L’ex ministro della Difesa e tra i fondatori del Pd Arturo Parisi interviene su legge elettorale, campo largo e caso Ranucci
«Meglio perdere che perdersi». La battuta è di Arturo Parisi, «nell’ora più buia, quando sembrava che la stagione riformatrice di cui eravamo figli stesse finendo». Già ministro della difesa nel governo Prodi II, ideologo dell’Ulivo e tra i fondatori di un Partito Democratico in cui oggi, dice, «l’abitudine ha preso il posto delle appartenenze. Le opinioni vanno sempre moltiplicandosi ma senza luoghi riconosciuti che consentano il confronto e la sintesi».
L’onorevole Parisi («mi chiami pure “professore”, è il titolo che ho usato per la maggior parte della vita»), il professor Parisi, è uno di quelli che quando parla fanno rumore. Rumore ne fece, e parecchio, la lettera pre-refendaria al Foglio in cui si schierò per il Sì alla separazione delle carriere, e al sorteggio e all’alta corte disciplinare e a tutte quelle cose di cui, non più tardi di una manciata di mesi fa eravamo diventati espertissimi. Oggi i temi sono altri: coalizioni, ballottaggi, Ranucci. E poi sì, sempre il Pd.
Professore, partiamo dalle cronache estive. Sigfrido Ranucci evoca complotti internazionali in relazione all’attentato che ha subito.
«Cosa sia realmente accaduto alla persona di Ranucci, onestamente, non lo so. Conto che la magistratura faccia chiarezza. Spero al più presto. E mi fermerei qui. Debbo tuttavia riconoscere che in questo can can nel quale ogni partito ha sentito l’urgenza di prendere posizione nel merito, non è facile orientarsi. È stato infatti proprio Ranucci a introdurre la distinzione tra quello che è riconducibile alla sua persona e quello invece che riguarda il suo personaggio, accostando la sua vicenda alla “character assassination” alla quale prima di essere assassinati nella realtà sarebbero stati sottoposti “gli uomini migliori” della nostra storia nazionale come Moro, Piersanti Mattarella, Giovanni Falcone e Paolo Borsellino».
Luigi Zanda, a questo giornale, ha detto che Ranucci dovrebbe fare un passo indietro per il bene suo e della Rai. Condivide?
«Se è vero che fino a prova contraria Ranucci è nei fatti l’unica vittima, va anche detto che in questa commedia di mezza estate il personaggio da lui interpretato lo descrive anche come vittima di sé stesso. Io ho difficoltà a condividere l’idea che Report stia alla Rai come il Giubileo sta al Papa e alla Chiesa, come gli viene attribuito. Di certo tra le proposte Rai, Report ha da tempo il ruolo di trasmissione di inchiesta per eccellenza. Senza chiedere troppo a una testata o a una persona direi che le cose che ho letto mettendo in causa i requisiti della terzietà e autorevolezza della conduzione rischiano di danneggiare gravemente la credibilità della trasmissione. Una situazione alla quale va posto rimedio. Come dice Zanda, nell’interesse della Rai, di Report e direi dello stesso Ranucci»
A settembre riaprirà il cantiere della legge elettorale. Resta il grande nodo del ballottaggio. Lei si è già detto favorevole. Perché?
«Potrei dire che l’appello per l’inserimento del ballottaggio nella nuova legge elettorale l’ho firmato per mancanza di fantasia. Chi andasse a rileggere la tesi n.1 che apriva il programma dell’Ulivo del 1996, ritroverebbe infatti l’ispirazione della proposta che abbiamo rilanciato ora. Una tesi che, per inciso, curai personalmente ma che si collocava nel solco delle riforme istituzionali della prima metà degli anni ’90, che, allora come ora, vide fianco a fianco riformisti di destra e di sinistra sostenuti dal voto della stragrande maggioranza degli italiani. Una tesi che in nome di una idea della democrazia, come democrazia governante, pur nell’asprezza della contrapposizione alla coalizione guidata da Berlusconi, definimmo “un patto da scrivere assieme”, come assieme furono scritte le leggi per il governo locale e regionale, per nostra fortuna ancora oggi vigenti».
Pensa che il ballottaggio debba venire introdotto per fare da argine ai “vannaccismi” di destra e di sinistra?
«Io direi per coerenza con una ispirazione. Pensando all’Italia. Non per far perdere qualcuno o per assicurare la vittoria di qualche altro. Per consentire a ognuno di dire al primo turno quel che vuole, e scegliere assieme ad altri al secondo quel che si può».
Può garantire la governabilità?
«Diciamo almeno contrastare l’ingovernabilità, orientando la scelta degli elettori verso le scelte di governo oltre la mera rappresentanza delle identità. Come abbiamo scritto nel nostro appello, per consentire ai cittadini di scegliere una maggioranza di governo, evitando che si presentino al voto, in un unico turno elettorale, coalizioni troppo eterogenee, che incoraggiano e premiano le formazioni estremiste interessate ad agitare i problemi più che a risolverli. Cito nuovamente il nostro appello: “un sistema che preveda il ballottaggio qualora nessuna coalizione abbia già ottenuto nel primo turno la maggioranza assoluta (dei seggi)”».
L’altro nodo da sciogliere è quello relativo alle preferenze. In un contesto di crisi della rappresentanza non pensa che le preferenze possano riavvicinare le istituzioni ai cittadini?
