16 Agosto 2026

Direttore Editoriale: Alessandro Barbano

16 Ago, 2026

Gli economisti: «Meloni promossa sulla stabilità, ma il paese non cresce»

In un’intervista a Milano Finzanza la premier Meloni rivendica la salute economica del paese: ne parliamo con gli economisti Marco Leonardi e Carlo Alberto Carnevale Maffè


Giorgia Meloni ha rilasciato un’ampia intervista al quotidiano Milano Finanza centrata sulla salute economica del Paese e sull’azione di governo. Ne abbiamo parlato con Marco Leonardi, docente di Economia politica all’Università degli Studi di Milano, e Carlo Alberto Carnevale Maffè, associate professor presso la SDA Bocconi School of Management.

Meloni rivendica la crescita economica: l’Italia è davvero più forte di prima?

Carnevale Maffè: «Rispetto al resto d’Europa, la crescita è insufficiente. I numeri non sono negativi ma non garantiscono stabilità finanziaria e prospettiva di crescita. Inoltre derivano dal PNRR, un supporto di quell’Europa che Meloni e i suoi spesso criticano».

Leonardi: «L’occupazione va bene, lo spread è migliorato. Ma dire che il PIL pro capite è migliorato è un errore da matita blu, perché i salari reali sono inferiori a quelli del 2019-2021: lo dicono anche Bankitalia e l’Ufficio parlamentare di bilancio. In realtà, l’Italia che lavora sta peggio: ormai neanche i bambini parlano del PIL in termini nominali come fa Meloni. Il potere d’acquisto delle famiglie scende perché i salari reali sono fermi dal 1995: e negli ultimi 5 anni siamo messi peggio degli altri Paesi del G7 e del G20. Il governo ha provato a coprire la situazione con altri dati, ma i fatti sono questi».

Meloni indica il calo dello spread come prova della credibilità finanziaria del Paese. E dà il merito alla stabilità politica.

Carnevale Maffè: «La stabilità è indubbia ed è un risultato positivo. Ma lo spread è un demerito tedesco: la Germania ha fatto peggio dell’Italia dopo il Covid. È una metrica da aggiornare perché nel frattempo è salito il tasso di interesse tedesco. In ogni caso, l’assenza di crescita e il debito pubblico non consentono di tirare i remi in barca. Servono tassi di crescita più alti».

Leonardi: «Meloni dice il vero. La stabilità ha sicuramente aiutato».

La premier rivendica il risanamento dei conti pubblici e il ritorno dell’Italia all’avanzo primario nel 2024, in assenza di una politica di austerità.

Carnevale Maffè: «I risultati sono in realtà dovuti all’aumento della pressione fiscale. I cordoni della borsa sono stati tenuti sotto controllo rispetto al governo Conte, che ha fatto dei buchi nel bilancio con il Superbonus. Il governo Meloni ha fatto bene sul saldo complessivo. Sulla procedura d’infrazione siamo ai decimali. I mercati riconoscono la politica prudente del governo, che si è accontentato però di una gestione ragionieristica priva di indirizzo strategico».

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Leonardi: «Il governo non ha fatto alcuna riforma di tipo strutturale: ha solo tagliato il reddito di cittadinanza e ha interrotto il Superbonus solo alla fine del 2023. I conti pubblici sono in ordine perché hanno utilizzato l’inflazione: abbiamo perso 20 punti reali di potere d’acquisto. Il valore reale dei tuoi redditi scende mentre le tasse salgono in modo meccanico con l’aumento dei prezzi. È il fenomeno del fiscal drag che il governo non è riuscito a evitare. Così la pressione fiscale è salita: oggi è la più alta di sempre».

Meloni attacca frontalmente il governo Conte: Superbonus e misure per la pandemia sarebbero alla base dell’esplosione del debito pubblico.

