La deterrenza non alimenta la guerra. E la pace è il frutto della convivenza tra democrazie
La Germania accusa esplicitamente la Russia dell’attacco contro l’aeroporto di Lipsia. Droni dotati di esplosivo: un atto di guerra che ha ben poco di “ibrido”. Nel frattempo, i bombardamenti di Mosca sulle città ucraine si moltiplicano, mentre i paesi baltici temono sempre più l’escalation. La Germania attua il programma di riarmo più poderoso di tutta Europa: 800 miliardi investiti da qui al 2030 sulla sicurezza.
Tuttavia, proprio nel momento in cui l’Occidente è sotto tiro, il pacifismo italiano, sia di destra che di sinistra, propaganda una falsità: che il riarmo dei paesi europei sia la causa della minaccia, piuttosto che la conseguenza. Un rovesciamento del rapporto causa-effetto che trasforma la pace in un disimpegno colpevole perché incapace di garantire la sicurezza necessaria per conservarla. La storia dell’Europa contemporanea ci dice che 80 anni di pace sono il frutto dell’equilibrio virtuoso tra democrazia, istituzioni internazionali, integrazione europea, alleanza atlantica e deterrenza americana. Non dell’assenza di armi.
La Nato ha garantito all’Europa pace e prosperità
Semmai, la Nato e l’ombrello nucleare statunitense hanno impedito a qualsiasi potenza l’opzione di modificare con la forza l’ordine europeo. L’integrazione economica e politica ha trasformato le democrazie occidentali in un sistema nel quale la guerra tra Stati membri è diventata impensabile. Del resto la cosiddetta democratic peace theory dimostra che le democrazie raramente si combattono fra loro: è difficile che il conflitto politico tra due democrazie si trasformi in una guerra.
Ma la rappresentazione di un Occidente perennemente impegnato a produrre armi per preparare nuove guerre, tipica di un certo pacifismo nostrano, filorusso nei fatti («Vannacci è il cavallo di Troia della Russia», ha scritto il Financial Times), è smentita da un dato inoppugnabile: quando la minaccia sovietica scomparve, l’Occidente si disarmò davvero. Secondo il SIPRI (Stockholm International Peace Research Institute), l’istituto di ricerca sulla guerra e le spese militari più autorevole nel mondo con sede a Stoccolma, l’industria mondiale degli armamenti attraversa negli anni Novanta una profonda ristrutturazione. Tra il 1987 e il 2001 la spesa per equipaggiamenti militari dei Paesi Nato diminuisce del 40% in termini reali: del 43% negli Stati Uniti e del 35% nei paesi europei dell’Alleanza atlantica.
La svolta autocratica dopo l’11 settembre 2001
Ma questo periodo d’oro non dura purtroppo più di un decennio. L’11 settembre 2001 segna l’ingresso in un nuovo secolo in cui le forze che contestano l’ordine liberale riguadagnano terreno. Il jihadismo assume una dimensione globale. L’Iran consolida una rete regionale di organizzazioni armate. Tra queste Hamas, protagonista del pogrom del 7 ottobre 2023. La Russia del despota Vladimir Putin rinuncia a integrarsi nell’ordine liberale europeo e rispolvera la tradizione imperialista e colonialista. La Cina traduce una straordinaria crescita economica in una politica aggressiva di espansione militare e strategica. Freedom House registra nel 2025 il ventesimo anno consecutivo di arretramento della libertà nel mondo: 54 Paesi hanno visto peggiorare i propri diritti politici e le libertà civili, mentre soltanto 35 hanno registrato miglioramenti. Appena il 21% della popolazione mondiale vive oggi in Paesi classificati come “liberi”. Insomma, nel primo quarto di questo secolo si impone un nuovo conflitto: quello tra autocrazie e democrazie.
Nel 2025 la Russia ha speso circa 190 miliardi di dollari per le armi, pari al 7,5% del Pil: l’economia russa è fondata ormai sulla guerra. È ovvio che il militarismo russo abbia provocato una reazione: ciò che il pacifismo peloso nostrano finge di non capire. L’Ucraina, che è il paese aggredito, ha raggiunto gli 84,1 miliardi di spesa militare, equivalenti addirittura al 40% del PIL. La Germania ha aumentato la spesa del 24%, arrivando a 114 miliardi e superando per la prima volta dal 1990 il 2% del PIL. La Polonia è salita a 46,8 miliardi, con un incremento del 23%. La Svezia nel 2025 ha speso 16,5 miliardi di dollari per la difesa, con un aumento del 24%. La Norvegia 17 miliardi (+49%). Ora, di fronte ai recenti fatti di Lipsia, è difficile sostenere che Berlino si stia preparando a conquistare qualcuno. Il riarmo tedesco è la risposta a una serie di attacchi concreti progressivi.
