Le dinamiche correntizie e i meccanismi di selezione dei componenti del Csm al centro della riflessione dopo il fallito referendum di riforma. Il paradosso è denunciare gli effetti del sistema senza metterne in discussione le regole che ne favoriscono la perpetuazione.
Ho apprezzato l’intervento di Antonio Esposito sul Fatto Quotidiano. Le correnti? “Centri di potere e di favoritismi che hanno inficiato la credibilità della magistratura”, di assai dubbia utilità per la Giustizia e, quindi, da sciogliere una volta per tutte, con buona pace dell’Ordine giudiziario. Acuto, poi, il collegamento tra la discesa in campo dei big della correntocrazia e la volontà di rendere ancor più diretto e pervasivo il controllo sull’istituzione consiliare di quella oliatissima macchina di potere. Giusto, infine, l’invito a votare per i candidati sorteggiati giacché slegati dal tossico vincolo di sodalità, come unica cartina di tornasole della reale volontà della magistratura di emendarsi.
Un’analisi lucida, difficilmente confutabile, dei mali del governo autonomo della magistratura, della loro risalente origine e delle cause che li hanno prodotti. Considerazioni che, proprio per la loro fondatezza, meriterebbero di essere sottoscritte senza riserve. Eppure, a ben vedere, esse impongono una riflessione ulteriore, gravemente mancante in quella analisi, che investe non soltanto i comportamenti individuali, ma le regole istituzionali entro le quali quei comportamenti maturano e si riproducono.
Perché non può sfuggire, neppure all’osservatore più distratto, che i mali denunciati non sono fenomeni accidentali, né semplici deviazioni morali di singoli magistrati. Hanno una radice istituzionale precisa: un sistema di elezione del Consiglio superiore della magistratura che, anziché selezionare persone chiamate a esercitare una funzione di garanzia nell’interesse generale, favorisce la formazione di rappresentanti di gruppi organizzati, portatori degli interessi dei rispettivi elettorati.
Consiglio superiore della magistratura: il peso degli interessi di gruppo
È qui il vizio originario. Un organo di garanzia non dovrebbe essere rappresentativo delle componenti che lo eleggono, ma responsabile esclusivamente dell’esercizio imparziale delle proprie attribuzioni. Quando, invece, l’elezione dipende dall’appoggio di organizzazioni strutturate, la fedeltà al gruppo diviene una risorsa, il consenso interno un investimento da remunerare e la spartizione degli incarichi una possibile contropartita. Si alimentano così correnti, sottocorrenti, camarille, reti di influenza e relazioni esterne, fino a compromettere la funzione essenziale del Consiglio: tutelare l’indipendenza del singolo magistrato, non gli interessi di chi ne condiziona la composizione.
Non si tratta, peraltro, di sostenere che ogni consigliere eletto sia necessariamente condizionato dalla propria appartenenza, né che ogni decisione del Csm sia il prodotto di accordi opachi. Più semplicemente, si tratta di riconoscere che le regole esistenti e risparmiate dal No referendario hanno sin qui incentivato comportamenti pesantemente distorsivi, lasciandoli impuniti quando non addirittura premiati. Ed è razionale che un sistema istituzionale vada giudicato per gli effetti che produce, qui oramai evidenti, anziché su fantasiose pretese di virtù dei suoi componenti.
Antonio Esposito e Cosimo Ferri: la contraddizione sul sistema delle correnti
Per questo appare singolare, se non apertamente contraddittorio, lo “stupor Mundi” del collega Esposito, battutosi pancia a terra per il No, per la discesa in campo di Cosimo Ferri e di altri protagonisti delle dinamiche correntizie. Che cosa ci si aspettava? Se si rifiutano le riforme dirette a incidere sui meccanismi che alimentano quelle dinamiche, non si può poi fingere sorpresa quando gli stessi meccanismi tornano a funzionare… assai benone. La loro persistenza non costituisce un imprevisto: è precisamente ciò che ci si deve attendere quando si decide di non modificarne le condizioni.
È questo, allora, il punto di caduta di ogni riflessione: legittimo e democratico è stato il voto contrario alla riforma; ipocrita, tuttavia, la lagnanza sul malcostume fondate sulle regole risparmiate. Come dice mia Zia Cesarina, non è alla malattia che devi chiedere la cura e se gli ingredienti della torta non cambiano, chiamala come vuoi, sempre quella rimane…
































