Nuovi raid americani su circa cento obiettivi, missili e droni iraniani contro le basi Usa nella regione e Hormuz di nuovo al centro dello scontro. Trump avverte che l’attacco più grande potrebbe ancora arrivare. Teheran promette di «minare le fondamenta» degli Stati Uniti
Trump minaccia di colpire ancora. L’Iran promette di far crollare le fondamenta degli Stati Uniti. Il Medio Oriente ripiomba nel fuoco dopo un mese di relativa calma. La guerra tra Washington e Teheran torna a esplodere con una nuova ondata di raid, missili e droni, mentre il presidente americano avverte che il colpo più devastante potrebbe non essere ancora arrivato.
«Se la nazione fallita dell’Iran reagirà a questo attacco più che giustificato, verrà colpita di nuovo a un livello molto più duro e più alto», ha scritto Donald Trump, avvertendo che l’attacco più grande sarebbe ancora «in agguato». Nessuna intenzione, dunque, di spingere Teheran al negoziato: la Casa Bianca punta sulla pressione militare per portare l’Iran al limite.
Nella notte le forze americane hanno completato una nuova raffica di bombardamenti sul territorio iraniano. Il Comando centrale Usa ha confermato di avere colpito obiettivi del Corpo delle Guardie della rivoluzione islamica: difese aeree, radar, infrastrutture e assetti marittimi, capacità di posa delle mine, comunicazioni e lanciatori di missili antinave e droni.
Secondo fonti citate da Axios, gli obiettivi sarebbero stati circa cento. Washington sostiene di avere agito per impedire a Teheran di colpire le forze americane e minacciare la navigazione nello Stretto di Hormuz.
La risposta iraniana allarga il fronte
La risposta iraniana ha però allargato subito il fronte. Circa 25 missili balistici sono stati diretti verso la Giordania: secondo Washington, dieci sono stati intercettati e tre sono caduti senza provocare vittime. Attacchi con droni sono stati inoltre segnalati contro obiettivi americani negli Emirati Arabi Uniti, oltre che in Kuwait, Bahrein ed Erbil. In Kuwait un drone ha provocato un incendio in un complesso residenziale di Kuwait City, senza vittime.
Il Bahrein ha annunciato l’intercettazione di droni. A Erbil le autorità hanno riferito di avere intercettato dieci droni carichi di esplosivo. I Pasdaran hanno rivendicato un attacco coordinato contro basi americane e preso di mira anche la base aerea di Sheikh Isa, in Bahrein.
Hormuz torna a infiammarsi
Intanto, il fronte di Hormuz torna a infiammarsi. I Guardiani della rivoluzione denunciano che due petroliere hanno urtato mine lungo una rotta definita «illegale»: le due navi sono rimaste danneggiate e hanno preso fuoco. Teheran sostiene di avere già avvertito dei rischi per le imbarcazioni che transitano fuori dalle rotte autorizzate.
Undici morti, un matrimonio sotto le bombe
Sono almeno undici i morti provocati, secondo le autorità iraniane, dagli ultimi raid Usa. Sette vittime sono state segnalate nel Khuzestan, dove sarebbero state colpite tre località nei pressi di Ahvaz e Aghajari. Ma è Sirik, nella provincia di Hormozgan, ad avere provocato la reazione più dura.
Un missile americano avrebbe colpito un’abitazione dove era in corso una festa di matrimonio: cinque morti, tra cui un bambino, e 68 feriti secondo le autorità iraniane.
La Mezzaluna Rossa aveva inizialmente parlato di quattro vittime e oltre cinquanta feriti. Le immagini diffuse dai media iraniani mostrano soccorritori tra le macerie e bambini feriti negli ospedali. Teheran parla di «crimine di guerra». Il portavoce del ministero degli Esteri Esmaeil Baghaei accusa Washington di avere bombardato una cerimonia nuziale nel tentativo di nascondere il proprio fallimento. Washington respinge l’accusa e il portavoce del Centcom Tim Hawkins ribadisce che l’esercito americano «non prende mai di mira i civili».
Trump tra nuove sanzioni e il fronte interno
La pressione americana non si ferma alle bombe. Il segretario al Tesoro Scott Bessent annuncia nuove possibili sanzioni contro compagnie aeree, attività marittime, asset digitali e soggetti che sostengono Teheran. «Nessuno dovrebbe sostenere questo regime», è il messaggio di Washington. L’obiettivo dichiarato è spezzare progressivamente i collegamenti dell’Iran con il resto del mondo.
Ma Trump deve fare i conti anche con la partita politica interna. Secondo fonti Reuters, alcuni suoi principali consiglieri cercano di evitare un’ulteriore escalation prima delle elezioni di medio termine di novembre. I repubblicani hanno maggioranze risicate e il consenso americano alla guerra resta debole: un sondaggio Reuters/Ipsos di fine agosto indicava il 31 per cento di favorevoli contro circa il 63 per cento di contrari.
Teheran: «Mineremo le vostre fondamenta»
E Teheran rilancia. Mohsen Rezaei, segretario del Consiglio supremo per la sicurezza nazionale iraniano, ha promesso che la nuova strategia dell’Iran farà pagare agli Stati Uniti il prezzo dell’offensiva. «Con questi tentativi frenetici non uscirete dall’inferno che avete creato per voi stessi», ha scritto su X.
Poi la minaccia: la nuova strategia di Teheran, tra guerra, diplomazia e contrasto all’assedio economico, sarà capace di «minare le vostre fondamenta».
A rafforzare la linea iraniana è il comandante in capo delle forze armate, Amir Hatami, che proclama l’Iran «vincitore definitivo» della guerra: «Il nemico non ha raggiunto nessuno degli obiettivi annunciati e risponderemo a ogni azione intrapresa dal nemico con doppia forza».
Hatami annuncia inoltre una maggiore prontezza e capacità difensiva, sostenendo che «il consolidamento della vittoria avviene con la forza» e che la missione dell’Iran è aumentare la propria potenza per arrivare alla «vittoria finale».
Anche il presidente del Parlamento Mohammad Bagher Ghalibaf insiste: l’Iran non rifiuta il negoziato, ma gli Stati Uniti dovranno rispettare i propri impegni prima che Teheran possa riaprire Hormuz.
Israele si prepara, la Cina entra nella partita
Israele osserva e si prepara. Il ministro della Difesa Israel Katz avverte che un attacco iraniano contro Israele resta possibile. «Siamo preparati», assicura, parlando di coordinamento con Washington in difesa e in attacco.
E Pechino entra nella partita. Xi Jinping dichiara che la Cina è pronta a collaborare con i Paesi del Medio Oriente per garantire la sicurezza delle rotte di navigazione. Intanto il G20 Finanze, con l’eccezione della Cina, chiede uno Stretto di Hormuz «libero, sicuro e prevedibile».
La guerra è tornata
La tregua è finita. Gli Stati Uniti bombardano il sud dell’Iran. Teheran risponde contro basi americane e alleati regionali. Undici morti vengono denunciati da Teheran. Un matrimonio finisce sotto le bombe. Trump minaccia nuovi attacchi. Rezaei promette di far crollare le fondamenta americane. Hatami proclama la vittoria iraniana e annuncia una risposta più forte. E nessuno, ormai, sa quale sarà il prossimo colpo. La guerra è tornata. E stavolta sembra tornata per restare.
































