Il ricovero a Cuba riporta al centro una figura politica difficile da definire: ex grillino, tribuno, viaggiatore, commentatore e possibile leader. Una carriera costruita sul confine tra il ritorno e una nuova partenza
La notizia del ricovero di Alessandro Di Battista a Cuba ha prodotto un effetto inaspettato: per qualche ora, intorno alla sua malattia, si è raccolta l’apprensione di personalità appartenenti a schieramenti diversi, anche lontanissimi da lui.
Destra e sinistra, maggioranza e opposizione, amici di un tempo e avversari dichiarati hanno mostrato una preoccupazione che dice qualcosa non soltanto dell’uomo, ma anche del personaggio politico che Di Battista è riuscito a diventare. È come se, davanti all’incertezza della sua condizione fisica, la politica italiana avesse improvvisamente sospeso il giudizio sulla sua parabola e riconosciuto, sia pure per un momento, la particolare presenza che egli continua a esercitare nello spazio pubblico. Non sappiamo ancora quale sarà l’esito della sua malattia.
C’è un sintomo, c’è un ricovero, c’è una preoccupazione, ma manca ancora una definizione conclusiva. E così, mentre tutti attendono di sapere che cosa gli succederà, torna spontanea la domanda che accompagna da anni la sua carriera.
Che cosa è, politicamente, Alessandro Di Battista? Uomo politico? Ex uomo politico? Possibile futuro leader? Tribuno senza partito? Commentatore? Viaggiatore professionale? Scrittore di reportage? Candidato permanente alla candidatura? La risposta, come la diagnosi cubana, non arriva. E forse non è un caso. Di Battista ha costruito la propria identità precisamente intorno a questa impossibilità di essere definito.
Un politico senza destinazione
L’ex grillino appartiene a una singolare specie politica che sembra avere sempre un viaggio da compiere e quasi mai una destinazione. È partito dal Movimento 5 Stelle, ha attraversato il Parlamento, il giornalismo, i reportage, l’America Latina, il Medio Oriente, le piazze, i libri, la televisione, le invettive contro il potere e infine quella zona franca nella quale è difficile stabilire se sia ancora un politico che non vuole esserlo o un ex politico che non riesce a smettere di comportarsi come tale. La sua vicenda, più che incompiuta, sembra deliberatamente sospesa. Una lunga preparazione a qualcosa che, per una ragione o per l’altra, non accade mai. Di Battista non è semplicemente un uomo politico che non ha realizzato la propria carriera: è un uomo politico che ha trasformato il non compimento in una carriera.
La malattia politica senza diagnosi
La metafora medica, allora, diventa quasi inevitabile. Di Battista sembra affetto da una malattia politica per cui non si riesce a stabilire una prognosi. I sintomi, tuttavia, sono chiarissimi: insofferenza verso i partiti, diffidenza verso le istituzioni, attrazione per il conflitto, necessità di avere sempre un potere contro cui puntare il dito, improvvise partenze verso altri luoghi e altre cause. La patologia, invece, resta misteriosa.
È populismo? Antipolitica? Radicalismo? Personalismo? Sovranismo? O una forma più sofisticata di nostalgia per quella politica che pretendeva di cambiare il mondo senza essere costretta a governarlo? In lui convivono il tribuno e l’eretico, senza che nessuno dei due riesca a prendere il sopravvento. Il tribuno ha bisogno del popolo, l’eretico di una verità.
Di Battista ha avuto bisogno dell’uno e dell’altra, ma senza decidere fino in fondo quale fosse la verità del popolo e quale il popolo della verità. Da qui quella sua ideologia di confine, capace di mettere insieme l’anti-establishment e una certa nostalgia per l’autorità, il pacifismo e il culto della forza, l’anticapitalismo e l’ammirazione per alcuni uomini forti, il populismo e un evidente desiderio di distinzione personale.
