I velivoli vengono trasportati, smontati, sulle navi della flotta fantasma. Qui sono armati e lanciati. Con raggio di azione fino a 500 km. È tutto possibile. Macron ha aggiornato i leader di tutti i partiti. Dovremmo farlo anche noi. Smentire non serve
Calma e gesso. Ma l’allarme droni – spia e armati – è da mesi sulle scrivanie dei vari governi europei nella pur comprensibile e ragionevole volontà di non drammatizzare.
I fatti di Lipsia – tre droni armati russi trovati nei pressi della pista dell’aeroporto di Lipsia tra il 4 e il 5 agosto – sono stati il vero salto di qualità nella minaccia russa contro l’Europa.
Il fatto che ieri El Mundo, il più diffuso quotidiano stampato spagnolo, abbia pubblicato i report della Cia con le ipotesi di attacchi mirati usando i droni come arma è solo l’ultimo capitolo di una storia di cui analisti, agenzie di intelligence, think tank specializzati, hanno già versato molto inchiostro e riempito file web.
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Le navi fantasma come base operativa
La notizia rilanciata da El Mundo racconta della «possibilità che la Russia prepari un’operazione con droni contro Spagna, Francia o Italia».
Le informazioni raccolte dall’intelligence statunitense e condivise con alcuni Paesi europei spiegano che le navi della flotta fantasma russa in navigazione anche nel Mediterraneo possono essere usate come base operativa per assemblare e armare i droni e poi lanciarli verso le coste limitrofe.
I droni, infatti, hanno ormai un raggio di azione pari a 500-600 km e possono in teoria raggiungere Spagna, Francia e Italia che sono i Paesi più esposti visto che affacciano sul Mediterraneo con centinaia di km di coste.
I droni verrebbero imbarcati smontati su queste navi che battono bandiere di varie nazionalità ma che sono riconducibili al governo di Mosca e che sono utilizzate per il commercio abusivo di petrolio bypassando così le sanzioni commerciali. Sulle navi sarebbe imbarcato anche personale di agenzie militari, di intelligence o anche di contractor legate al Cremlino in grado di montare, armare e far volare i velivoli senza pilota.
Le informazioni sarebbero state trasmesse agli alleati dopo la visita a Mosca del direttore della Cia, John Ratcliffe (25 agosto).
Secondo fonti citate da El Mundo anche Spagna, Francia e Italia sarebbero state informate della possibilità di un’operazione russa con droni.
I droni Gerbera
Tra gli apparecchi che potrebbero essere utilizzati viene indicato il Gerbera. Un drone di circa due metri di lunghezza, con un’apertura alare di circa 2,5 metri, un peso fino a 18 chilogrammi e un’autonomia di circa 600 chilometri. Il velivolo può trasportare un carico esplosivo relativamente ridotto, sufficiente però «a provocare incendi o danneggiare infrastrutture e apparecchiature esposte».
L’ipotesi di un lancio dal mare renderebbe «particolarmente delicata l’individuazione dei droni». Secondo le informazioni riportate, una nave potrebbe trasportarne diversi e rilasciarli a qualche centinaio di chilometri dalla costa. Da quella distanza, il volo verso il territorio europeo potrebbe durare tra i sessanta e i novanta minuti. Il direttore della Cia Ratcliffe avrebbe inoltre discusso a Mosca del rischio di possibili attacchi contro il territorio della Nato.
Nei report d’intelligence non c’è traccia di date, luoghi o obiettivi specifici. La Cia e le autorità di Spagna, Francia e Italia non hanno confermato pubblicamente i dettagli dell’allerta. Di sicuro l’anno elettorale rende l’Europa un territorio dove alimentare pressioni politiche e sociali.
Crosetto smentisce, la Francia convoca i partiti
Il più deciso nello smentire minacce specifiche è stato il ministro della Difesa Guido Crosetto che pure mette in guardia sui rischi di un attacco ibrido da oltre un anno.
«È la nuova vera minaccia e non siamo pronti» ripete il titolare della Difesa in ogni intervento pubblico. Ieri è stato molto deciso nella smentita: «Non serve buttare altra benzina sul fuoco». Due reazioni complementari, a ben vedere, perché la prima non esclude l’altra e viceversa.
A differenza dell’Italia, la Francia di Emmanuel Macron ha preso sul serio la minaccia e dieci giorni fa – dopo l’ormai famoso viaggio di Ratcliffe a Mosca che ha certamente prodotto la condivisione di informazioni a livello Nato – ha convocato all’Eliseo i leader di tutti i partiti nazionali, a cominciare da Marine Le Pen e Jordan Bardella, per condividere informazioni riservate sull’escalation di Putin. Anche il Rassemblement National, notoriamente amico di Mosca, ha preso atto della situazione e ha condiviso l’allerta dell’Eliseo.
Esistono tanti ottimi motivi per cui si smentisce una notizia vera. Non allarmare e non generare panico è certamente una di queste. Però serve la consapevolezza, anche nell’opinione pubblica.
«Meloni dovrebbe fare come Macron, chiamare tutti i leader dei partiti e spiegare, anche a Salvini, Vannacci, Conte e tutti gli scettici» l’invito ieri di Carlo Calenda, leader di Azione. Finirebbero, probabilmente, le battute sui «cosacchi armati fino ai denti in giro per Roma» (cit. Vannacci).
La mappa delle incursioni russe
Ieri quattro droni russi hanno violato lo spazio aereo della Moldavia mentre era in corso un attacco in Ucraina. Ogni mattina va aggiornata la lista delle incursioni. A fine luglio l’International Institute for Strategic Studies (Iiss), uno dei più qualificati think tank britannici, ha pubblicato un resoconto agghiacciante sulla minaccia ibrida.
L’Altravoce ne ha dato conto il 3 settembre. Tra agosto 2024 e febbraio 2026 sono stati schedati 144 «incidenti» di matrice russa in ben tredici Paesi europei. Circa il 48% di questi «incidenti» riguarda installazioni militari, il 18% aeroporti civili, il 26% infrastrutture critiche come porti, impianti energetici e siti industriali.
La Germania guida la classifica con 58 episodi, seguono Belgio, Danimarca e Paesi Bassi. Il salto di «qualità» avviene tra settembre e dicembre 2025: da una media di quattro episodi al mese si passa ad una media di 22,5 episodi.
In 38 pagine, sulla base di documenti di polizia di vari Paesi Ue, si racconta come le navi della flotta fantasma russa sono già state usate per lanciare droni sul territorio dei Paesi del Nord Europa. I report della Cia pubblicati da El Mundo fanno un passo avanti e dicono che anche il Mediterraneo può diventare una base di lancio.































