Il sociologo esperto di Islam e migrazioni: «Porre un tetto massimo è tecnicamente ingestibile». E distingue tra burqa e niqab: «Il secondo riguarda la copertura del viso ed è un problema che va affrontato con le comunità musulmane»
«Il problema non è il numero e neanche il colore della pelle o l’appartenenza religiosa»: il sociologo Stefano Allievi, esperto di Islam e migrazioni, commenta la proposta di istituire per decreto un limite al numero degli studenti stranieri per ciascuna classe.
«Più del 60% dei ragazzi di cui stiamo parlando è nato qui, in Italia. Il suo patrimonio educativo è né più né meno quello di tutti gli altri», dice Allievi. Che poi passa ad analizzare anche l’annunciata introduzione del divieto di burqa e niqab a scuola: «Questione politica, forse si vuole vietare perché è nel programma di qualcuno che sta portando via voti al partito di governo».
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Studioso di Islam e migrazioni, Stefano Allievi è un sociologo che non ha mai nascosto le sue idee sul pluralismo culturale. Docente all’Università di Padova, si è occupato in passato di prevenzione della radicalizzazione. Che a pensarci bene è il rischio che si corre mettendo all’ultimo banco o all’angolo chi ha un cognome straniero e si iscrive alla scuola pubblica per imparare la nostra cultura e la nostra lingua.
Professor Allievi, che ne pensa del disegno di legge annunciato dalla presidente del Consiglio Meloni per fissare un tetto-immigrati nelle classi?
«La prima cosa da dire è che il problema non è il numero, sebbene a volte il numero venga percepito come un problema, e neanche il colore della pelle o l’appartenenza religiosa. Più del 60% dei ragazzi di cui stiamo parlando è nato qui, in Italia. Qui è stato educato nelle scuole e nella società, qui si è socializzato. Il suo patrimonio educativo è né più né meno quello di tutti gli altri».
Ma viene ancora visto come un “diverso”…
«Spesso la percezione è sovrastimata. Se lei vede un cognome straniero ne deduce che l’alunno è straniero ma potrebbe essere figlio di una coppia mista. Personalmente ho cresciuto dei figli che hanno un cognome straniero, il loro padre è nato in Italia, figlio di cittadino italiano. Poi ci sono gli adottati, le coppie miste appunto, anche se dinanzi a un cognome straniero non si fa distinzione. C’è una sorta di inerzia mentale. Ero io che andavo ai colloqui con i professori insieme alla madre. È un ragazzo italiano a tutti gli effetti ma tutte le volte che si comportava male tornava straniero».
E lei come ha reagito?
«Gli ho insegnato una filastrocca milanese».
Sta dicendo che c’è una forma di pregiudizio anche da parte degli insegnanti?
«Non parlerei di pregiudizio ma di pre-comprensione. Poi, certo, può esserci anche un pregiudizio nel ceto insegnante, categoria per tendenza inclusiva. Ma la scuola non è assente dagli stessi comportamenti che vi sono in tutta la società e si riscontrano in altre professioni, dall’impiegato dell’anagrafe al magistrato».
Quando arrivano in classe parlano un’altra lingua.
«Se il problema, come dice il ministro Valditara, è che parlano un’altra lingua, che dovremmo dire allora di chi parla in dialetto. Per i glottologi è un vantaggio. Se parli un’altra lingua sei in grado di impararne una nuova, se la perdi hai un vocabolario minore. Sono studenti facilitati perché hanno un vocabolario di riferimento, l’idea che a casa parlino un’altra lingua non ha nulla di drammatico. Capisco che ci sia un pregiudizio, i genitori della borghesia italiana preferiscono mandare i figli in un’altra scuola. Ma sono anche loro che con questa scelta fanno diminuire la presenza di italiani nelle classi. Un circolo vizioso che si autoalimenta, la cosiddetta fuga bianca. Oltretutto porre un tetto massimo tecnicamente è ingestibile».
Perché?
«Come fai? Deporti i bambini stranieri in altri quartieri senza metterli allo stesso livello degli italiani? È un problema tecnico, sarebbe più giusto investire in insegnanti di sostegno. E come fai nei quartieri di alcune città in cui la popolazione straniera è più presente? Li porti altrove? Ti inventi classi speciali? E aggiungo una cosa impopolare».
Quale?
«Io insegno all’università e le università sono valutate anche in base al livello di internazionalizzazione. Se ha più studenti e professori stranieri vale di più. Non lo dico io, lo dice chi definisce il rating. E se questo è vero per l’università, siamo sicuri che lo stesso criterio non valga pure per la scuola dell’obbligo? Le lingue minoritarie sono utilissime; in altri Paesi le valorizzano. Nel Nord Europa la soluzione trovata non è spostare gli alunni. Ci vuole fantasia, intelligenza e qualche capitolo di spesa».
Ci sarebbe infine la questione del burqa e del niqab che copre corpo e volto.
«La questione del burqa è meramente politica, forse lo si vuole vietare perché è nel programma di qualcuno che sta portando via voti al partito di governo. Ma personalmente, in 40 anni di attività universitaria e scolastica, non ricordo onestamente un solo caso. Al contrario, nonostante siano numeri ancora risibili, ritengo sia giusto sollevare il caso del niqab. Riguarda il tema della copertura del viso, non della copertura del capo. È un problema che andrebbe affrontato in collaborazione con le comunità musulmane senza demonizzare e senza metterle sotto attacco. Il niqab è una innovazione frutto della predicazione salafita, un conservatorismo che coltiva questa idea della donna. Ripeto: affrontarlo è importante. Sebbene sia diffuso quasi esclusivamente nella Penisola arabica. L’Occidente si costruisce anche attraverso la visibilità delle emozioni del viso».































