loro funerale c’era poca gente, e nessuno ha preso la parola. Nessuno aprirà per loro un fascicolo. Per questo Ognissanti fa bene anche a un postulatore: gli ricorda che il Paradiso è più grande del suo archivio.

I santi non si fabbricano: si riconoscono, se ci sono. In tanti anni ho incontrato un giudice ucciso su una strada di campagna, Rosario Livatino; un parroco assassinato davanti a casa, Giuseppe Puglisi; un medico che si fece povero con i poveri, Giacomo Cusmano; un missionario morto in Congo, Francesco Spoto; una donna che consumò la vita servendo, Vincenzina Cusmano; un principe, Francesco Paolo Gravina di Palagonia, che distribuì i suoi beni e finì povero. Per ciascuno ho dovuto distinguere la devozione dalla prova e l’affetto dalla verità. A te nessuno chiese niente.

Non vorrei però che i miei lettori ti usassero come una polizza. «Mi sistemerò alla fine, come il buon ladrone» è un calcolo che non torna: nessuno sceglie l’ora, e pochi alla fine trovano le parole se non le hanno mai provate prima. Il tuo «oggi» non autorizza il nostro «domani». Semmai lo accorcia. Se bastano pochi minuti per dire la verità su se stessi e chiedere di essere ricordati, non si vede perché aspettare un venerdì.

Il 1° novembre riguarda ancora i vivi

L’ordine del calendario non è casuale. Prima ci mostra la meta, poi ci porta al cimitero. Prima dice che una vita può riuscire, poi ci invita ad affidare alla misericordia quelle che abbiamo amato, con le loro luci e le loro storture. Noi preferiremmo invertire: sistemare i morti e rimandare la santità a persone più adatte. La Chiesa, ostinata, ci mette davanti i santi per ricordarci che il 1° novembre riguarda ancora i vivi.

Domani andremo al cimitero. Davanti alle tombe ripeteremo, senza saperlo, la tua preghiera a rovescio: saremo noi a ricordare, e a sperare che qualcuno ricordi noi. È la richiesta dei morti ai vivi e dei vivi a Dio. Un nome inciso sul marmo dura qualche generazione; poi piove, il muschio fa il suo lavoro e nessuno legge più. Tu chiedesti di essere scritto altrove.

Penso ai detenuti che oggi, in qualche cappella di carcere, ascolteranno la tua storia. Penso anche alle vittime che non riescono a perdonare, e che nessuno ha il diritto di obbligare a farlo. Il tuo caso non cancella il male compiuto: tu stesso lo chiamasti col suo nome. Dice soltanto che la parola «irrecuperabile» non appartiene al vocabolario di Dio, e che farebbe bene a comparire meno nel nostro. E impedisce a tutti di confondere una sentenza necessaria con una definizione eterna della persona. A chi ha comandato una cosca e tiene il santino nel portafoglio ricordo che il Paradiso, quel venerdì, non fu promesso a un devoto. Fu promesso a uno che aveva appena detto la verità.

Caro ladrone, in tanti anni di mestiere ho imparato a diffidare delle santità improvvise. Con te faccio un’eccezione, visto chi firmò il decreto. Quando verrà la mia ora non presenterò i fascicoli che ho preparato per gli altri. Proverò a dire le tue due frasi, nell’ordine: prima «giustamente», poi «ricordati di me». Se intanto vuoi metterci una buona parola, tu che riuscisti a rubare anche il Paradiso, non mi offendo.

Arcivescovo emerito di Catanzaro-Squillace

Una voce delle notizie: da oggi sempre con te!

Accedi a contenuti esclusivi

Potrebbe interessarti

Le rubriche

Mimì

Sport

EDICOLA