Il sostegno alla linea della premier Meloni sull’Ucraina divide le opposizioni e riaccende il confronto interno al Pd. Tra europeismo, aiuti militari e rapporti con Mosca, l’assemblea nazionale dem e l’adunata del Correntone diventano occasioni per misurare le distanze nella coalizione.
Checché se ne dica, per quanto ci si affanni a mascherare, normalizzare, glissare, un applauso bipartisan, nel clima arroventato del Palazzo, resta una rarità. Mercoledì Walter Verini, Filippo Sensi, i senatori di Renzi e alcuni riformisti dem hanno applaudito Giorgia Meloni sul sostegno all’Ucraina. Nessuna regia, nessun accordo preventivo, nessuna prova generale. Un gesto spontaneo, dunque. E proprio per questo politicamente interessante. Meloni l’ha accolto con sorpresa, forse persino con compiacimento. Sugli altri banchi del campo largo, invece, il battimani ha provocato stupore e irritazione. Poi è calato il silenzio, quello del dopo partita parlamentare, quando tutti hanno qualcosa da dire ma nessuno vuole essere il primo a parlare. E l’applauso, nella famiglia disfunzionale del centrosinistra, continua a risuonare.
Ucraina, le opposizioni divise sugli aiuti a Kiev
Tanto più che arrivava nel giorno in cui le opposizioni, dopo essere rimaste impigliate nella parte peggiore di se stesse, erano riuscite almeno a non spararsi addosso, presentando cinque mozioni differenti sugli aiuti a Kiev. «Un passone avanti», secondo Nicola Fratoianni. Passone, appunto: perché la strada verso una posizione comune resta lunga, soprattutto quando si passa dalle dichiarazioni alle armi, dalla solidarietà all’Ucraina ai rapporti con Mosca.
Ora si può minimizzare. Ridurre il battimani a un passaggio circoscritto del discorso della premier: Putin aggressore, Kiev aggredita, critica all’intesa sul gas tra lo zar e Donald Trump. Si può sostenere che applaudire quelle parole non significhi applaudire Meloni, il suo governo o l’intera politica estera della destra. Tutto vero. Ma non tutto spiega. In politica conta quello che si dice, certo, ma anche quando lo si dice, dove e davanti a chi. E soprattutto conta ciò che un gesto lascia affiorare quando la disciplina di partito, per un istante, si allenta.
Gli applausi bipartisan e le eccezioni nella politica italiana
Nel nostro barricadero Parlamento gli applausi trasversali non sono sconosciuti. Accadono quando parla il presidente della Repubblica Sergio Mattarella, nei messaggi di fine anno capaci di raccogliere consensi da destra a sinistra. È successo anche nelle celebrazioni istituzionali, come nella standing ovation bipartisan tributata a Mattarella per il richiamo all’Assemblea Costituente e ai valori risorgimentali. E accade fuori dalle Camere, quando una voce autorevole richiama la politica alle responsabilità condivise: basti pensare alle parole dell’arcivescovo di Milano Mario Delpini, apprezzate trasversalmente nel dicembre 2024. Sono tregue simboliche, quasi sempre attorno a figure terze o a valori che superano le appartenenze. Quando, invece, l’applauso irrompe nel confronto tra governo e opposizione, smette di essere una cortesia parlamentare.
Verini e Sensi hanno subito provveduto a circoscrivere il gesto. Verini ha contestato la gestione parlamentare della maggioranza, accusandola di aver tentato una manovra strumentale con una seconda risoluzione sull’Ucraina, presentata all’ultimo minuto e di dubbia ammissibilità. Non si costruisce una convergenza, ha osservato, con una mossa «furbastra» e quasi proprietaria delle istituzioni. Ma difendere Kiev significa difendere l’Europa e dunque l’Italia. Sensi ha spiegato di non aver ricevuto rimbrotti dal gruppo Pd: applaudire quel passaggio non equivale ad aderire al discorso della premier, criticato per le sue insufficienze, soprattutto sul versante europeo. Poi, però, il senatore riformista ha affondato il colpo. Con Giuseppe Conte concorda sulla necessità di una discontinuità rispetto a Meloni, ma sulle armi non vuole ambiguità: quando toccherà al centrosinistra governare, bisognerà darle davvero, «e non solo quelle ad acqua».
Schlein, Renzi e il futuro della coalizione di centrosinistra
Ecco il punto. Le dichiarazioni successive servono a rassicurare, a rimettere ciascuno nel proprio recinto. Ma il gesto iniziale resta lì, come una crepa nel muro. Non certifica una conversione dei riformisti alla linea di Meloni. È qualcosa di più sottile e, proprio per questo, di più fastidioso. Un messaggio alla nuora perché la suocera intenda.
Non è il viatico migliore per l’assemblea nazionale del Pd convocata domenica. Schlein ci arriva con una coalizione che, sull’Ucraina, sull’Europa e sulla politica internazionale, continua a parlare lingue diverse. Matteo Renzi ricorda intanto che i sondaggi danno il centrosinistra avanti di un soffio e che proprio il 2,5 per cento di Italia Viva potrebbe fare la differenza. A sentire chi al Nazareno ne ha viste tante, domenica non accadrà praticamente nulla. Schlein resterà al suo posto, prolungando il mandato senza passare da un congresso.
Si ribadirà la necessità di un programma comune della coalizione, probabilmente entro novembre. Silvia Salis, intanto, non avrebbe intenzione di trasformarsi nella federatrice dei centristi, ammesso e non concesso che Schlein glielo abbia davvero chiesto. Le primarie restano un rebus: regole, voto online e calendario sono ancora da definire. Se si voterà a giugno, i gazebo potrebbero spuntare a fine gennaio; con le urne in autunno, si andrà più avanti, comunque non oltre febbraio.
Ma il vero problema non è quando allestire i gazebo. È capire quanto europeismo, quanto sostegno militare a Kiev, quanta chiarezza nei rapporti con chi guarda a Mosca ci sarà. Per questo il 24 ottobre, a Montepulciano, l’adunata del Correntone sarà più di una riunione di parte. Sarà un test sulla capacità di trasformare quel battimani in una posizione riconoscibile. Il Pd può archiviare l’episodio, come probabilmente farà. Ma non può impedire che la domanda resti sul tavolo: se su Kiev una parte dei suoi applaude Meloni, quale politica estera proporrà domani il campo largo?
































