Il caso Siher dimostra come tanto la premier Meloni quanto i magistrati abbiano perso qualsiasi senso della misura
Non c’è dubbio: sul caso Siher, Giorgia Meloni si è concessa una grave sgrammaticatura. Bollando come «vergognosa» la scarcerazione del 30enne ritenuto “mente” del Movimento 17 ottobre, la premier non ha scritto una bella pagina di cultura giuridica liberale. Perché, in mancanza di gravi indizi di colpevolezza o di esigenze cautelari, è doveroso che una persona sottoposta a fermo sia rimessa in libertà. E che per Siher quei presupposti fossero non sufficientemente solidi era parso chiaro fin dal primo momento, anche a commentatori del calibro di Giuliano Ferrara e Tiziana Maiolo che di certo non possono essere tacciati di filopalestinismo.
L’appello per Gaza
Alcuni organi di stampa, invece, hanno allungato questi dubbi sulla gip che ha negato la convalida del fermo dell’indagato. Tiziana Laudoni, infatti, compare tra i 3.135 firmatari dell’appello con cui Giustizia Insieme, a settembre 2025, ha denunciato la «violazione sistematica e protratta del diritto alla vita e degli altri diritti fondamentali della popolazione civile nella Striscia di Gaza» da parte delle forze armate israeliane. Sia chiaro: nessuno mette in dubbio l’onestà intellettuale o la correttezza professionale della gip di Milano. Ma tanto la sua presa di posizione sulla guerra in Medio Oriente quanto le esternazioni della premier impongono una riflessione sulla cultura giuridica e sul ruolo della magistratura.
La giustizia da cadì
Meloni, dunque. Sentendo la presidente del Consiglio parlare della liberazione di Siher come di una «mortificazione insopportabile del lavoro delle forze dell’ordine, degli inquirenti e del Ministero degli Interni», viene in mente la giustizia da cadì denunciata da Max Weber nel suo “Economia e società”. Una giustizia, cioè, che si esprime «secondo il sentimento concreto, condizionato da motivi etici e da motivi politici o politico-sociali». Una giustizia, ancora, che «soddisfa la sensibilità dei profani sprovvisti di cultura giuridica specializzata» e «viene incontro agli istinti delle classi non privilegiate». Ecco, è questo il modello che Meloni sembra accarezzare quando critica il provvedimento con cui è stato negato il carcere per Siher: una giustizia populista che non fa altro che rispondere alla pancia della gente.
La giustizia liberale
Ma la giustizia liberale è un’altra cosa. È una giustizia fondata sulla stabilità e sulla calcolabilità, come Sabino Cassese ha magistralmente spiegato nel suo pamphlet “Il governo dei giudici”, dunque non sull’effimero sentimento dell’opinione pubblica. Una giustizia in cui un indagato resta in carcere solo ed esclusivamente a fronte di presupposti solidi ed evidenti. Una giustizia in cui il gip non aderisce pedissequamente alle richieste avanzate dal pm, ma le vaglia con senso critico ed eventualmente se ne discosta come è avvenuto nel caso Siher. Non erano queste, d’altra parte, le ragioni sulle quali poggiava la riforma della separazione delle carriere che il governo Meloni ha sostenuto con tanta convinzione (e ha fatto bene!) e che il corpo elettorale ha ritenuto poi respingere in occasione del referendum costituzionale di marzo scorso?
Gli eccessi dei magistrati
Ma se di sgrammaticatura si può parlare a proposito delle parole di Meloni, altrettanto si può fare riguardo alla posizione dei magistrati coinvolti nel caso Siher. Il plurale è d’obbligo perché non solo la gip Laudoni, ma anche la pm Tiziana Cruci, che per il 30enne indagato aveva chiesto la convalida del fermo e la custodia cautelare in carcere, figura tra i firmatari dell’appello di Giustizia Insieme in difesa della popolazione civile di Gaza. Anche qui vale la precisazione fatta per Laudoni: nessun dubbio sull’onestà intellettuale e sulla correttezza professionale di Cruci. Ma è davvero indispensabile che un magistrato prenda pubblicamente posizione su certi temi, con il rischio di vedere successivamente messa in discussione la propria terzietà e imparzialità?
La terzietà e l’imparzialità
Il punto è sempre quello: giudice e pm non devono solo essere terzi e imparziali, ma devono anche apparire tali. Lo teorizzò per la prima volta Lord Hewart, lord chief justice d’Inghilterra, in una storica sentenza del 1924. Lo ribadiscono incessantemente la Corte europea dei diritti dell’uomo, sempre più “voce che grida nel deserto”, e anche il presidente Mattarella. Purtroppo, però, quella che tutti ritengono regola aurea di condotta della magistratura, oggi appare sistematicamente e completamente ignorata.
La lezione di Breyer
Eppure quella impostazione è e resta fondamentale. Il motivo l’ha spiegato magistralmente il 6 aprile 2021 Stephen Breyer, giudice della Corte suprema degli Stati Uniti, in una lectio tenuta all’università di Harvard. «Se il pubblico vede i giudici come politici con la toga – ha ammonito Breyer – la sua fiducia nelle Corti e nella legalità può solo diminuire». E ancora: «La legalità dipende dalla fiducia che le Corti siano guidate da principi giuridici, non dalla politica». Insomma, nessuno pretende che il magistrato si rinchiuda in una turris eburnea rinunciando a coltivare le proprie legittime opinioni. Ma un atteggiamento prudente su certi temi è indispensabile per tutelare non solo la credibilità della giustizia, ma anche l’autorevolezza della categoria.
Il valore della continenza
Quello che dovrebbe tornare di moda, in definitiva, è il valore della continenza. È indispensabile innanzitutto per la politica, che dovrebbe deporre certe forme di populismo che sono tanto più pericolose in una materia, come quella penale, che tocca direttamente la libertà e i diritti fondamentali degli individui. Stesso discorso per la magistratura, che dovrebbe sottrarsi alla tentazione di prendere il posto della politica e di stabilire rapporti diretti con l’opinione pubblica, dedicandosi al suo unico e più alto compito: dare giustizia rispettando il perimetro della Costituzione e della legge.
