Il rifiuto del potere come forma di potere
Di Battista rifiuta la politica come professione proprio mentre dimostra di possederne una notevole vocazione. Il suo politico ideale è quello che viaggia, scrive, denuncia, parla direttamente, non si fa addomesticare e soprattutto non si compromette. Il problema è che anche l’intransigenza, quando viene praticata per abbastanza tempo, può diventare una professione. E persino il rifiuto del potere può trasformarsi in una forma raffinatissima di potere simbolico: non quello che governa, ma quello che conserva permanentemente il diritto di giudicare chi governa.
È qui che appare il lato più malinconico del personaggio. Di Battista sembra vivere dentro una contraddizione che non ha alcun interesse a risolvere, perché è quella contraddizione a mantenerlo politicamente vivo. Se entrasse definitivamente in un partito, perderebbe l’aura dell’indipendente.
Se fondasse un partito, dovrebbe trasformare la protesta in programma. Se accettasse il governo, dovrebbe sottoporre le proprie parole alla fastidiosa verifica dei fatti. Se tornasse a fare il cittadino, dovrebbe rinunciare a quella posizione privilegiata dalla quale il cittadino può continuare a parlare come se fosse già un candidato. E allora resta sulla soglia.
La politica del gesto
La soglia è, del resto, il luogo naturale del populismo contemporaneo: non dentro le istituzioni, ma neppure fuori; non completamente contro il sistema, ma nemmeno disposto a farsene assorbire. Di Battista ne è stato uno degli interpreti più riconoscibili.
La sua figura ha prosperato proprio quando la distinzione tra politica e comunicazione si è fatta incerta. Il corpo, la voce, i viaggi, le piazze, i libri, i video, le polemiche: tutto concorre a costruire una politica che non ha più bisogno, necessariamente, di un’organizzazione politica. È una politica del gesto. E il gesto presenta un vantaggio straordinario rispetto alla decisione: non deve necessariamente produrre conseguenze.
Questo non significa che il personaggio sia privo di interesse politico. Al contrario. La sua irrequietezza intercetta un disagio reale: quello di una generazione che non riconosce più nelle vecchie categorie politiche gli strumenti per interpretare il presente. Il problema è che la libertà dalle categorie può trasformarsi rapidamente in libertà dalla coerenza. E l’indipendenza, quando diventa identità permanente, rischia di non essere più una scelta ma una prigione.
La promessa di un leader
Così Di Battista continua a essere, più che un uomo politico, la promessa di un uomo politico. Una promessa continuamente rinnovata e continuamente rimandata. Ogni nuova uscita pubblica sembra annunciare il ritorno; ogni ritorno si rivela una nuova partenza. Il politico viaggiatore non arriva mai, perché il suo vero territorio non è un luogo ma il tragitto. Ed è qui che l’incertezza del ricovero cubano assume un valore quasi allegorico.
Forse il destino politico di Di Battista è proprio questa permanente condizione di convalescenza. Non abbastanza malato da ritirarsi, non abbastanza guarito da tornare davvero in campo. La politica italiana gli ha offerto più volte l’occasione di una prognosi definitiva, ma lui sembra aver trovato nella prognosi sospesa la propria condizione ideale. Perché l’incertezza, nel suo caso, non è soltanto una mancanza: è la condizione stessa della sopravvivenza del personaggio.
Prigioniero del futuro anteriore
Resta dunque sulla soglia, con il microfono davanti e il potere alle spalle. Non abbastanza dentro per governare, non abbastanza fuori per smettere di parlare come un governante possibile.
E per questo il malore subito sembra la metafora involontariamente perfetta della sua parabola: un uomo costretto a fermarsi in un luogo distante mentre tutti aspettano di sapere che cosa abbia davvero, come da anni aspettano di sapere che cosa voglia diventare. Una carriera costruita intorno a quel futuro anteriore che, più di ogni altro tempo verbale, sembra appartenergli: sarà potuto diventare. Augurandoci tutti che ben presto il ricordo della sua malattia cubana diventi invece passato remoto.