Carnevale Maffè: «Veniamo da una storia di 40 anni di aumento del debito pubblico che non ha realizzato la crescita. Come dice Draghi, si tratta di debito cattivo, concentrato sulle spese correnti e non sugli investimenti: basti pensare all’arretratezza delle infrastrutture tecnologiche. Questo debito espone l’Italia a una insufficiente distribuzione della spesa pubblica. Ora che l’inflazione torna a fare capolino non possiamo aspettarci tassi in decrescita. Ricordo infine che alcune forze che sostengono questo governo erano favorevoli al Superbonus. Con Quota 100 anche la Lega ha contribuito alla creazione del debito».

Leonardi: «Sicuramente sì, il Superbonus ha un effetto enorme sul debito. Ma non ha impatto sul deficit: il fatto che non siamo usciti dalla procedura d’urgenza dipende dal deficit. In questo caso la responsabilità è del governo che ha sbagliato i conti: aveva promesso di uscire un anno prima dalla procedura di infrazione, ma il PIL non è aumentato come pensavano e hanno provato a incolpare il superbonus ».

Meloni sostiene di aver restituito circa 21 miliardi l’anno agli italiani, specie a quelli con redditi medio-bassi.

Carnevale Maffè: «Effettivamente c’è stato un intervento favorevole ai percettori di redditi bassi, mentre la classe media soffre più degli altri il peso fiscale, che è ai massimi storici. Il risanamento si è fatto sì, ma con una rapina ai ceti medi, che sono tra i più tartassati d’Europa».

Leonardi: «È vero, però quei soldi li ha presi agli italiani con il fiscal drag. Con una mano ha preso, con una mano ha tolto. Al netto paghiamo più tasse di prima».

Ecco perché adesso la premier assicura che la prossima priorità fiscale sarà il ceto medio. Ci ha pensato un po’ tardi?

Carnevale Maffè: «È un tardivo riconoscimento di una politica fiscale che penalizza il lavoro e premia le rendite. Questo governo ha tassato il lavoro dei ceti medi, ma non ha toccato le rendite finanziarie e quelle patrimoniali. Ritoccare in basso le aliquote della classe media è una giusta ma tardiva azione di perequazione fiscale».

Leonardi: «Meloni fa bene se interviene e riduce le tasse, ma per farlo servono dei soldi e servono in modo permanente. Bisogna ribilanciare il peso fiscale tra tasse di successione e IRPEF, invertendo i pesi. Oppure si dovrebbe ridurre la spesa pubblica. Altrimenti dove li prendi questi 5-6 miliardi all’anno?»

Il governo intende utilizzare 14 miliardi per ridurre il peso delle bollette su famiglie e imprese. È una misura sensata?

Carnevale Maffè: «È una colossale stupidaggine. Gli interventi sull’energia non si fanno sui prezzi ma sulle infrastrutture di generazione e trasmissione. Bisogna accelerare lo sviluppo delle fonti rinnovabili e mettere a terra le promesse sul nucleare. Gli interventi sui prezzi dell’energia, invece, sono regressivi: penalizzano le classi più deboli che consumano meno energia. Se riduco i prezzi dei carburanti faccio un favore a chi gira con la Porsche, non a quelli che girano con la Panda».

Leonardi: «Il punto più delicato riguarda le accise su benzina e gasolio. Quando i prezzi salgono salgono anche le accise. Con una mano prendi più soldi e con l’altra abbassi le accise. Questi soldi non sempre servono per abbassare i prezzi alla pompa, mentre aumentano i margini di raffinazione, dal petrolio al gasolio, che adesso stanno al massimo. Per realizzare una misura che dura devi guardare ai margini di raffinazione, quindi alle raffinerie italiane».

Meloni attacca l’Europa sulla transizione ambientale, in particolare sull’ETS, perché impone costi eccessivi al sistema produttivo. Ha ragione?

