L’IA può distruggere posti di lavoro, ma anche crearne di nuovi e aumentare la produttività se si riuscirà ad accompagnare i lavoratori nella transizione
Nell’intelligenza artificiale si rincorrono i modelli e le proposte per governarli. E cioè tassa sui robot, reddito universale, settimana corta, obblighi di riqualificazione. Bill Gates l’altro giorno, in un saggio sul suo sito “The turbulent AI era is here” e in un’intervista al New York Times, ha aggiunto l’idea di riservare il 40-50% di alcuni lavori agli umani anche se le macchine possono sostituirli. E avverte che l’AI, sostituendo anche capacità cognitive, potrebbe cancellare più posti di quanti ne crei. È una previsione possibile, non una certezza. La storia invita a diffidare sia della disoccupazione permanente, sia della consolazione che tutto si aggiusterà da sé.
La storia delle grandi innovazioni
Ogni grande innovazione ha eliminato mestieri e filiere, ma ha anche abbassato i prezzi, aperto mercati e creato professioni prima inimmaginabili. Nelle società preindustriali circa il 70 per cento della popolazione lavorava in agricoltura; oggi, nelle economie avanzate, siamo intorno al 2 per cento. Non ne è seguito un mondo con il 68 per cento di disoccupati: sono nate fabbriche, uffici, ospedali, scuole, laboratori e servizi.
Il problema decisivo è la transizione. Dire che “nel lungo periodo” nasceranno lavori serve poco a chi perde oggi il reddito, mentre il nuovo impiego richiede altre competenze, è altrove o paga meno. La rivoluzione industriale aumentò enormemente la produttività, ma occorsero grosso modo cinquant’anni perché una quota consistente dei guadagni arrivasse ai salari. Nel frattempo ci furono conflitti e la lenta costruzione di sindacati, scuola di massa, welfare e legislazione del lavoro.
La tecnologia crea, le istituzioni distribuiscono
La tecnologia creò la ricchezza; le istituzioni stabilirono come distribuirla. Se le istituzioni distribuiscono i frutti del progresso, possono anche orientarlo. È l’approccio “proworker” del premio Nobel Daron Acemoglu: non frenare l’AI, ma favorire sistemi che amplino competenze e autonomia anziché no vietato l’AI: hanno affermato che l’impresa non può scaricare sul singolo tutto il costo sociale di una scelta tecnologica fatta dall’impresa.
Su questa tesi si è acceso il confronto. The Economist ha attaccato con insolita durezza l’economista, giudicando fragili alcune sue ricerche e poco credibili le stime sull’AI; molti colleghi ne hanno difeso coralmente il metodo e la domanda. Acemoglu può sottostimare la produttività futura, ma il nucleo resta intatto: non esiste una traiettoria tecnologica neutrale.
Imprese e finanziatori possono privilegiare sistemi concepiti per eliminare lavoro oppure strumenti capaci di rendere un infermiere più competente, un operaio più preciso, un insegnante più efficace. Le imprese scelgono spesso la strada che produce più profitti a breve termine e possono disinteressarsi delle conseguenze sulla società.
Una politica pro-worker
Una politica “pro-worker” non significa fermare l’innovazione. Significa correggere incentivi che premiano l’automazione, finanziare ricerca orientata alla complementarità, coinvolgere chi lavora nell’introduzione dei sistemi e misurare non solo le ore risparmiate, ma la capacità umana costruita.
Nella stessa direzione va la storica sentenza cinese di fine aprile 26 del Tribunale intermedio del popolo di Hangzhou che di fatto vieta alle imprese un licenziamento motivato unicamente dalla sostituzione dell’AI. I giudici hanno dichiarato illegittimo il licenziamento di un responsabile qualità cui prima era stato proposto un taglio salariale del 40%. Non hanno vietato l’AI: hanno affermato che l’impresa non può scaricare sul singolo tutto il costo sociale di una scelta tecnologica fatta dall’impresa.
Le strade, dunque, sono molte e possono convivere: protezioni temporanee e indennizzi, formazione durante il lavoro e non dopo il licenziamento, assicurazioni salariali per chi accetta un nuovo impiego meno pagato, partecipazione dei dipendenti ai guadagni di produttività, contrattazione sulle modalità d’uso, sistemi progettati per aumentare le capacità invece di atrofizzarle.
La possibile riserva umana
In alcune attività di cura, responsabilità o relazione può avere senso persino la “riserva umana” proposta da Gates. La risposta utile non sarà una misura miracolosa, ma un’architettura complessiva di adattamento.
Resta tuttavia una cautela essenziale, soprattutto per l’Europa e per l’Italia. Governare la corsa non significa guardarla da bordo pista. Restare troppo indietro nello sviluppo dei sistemi significa dipendere dalle tecnologie, dalle infrastrutture e dalle regole altrui; restare indietro nella loro applicazione significa perdere produttività, investimenti, imprese e quindi proprio le risorse necessarie a proteggere e formare i lavoratori.
Non sappiamo con certezza chi vincerà grazie all’AI. Sappiamo già, invece, chi perderà: chi non la sviluppa, non la adotta e non costruisce in tempo le istituzioni per condividerne i benefici.




























