23 Set, 2026

Guterres lascia l’Onu, resta la «grande frattura» della democrazia

Guerre, diseguaglianze, fanatismi e autoritarismi attraversano società sempre più divise. La democrazia può reagire solo se torna a correggere i propri fallimenti


Guterres lascia un’Onu che, durante il suo mandato, ha visto il ritorno della guerra nel cuore dell’Europa, la devastazione di Gaza, l’allargarsi delle crisi mediorientali. «The Great Fracture», la grande frattura, l’ha definita: un mondo di nuovo diviso in blocchi rivali, con sistemi economici, tecnologici e di sicurezza separati.

António Guterres non evoca uno spettro che si aggira per l’Europa, e per il mondo, ma scatta una fotografia. In dieci anni le divisioni geopolitiche si sono approfondite, il clima è passato dall’allarme alla realtà quotidiana, l’intelligenza artificiale ha accelerato oltre la capacità delle istituzioni di regolarne gli effetti.

Non sono crisi parallele. La guerra sposta risorse, il clima moltiplica instabilità e diseguaglianze, l’IA concentra potere. Mentre tutto corre, le istituzioni del Novecento discutono con regole e veti costruiti per un mondo che non c’è più.

La frattura dentro le nostre società

La vecchia frattura tra Est e Ovest aveva confini precisi. Quella di oggi si è prodotta all’interno delle nostre società. Se milioni di persone vengono lasciate senza prospettiva, se un campo profughi diventa per anni l’unico orizzonte, non si fabbricano automaticamente terroristi.

Ma si prepara il terreno sul quale il fanatismo recluta: umiliazione, rabbia, assenza di futuro. E se nelle nostre città e campagne vivere significa soltanto pagare un affitto, mangiare e arrivare a fine mese, arriverà qualcuno a promettere l’impossibile e a indicare un colpevole. La libertà senza sicurezza materiale lascia ai demagoghi la scorciatoia più facile.

L’argine della laicità

Si è indebolito anche un altro argine: la laicità. Non l’ostilità alla religione, ma la capacità dello Stato di restare casa comune di convinzioni diverse. Quando fede, nazione e politica finiscono per coincidere, lo spazio del dissenso si restringe.

Giudicare i fatti, non la bandiera

Le guerre mostrano la logica dei campi. Si può considerare intollerabile ciò che accade a Gaza e la violenza dei coloni in Cisgiordania e, insieme, pretendere che Hamas venga disarmata e perda il suo potere di ricatto. O difendere l’Ucraina dall’aggressione russa senza attribuire all’Occidente un’infallibilità che non possiede. Si può cercare il dialogo con Teheran senza chiudere gli occhi sulla repressione interna. Il punto è giudicare i fatti, non la bandiera sotto la quale accadono.

Le crepe in cui prospera l’autoritarismo

Una foto, abbiamo detto, non una minaccia astratta. In Germania l’AfD vuole ricostruire i rapporti con Mosca, tornare al gas russo e si oppone al sostegno militare a Kiev; i suoi vertici preparano colloqui con Kirill Dmitriev, consigliere economico di Putin. In Italia il Movimento 5 Stelle è un caso diverso: condanna l’invasione russa e rivendica il diritto internazionale, ma ha fatto del no a ulteriori armi all’Ucraina e del no al riarmo europeo un punto della propria linea.

Distinzioni necessarie. Resta però una domanda: che cosa significa invocare la pace se il prezzo viene fatto pagare a chi è stato aggredito? È in queste crepe che l’autoritarismo prospera. Non deve sempre abbattere la democrazia: la abita, usa le elezioni, i parlamenti, i social, la libertà, fino a svuotarne i contrappesi.

Il contrattacco pacifico della democrazia

C’è ancora margine per il contrattacco pacifico della democrazia? Difenderla significa ridurre l’ingiustizia prima che diventi rancore, offrire futuro prima che lo svendano i fanatici. A patto che, chiarito chi sono i cattivi, i buoni non restino a compiacersi di esserlo. La democrazia non vive di superiorità morale proclamata, ma della capacità di correggersi, di vedere i propri fallimenti, di rimettere in discussione privilegi, inerzie e ingiustizie.

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