I paesi europei si riarmano contro la Russia
Sempre a causa dell’aggressività russa, diversi paesi dell’Europa orientale hanno chiesto di aderire alla Nato: nel 1999 Polonia, Ungheria e Repubblica Ceca, nel 2004 Bulgaria, Romania e Slovacchia, Estonia, Lettonia e Lituania, nel 2009 l’Albania. Perfino Finlandia (2023) e Svezia (2024) hanno rinunciato alla neutralità dopo l’invasione dell’Ucraina. L’accusa dei pacifisti alla Nato di una volontà di potenza espansionista e di “ringhiare ai confini della Russia” appare una sfacciata manipolazione della realtà: se le autocrazie attaccano, le democrazie devono pur difendersi. L’aumento delle spese militari è una reazione all’espansionismo delle autocrazie: si chiama deterrenza.
Lo stesso accade in Asia, dove la Cina, secondo i dati del Sipri, ha aumentato la propria spesa militare per il 31° anno consecutivo, arrivando nel 2025 a una stima di 336 miliardi di dollari, pari al +7,4%. Sempre secondo il Sipri, il Giappone ha aumentato la propria spesa del 9,7%, Taiwan del 14%. Il circolo vizioso è lo stesso: una potenza autoritaria e aggressiva accresce le proprie capacità militari e gli Stati che si sentono minacciati reagiscono. Una dinamica simile si è realizzata in Medio Oriente, dove Israele, di fronte all’assedio inflitto dall’Iran tramite i suoi proxy Hezbollah e Hamas (che in questi giorni ha ripetutamente comunicato la sua intenzione di mantenere le armi a dispetto degli accordi di pace), solo nel 2025 ha speso 48,3 miliardi di dollari per la difesa, quasi il doppio del livello del 2022.
Quando la sicurezza cala, gli Stati si riarmano
La lezione è chiara: quando la sicurezza diminuisce, gli Stati si armano. Il pacifismo assoluto fallisce quando confonde il fine con lo strumento. Se il fine è la pace, la sicurezza è la condizione che la rende possibile. Una democrazia che rinuncia unilateralmente alla propria capacità di difesa non elimina la guerra. Può semplicemente consegnare all’avversario il potere di decidere se la pace debba continuare. È questa la lezione dell’Ucraina.
L’altra lezione è che la pace è in pericolo quando le democrazie sono di meno e sono più deboli. Mentre Freedom House certifica vent’anni consecutivi di arretramento della libertà, SIPRI registra undici anni consecutivi di crescita della spesa militare mondiale. Sarebbe da ottusi non vedere in questo raffronto una lapalissiana evidenza: più il mondo si allontana dall’ordine democratico e liberale, più torna centrale la politica della forza.
La pace nasce dalle democrazie
La pace europea del dopoguerra è stata il risultato di un sistema di alleanze, istituzioni e democrazie. Del resto, già nel lontano 1795, il filosofo tedesco Immanuel Kant lo aveva chiarito nel suo saggio Per la pace perpetua: la pace duratura nasce da un accordo tra Stati che adottano una costituzione repubblicana e democratica. La ragione è semplice: i cittadini comuni pagano le conseguenze della guerra con la loro vita, i loro beni, la loro libertà. Pertanto, se il potere decisionale spetta al popolo, la guerra diventa un’evenienza rara. I sovrani assoluti pensano e fanno il contrario. Ecco perché oggi la risposta non può essere il pacifismo come rinuncia alla deterrenza, ma il sostegno delle condizioni politiche che rendono possibile la pace: democrazia, libertà, Stato di diritto, alleanze, diplomazia, diritto internazionale e capacità di difesa.
Per avere la pace, le democrazie devono difendersi, prosperare e diffondersi nel mondo. Ma la sfida si gioca anche al proprio interno. I sovranisti anti-europei e i pacifisti filorussi (siano essi di sinistra, come Giuseppe Conte, o di destra, come Roberto Vannacci) o, peggio, i neonazisti di Afd in Germania rappresentano oggi una minaccia perché rischiano di sbriciolare le fondamenta della liberaldemocrazia sulle quali abbiamo costruito pace, libertà e prosperità. Per questo siamo tutti chiamati a vigilare.
