«Più semplicemente riavvicinare i rappresentanti ai rappresentati costringendoli a ristabilire quel contatto con loro piuttosto che assediare con promesse di fedeltà i capi partito di turno alla ricerca delle nomina e della riconferma. Non è che abbia dimenticato i rischi del particolarismo insito nel sistema delle preferenze. Ma un sistema è sicuramente peggiore: quello attuale delle nomine. Ecco perché non ho festeggiato col Pd la sconfitta della maggioranza grazie alle divisioni manifestatesi solo grazie al voto segreto. Altra cosa sarebbe stata se fossimo riusciti a rappresentare la nostra unità attorno a una idea di riforma della nostra democrazia».
Lei è tra i padri nobili dell’Ulivo e tra i fondatori del Pd. Del centrosinistra che aveva immaginato che cosa rimane oggi?
«Poco. L’abitudine ha preso il posto di appartenenze sempre più lontane e sbiadite. Le opinioni vanno sempre moltiplicandosi ma, senza luoghi riconosciuti che consentano il confronto e la sintesi, preferiscono dilagare nei social. In luogo degli scambi orizzontali tra i rappresentanti e gli elettori crescono quelli in verticale coi capipartito. Una volta perso il senso del per, quell’ “Italia che vogliamo” dalla quale partimmo tanti anni fa, non resta che aggrapparsi al contro, alla contrapposizione all’avversario inchiodandolo al suo passato senza capire che in questo ci inchiodiamo anche noi al nostro».
Nel campo largo ci si sta dando un gran da fare per stabilire tempi e regole delle primarie. C’è chi dice (Mastella) che è assurdo continuare a parlare solo di primarie, chi chiede (Bonaccini) di “congelare” per tre mesi il dibattito sulle primarie, chi propone (Franceschini) di limitare la competizione alle forze rappresentate in Parlamento per evitare candidature esterne alla coalizione. Lei che idea ha su tutto questo dibattito?
«“Voce dal sen fuggita più richiamar non vale”. Oramai la parola è stata pronunciata. Primarie. Lo vado ripetendo da mesi. Farle è difficile. Evitarle ancora di più. Son sicuro che da qualche parte qualcuno spera che la legge elettorale fallisca e porti via con sé la domanda dalla quale tutto è originato. Datemi il nome del vostro leader. Un nome. Ho detto un nome. Uno solo, non due».
Nella costruzione del campo largo si sommano diversi livelli: c’è sicuramente un livello di leadership, che a sinistra è contesa; poi un livello di progetto, che è ancora tutto da costruire. Ma ancora più a fondo dovrebbe esserci la condivisione di un comune sentire e di una prospettiva: un riformista del Pd può davvero avere qualcosa in comune con un elettore cinquestelle? Insomma, che cosa significa costruire un progetto politico?
«Già il programma potrebbe apparire come una cosa a portata di mano. Chiudersi per qualche settimana in una stanza. Come accadde per il governo giallo-verde del ’18, non come accadde nel ’19 quando in pochi giorni si decise di cambiare niente dimeno che la Costituzione più bella del mondo accodandosi a Conte dopo aver votato tre volte contro, senza neppure riuscire ad accordarsi sul fatto che “taglio delle poltrone” non è esattamente la stessa cosa di “riduzione del numero dei parlamentari”. Solo per evitare ai parlamentari di andare al voto, che equivale a dire “tornare a casa” dopo poco più di un anno».
Quindi sul programma si può fare sintesi. Sul resto?
«Addirittura “progetto”? “Comune sentire”? Una cosa che non pensa solo alle prossime elezioni ma, come diceva De Gasperi, alle prossime generazioni, deve avere alle spalle un tempo e un respiro lungo quanto quello che aspira ad avere davanti. Una idea di futuro e assieme a questa una idea del mondo. Di come e con chi stare assieme nel mondo di oggi. Ecco perché a livello di progetto le alleanze internazionali vengono prima di tutto. Perché la questione della pace e della guerra non è solo una questione di dare o non dare armi per sostenere la resistenza ucraina all’invasore, ma di valori e di modi di vita, di regolazione della convivenza dentro e tra le nazioni, di produzione e di scambi economici. Lei dice bene. Nella costruzione di una coalizione, una coalizione politica, non un semplice accordo elettorale, i livelli sono molti e diversi. Ma se ormai già in vista del voto non siamo riusciti a vederci per decidere il modo di scegliere il leader e non risulta neppure una foto di un incontro per cominciare a parlare di programma elettorale, come parlare di progetto e di idem sentire?»
“Meglio perdere che perdersi” è una sua famosa massima. Vale anche per il Pd o per quel che ne resta? Tradotto: meglio perdere le elezioni piuttosto che fare alleanze innaturali e rinunciare alla propria identità?
«Era il 1998. Il momento più buio. Quando appunto il progetto dell’Ulivo appariva definitivamente sconfitto e con esso finita la stagione riformatrice della quale l’Ulivo era figlio. Non un semplice incidente parlamentare. O un avvicendamento tra un governo e un altro come tanti altri del passato. Una esortazione dopo una sconfitta subita mentre si cercava di perseguire il progetto iniziale. Non la giustificazione di una sconfitta cercata. Perdersi è perdere la direzione di marcia».
Qual è oggi la direzione di marcia del Pd?
«Questo è il problema».






























