La Camera approva con 218 voti una legge firmata da Elly Schlein. Maggioranza e opposizione si ritrovano insieme sulla nuova Agenzia per il cinema e l’audiovisivo. Solo sei i contrari. Tra strutture, incentivi e risorse pubbliche restano le domande
A votare contro sono stati in sei: Luigi Marattin e i liberaldemocratici, più i deputati di Futuro Nazionale, il partito del generale Vannacci. Tutti gli altri, 218, hanno detto sì.
È la notizia nella notizia: una legge, prima firmataria la segretaria del Pd Elly Schlein, viene approvata alla Camera con una maggioranza bulgara e trasversale. Maggioranza e opposizione, quelle che un minuto prima se le stavano dando di santa ragione, ritrovano improvvisamente la concordia quando sul tavolo c’è da costruire una nuova Agenzia e, soprattutto, da amministrare risorse pubbliche. Tutto bene. Vissero tutti felici e contenti?
A pensarci bene, no. Perché il partito della spesa, quando si tratta di spendere, un accordo lo trova sempre. E il cinema è cultura, ma anche industria, lavoro e soprattutto incentivi. Basta pronunciare la parola «sostegno» e le distanze ideologiche si riducono.
Schlein ha parlato di «una storica legge sul cinema», ricordando l’appello di Pupi Avati a lavorare oltre gli schieramenti. Appello raccolto, almeno sulla carta. Ma 218 voti favorevoli sono un fatto politico raro e un Parlamento che approva compatto una legge dell’opposizione merita, prima dei titoli di coda, qualche domanda.
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Prima dei titoli di coda
La prima riguarda la protagonista del nuovo film: l’Agenzia per il cinema e l’audiovisivo. Dovrebbe assorbire una parte delle funzioni oggi svolte dalla Direzione generale Cinema del ministero. L’obiettivo è separare l’indirizzo politico dalla gestione tecnica, dando maggiore autonomia e trasparenza.
Ma il confine fra riforma e duplicazione è sottile. Se esiste già una struttura ministeriale che si occupa di cinema, bisogna capire con precisione che cosa resta al ministero e che cosa passa all’Agenzia. Altrimenti il rischio è quello classico della pubblica amministrazione italiana: per semplificare si crea un nuovo organismo, per coordinare si aggiungono livelli, per risparmiare si scopre che bisogna mantenere due macchine invece di una.
Un’Agenzia che non funziona con il fotovoltaico
L’Agenzia nascerà senza nuovi o maggiori oneri per la finanza pubblica. Bene. Ma un ente pubblico con cda, direttore, personale e apparato non funziona con il fotovoltaico: quanti soldi resteranno per fare film?
C’è poi il capitolo dell’autonomia. Si guarda al modello Ueo, soprattutto al Cnc francese, ma l’Agenzia italiana manterrà un rapporto stretto con i ministeri. Il direttore sarà nominato con decreto del Presidente della Repubblica, previo parere parlamentare a maggioranza qualificata. Il ministero della Cultura conserverà vigilanza strategica e programmazione triennale. Autonoma, dunque, ma non troppo.
Cambiare l’insegna o cambiare il sistema
La nuova Agenzia dovrebbe impedire che il sostegno pubblico diventi una porta girevole. Se invece ci si limita a trasferire competenze e uffici, cambiando il nome sulla porta, avremo riformato l’insegna e non il sistema. Anche la commissione incaricata di valutare i progetti per i contributi selettivi concentrerà un potere considerevole. Decidere quali opere finanziare significa decidere quale cinema italiano sostenere.
Fra i sei contrari, Marattin ha posto un problema liberale: perché creare un nuovo organismo pubblico se molte funzioni esistono già nel ministero? Futuro Nazionale, invece, ha scelto la più comoda rendita di posizione: dire no. Del resto il partito di Vannacci sembra avere un rapporto selettivo con il consenso parlamentare. Oggi è il cinema, domani chissà. Con una sola certezza: se un giorno si dovesse votare per l’acquisto di bombe a mano o carri armati, non ci sarebbero esitazioni.
Il nodo degli incentivi
Più serio è il nodo degli incentivi. Un’impresa deve sapere quanti soldi potrà ottenere e quando arriveranno. Senza certezza su tempi e risorse non si programma un film, non si assume una troupe, non si chiede un prestito. Il passaggio dal credito d’imposta ai contributi diretti per le sale merita attenzione.
Il consenso trasversale, dunque, è una buona notizia. Ma non basta una maggioranza bipartisan per garantire che la pellicola sia buona. Pupi Avati ha chiesto alla politica di camminare insieme. Ieri, per una volta, ci sono riusciti.
Adesso cambiare copione
Adesso però sarebbe il caso di cambiare copione: stabilire un budget, fissare regole trasparenti e guardare i risultati. Quale ritorno ha prodotto per l’industria e per il Paese? Non perché il cinema debba essere giudicato solo al botteghino, ma perché prima di allentare i cordoni della borsa sarebbe utile vedere se il film ha trovato qualcuno disposto a pagare il biglietto.






























