Parigi e Berlino accelerano sulla successione a Christine Lagarde e sulle altre caselle chiave dell’Eurotower. L’obiettivo è trovare un accordo entro dicembre, prima che le presidenziali francesi possano cambiare gli equilibri politici
Le diplomazie dell’Eurozona stanno allacciando le scarpette da ballo per quello che si preannuncia come il più imponente e frenetico giro di valzer ai vertici della Banca Centrale Europea nei ventotto anni dalla fondazione. Un grande ballo delle poltrone che i leader europei – guidati dal binomio composto dal presidente francese Emmanuel Macron e dal cancelliere tedesco Friedrich Merz – puntano a chiudere a tempo di record entro la fine di dicembre.
La corsa per blindare l’Eurotower
La fretta, si sa, nelle sale della politica e nei corridoi nervosi dei mercati non è mai figlia del caso, ma delle urgenze da calendario. Dietro il blitz diplomatico svelato dal Financial Times, infatti, non c’è efficienza burocratica ma urgenza geopolitica: mettere in sicurezza e blindare a doppia mandata i piani alti dell’Eurotower prima che le presidenziali francesi della prossima primavera conducano verso scelte non gradite dagli attuali governi di Parigi e Berlino. Con i sondaggi transalpini che vedono volare Marine Le Pen e le forze della destra sovranista, l’Eurozona ha scoperto il valore della celerità: l’obiettivo è distribuire pesi, contrappesi e poltrone della finanza continentale prima che lo scenario politico assuma sfumature decisamente sgradite agli attuali inquilini dell’Eliseo e della Cancelleria.
Lo scivolo dorato per Lagarde
Il perno attorno a cui ruota la coreografia finanziaria è l’uscita anticipata di Christine Lagarde. Il mandato naturale scade a ottobre del prossimo anno, ossia a giochi già fatti nelle urne francesi. Per l’attuale responsabile della Bce si starebbe preparando uno scivolo dorato verso un esilio decisamente confortevole: le voci di corridoio la vogliono in rapido dirottamento verso la guida del World Economic Forum (Wef), l’esclusiva fondazione svizzera con sede nel Canton Ginevra. In pratica, Lagarde passerebbe dalla gestione dei tassi d’interesse all’organizzazione del Forum di Davos, il celebre palcoscenico d’alta quota che ogni inverno riunisce sulle Alpi svizzere l’élite economica, politica e planetaria. Un cambio di scrivania che sa tanto di promozione nei cieli dell’iperuranio della globalizzazione.
Il pacchetto «tutto incluso»
Tuttavia, nel calderone delle trattative non bolle solo la presidenza. È pronto un menù completo, che comprende tre delle cariche più pesanti dell’istituzione. Oltre alla successione a Madame Lagarde, il pacchetto mira a ridisegnare la mappa del potere includendo il ruolo di capo economista (oggi occupato dall’irlandese Philip Lane) e una casella chiave nel Comitato esecutivo (attualmente nelle mani della rigorista tedesca Isabel Schnabel). Sebbene anche questi mandati scadano formalmente più avanti nel tempo, la logica di spartizione impone il “tutto incluso”: un solo grande accordo per bilanciare i pesi nazionali in un colpo solo.
La Germania gioca la sua partita
I pretendenti alla poltrona più alta, ovviamente, affollano già la sala d’attesa, anche se il gioco dei veti incrociati minaccia come sempre di trasformarsi in un barbecue per i candidati troppo ambiziosi. Il presidente della Bundesbank, Joachim Nagel, ha fatto capire di essere pronto al grande salto. Tuttavia, una presidenza tedesca a Francoforte appare complessa come un’equazione di terzo grado: difficilmente il resto d’Europa concederebbe a Berlino la contemporanea guida di BCE e Commissione Europea, attualmente nelle mani di Ursula von der Leyen. Non a caso, il sostegno del governo tedesco a Nagel viene descritto da Financial Times come decisamente “tiepido”.
Viceversa, la Germania sembra disposta a cedere lo scettro presidenziale in cambio della poltrona di capo economista, da sempre considerata il centro di gravità permanente della politica monetaria. Per questa posizione, Berlino sta sfogliando i curriculum di profili accademici d’altissimo livello, stelle polari dell’ortodossia economica come Markus Brunnermeier (Università di Princeton), Monika Piazzesi (Università di Stanford) o Tobias Adrian (ex Fondo Monetario Internazionale).
L’incastro impossibile tra Parigi e Berlino
La partita si presenta dunque come una sofisticata geometria. Anche la Francia, infatti, punta alla poltrona di capo economista schierando la vicepresidente della Banca di Francia Agnès Bénassy-Quéré e l’ex capo economista dell’Ocse Laurence Boone. Gli incastri rasentano l’impossibile: la Germania non digerirebbe mai un ticket che veda lo spagnolo Pablo Hernández de Cos alla presidenza e un francese all’economia. Di contro, Parigi alzerebbe immediatamente le barricate contro l’olandese Klaas Knot come presidente se la poltrona di capo economista finisse a un tedesco.
L’outsider dell’ultimo minuto
Mentre per il posto che sarà lasciato libero da Isabel Schnabel nel board non si registrano ancora favoriti della prima ora, resta sempre valida la regola aurea della politica europea: l’asso nella manica all’ultimo minuto. Esattamente come accadde nel 2019, quando Macron tirò fuori dal cilindro il nome allora inaspettato di Christine Lagarde, c’è già chi scommette che alla fine, tra i due litiganti, a spuntarla possa essere un outsider di lusso come l’ex governatore della Banque de France, François Villeroy de Galhau.
I motori delle diplomazie sono avviati, la sabbia nella clessidra scorre veloce: entro dicembre l’Europa vuole blindare la sua cassaforte, sperando che le combinazioni della serratura accontentino tutti.
































