Vito Tongiani è lo scultore che ha realizzato le statue di Borotra, Cochet, Brugnon e Lacoste, oltre quella di Lenglen, nello Stade du Roland Garros: capolavori che impreziosiscono ancora oggi uno dei templi del tennis mondiale
L’uomo che ha scolpito il tennis e inciso nel bronzo l’eleganza di una volée e la magia di uno smash oggi ha 85 anni e non ha mai preso in mano una racchetta da tennis. «Perché la scultura – racconta con le mani forti, ossute, che si muovono davanti a noi – è osservazione. Dunque con buone foto, la giusta relazione tra vuoto e pieno, la mano ferma e tanti calcoli e proiezioni, si può fare».
Il maestro Tongiani
Vito Tongiani è originario della terra Apuana, dove i ragazzi crescono con le pareti di marmo davanti agli occhi e imparano da piccoli a trattarlo come fosse plastilina. Ha vissuto nel mondo – tra Torino, Parigi e il Marocco – ma il luogo dell’ispirazione è tra Massa e Camaiore, alta Toscana, una sorta di enclave di scultori e pittori. Così, senza aver mai tenuto una racchetta in mano, ha però scolpito il tennis e lo Stade du Roland Garros, la casa dello slam parigino.
Lo Stade du Roland Garros
Chiunque è stato in quel parco si è imbattuto all’improvviso in una sorta di creature volanti che ti spuntano accanto quando meno te lo aspetti, le guardi e le riconosci. Renè Lacoste, Henri Cochet, Jean Borotra, Jacquese Brugnon, i Moschettieri francesi, uno dei miti francesi cantati nel mondo. E poi lei, La Divine, Suzanne Lenglen, che ha sottratto il tennis femminile alla quasi irrilevanza e lo ha imposto per atleticità, fisicità e costume all’attenzione del mondo.
L’omaggio ai grandi del tennis
Tongiani ha dedicato cinque anni della sua vita – dall’89 al ’94 – al Roland Garros. Tra furore e poesia, questa è una storia molto italiana. Cominciata per caso. Era novembre 1987 quando Philippe Chatrier, allora presidente della Federazione francese, decide di organizzare un concorso artistico per rendere omaggio ai grandi del tennis francese. Tongiani vive a La Ruche, il quartiere degli artisti, viene a sapere del contest, è lavoro, sono soldi e decide di partecipare. A modo suo: «Dissi a uno della Commissione che l’unico in Europa in grado di fare questa opera ero io».
La sfida con Barelier
Un mese dopo, restano solo due selezionati, Vito l’italiano e Andrè Barelier, il francese e favorito. A entrambi viene chiesto di realizzare un modello in scala 1 a 3. La cavia è Jean Borotra, il colpo è uno smash, il suo marchio di fabbrica, la posa più difficile. Il racconto di Vito passa dai laboratori di Pietrasanta dove prepara i calchi in argilla e la neve di Grenoble dove vive Jean Luverà, l’ex tennista francese incaricato della consulenza tecnica del progetto, e dove il 19 marzo 1988 Vito arriva con il bozzetto di Borotra a bordo di una Mercedes molto vintage che s’arrampica nonostante due metri di neve. «Non andava bene – ricorda lo scultore – la testa era troppo indietro, non tornava la simmetria del corpo nel gesto, era sbilanciato e poi doveva appoggiare tutto su un solo piede. Era da rifare».
Il verdetto finale
Il 15 marzo 1988 è il giorno del verdetto. «Quando Chatrier apre la scatola e afferra il bozzetto esclama: ma questo è proprio Borotrà…». La giuria designa Vito Tongiani vincitore, «erano tutti entusiasti, emozionati, pensa se si sbaglia il potere…». Che è un modo di dire dissacrante e rivoluzionario ma rende bene il senso dell’avventura che stava per cominciare. Tongiani realizza cinque grandi disegni preparatori: lo smash per Jean Borotrà; il diritto in avanzamento per Henri Cochet; la volée di rovescio di Jacques Brugnon; il rovescio in back da fondo campo per René Lacoste.
Il dritto al volo di Lenglen
Per Susanne Lenglen, la più iconica e fotografata di tutti loro, la scelta cadde su quel dritto al volo che non era volée e neppure schiaffo al volo ma era esattamente Suzanne con i piedi sollevati in una danza che pochi hanno saputo riprodurre. «Lei è stata l’ultima, perché era un altorilievo, ma doveva essere in realtà la prima perché senza di lei chissà se ci sarebbero stati i Moschettieri. Ho girato decine di mercati parigini per trovare una gonna plissettata che mi aiutasse a ritrovare il movimento delle pieghe durante il colpo». Per l’impugnatura, Tongiani rivela uno dei tanti aneddoti legati alla realizzazione delle statue. «Chiamai Adriano Panatta per capire come saldare la mano sul manico della racchetta. Poi mi rassicurò: fidati, è anche meglio di come la impugnava lei».
Le cinque opere furono consegnate tra il 1989 e il 1993, ciascuna prima di ogni Open di Francia. La prima è il bronzo di Borotra. Nello studio di Vito arrivano scarpe, berretti, racchette, camicie e pantaloni appartenuti al tennista. «La cosa più difficile è stata realizzare la statua nella posizione dello smash, abbiamo rischiato non so quante volte il ribaltamento. E quel basco in testa che doveva risultare saltellante». La seconda è stato Renè Lacoste: «Il piede destro doveva sembrare puntato nella terra per rendere l’idea della corsa e anche della ricerca della distanza della palla». Cochet è la statua più in movimento di tutte, un elogio del corpo e della mente. «Mio padre era così, come l’hai fatto, mi disse il figlio. È stata una magnifica e forse irripetibile avventura che ha incrociato il tennis e l’arte», sottolinea Tongiani.
La magia di Parigi
Prendete qualche minuto quando andrete al Roland Garros, girate intorno alle statue, osservatele nei dettagli, dalle pieghe dei pantaloni ai piedi e alle mani: al di là dell’avventura umana, atletica e sportiva a cui rendono omaggio, sono bronzi animati. Una magia.
