Carnevale Maffè: «Meloni ha ragione. L’Europa si è accorta che l’eroismo green ha prodotto pochi risultati in termini ambientali e molti danni a livello industriale. La principale vittima è l’industria delle automobili, ma anche chimica, carta, siderurgia: tutte industrie ad alto consumo energetico. Bisogna poi ammettere che l’Europa produce meno del 7% della CO2 globale contro il 30% della Cina. Non serve un’Europa eroica ma competitiva. Dobbiamo gestire piuttosto la transizione energetica di Cina e India».

Leonardi: «Invece di mettere in discussione l’ETS Meloni farebbe bene a guardare il problema dell’ex Ilva. Lì l’errore è tutto suo. I tre governi precedenti avevano mantenuto la situazione realizzata dal ministro Calenda con la gara vinta da Mittal. Adesso Urso ha permesso la chiusura dell’area calda, l’altoforno che produce l’acciaio. Non ci sono privati in mezzo e non farà decreti contro la magistratura che ha deciso la chiusura. Si finirà con il comprare l’acciaio all’estero e fare cassa integrazione come con Alitalia: un disastro. La cordata vuole salvare l’area a freddo, cioè le lavorazioni, perché è fatta da clienti dell’ex Ilva, interessati a rilevarla per evitare la concorrenza. Meglio così che niente, ma non è così che salvi l’acciaieria».

Sull’immigrazione Meloni insiste: la priorità è la difesa delle frontiere esterne europee.

Carnevale Maffè: «L’immigrazione illegale è un tema di ordine pubblico. L’immigrazione professionale è un problema economico. Ci sono tanti lavori che gli italiani non vogliono fare in agricoltura, nelle costruzioni, nell’artigianato. Il governo si vergogna a dirlo ma ha fatto una politica di immigrazione professionale intelligente, che va continuata smettendo la retorica sovranista centrata sull’immigrazione nemica. È indispensabile per sostenere industria, agricoltura e servizi. Ci servono immigrati specializzati ad alto valore aggiunto per sostenere la crescita professionale del Paese: tecnici, ingegneri, chimici e infermieri. Ogni anno l’Italia perde la forza lavoro di 300 mila abitanti: sono cifre pazzesche».

Leonardi: «Siamo tutti d’accordo sul fatto che le frontiere vanno protette, tutti i paesi europei. Lo dice anche la premier danese Frederiksen, da sempre convinta che l’unico modo per salvare il welfare e la socialdemocrazia sia difendere le frontiere. Ma Meloni ha usato la sospensione di Schengen contro un Paese che non è confinante. Nessuno degli altri 21 Paesi che hanno firmato la lettera lo ha fatto. Ciò mette in dubbio l’europeismo di Meloni».

Ma sulle banche – e il relativo “risiko” – il governo rivendica il diritto di tutelare l’interesse nazionale.

Leonardi: «Una delle cose più negative di questi anni è stato il ritorno della politica nelle banche. Meloni l’ha fatta ritornare in modo prepotente, ma non mi pare che abbia funzionato come si aspettavano. MPS è tornata a essere una grande banca, ma il progetto di realizzare il terzo polo italiano non mi pare che abbia funzionato».

Carnevale Maffè: «Le parole di Meloni contengono un elemento positivo: il riconoscimento che le operazioni in corso – UniCredit-Commerzbank e l’offerta di Intesa su MPS – sono dinamiche di mercato alle quali lo Stato non partecipa e non deve partecipare. È il minimo sindacale di rispetto per l’economia di mercato. Dopo anni di salvataggi pubblici, ricapitalizzazioni a carico del contribuente e ingerenze politiche, la scelta di restare fuori è la sola coerente. Il consolidamento bancario europeo è un processo di riallocazione del capitale, di ricerca di efficienza e di scala. Interferire per “difendere” marchi, sedi o “identità” significa solo ritardare la selezione naturale e proteggere inefficienze. Ma restano le ambiguità. Auspicare che UniCredit conservi “solide radici italiane” e che MPS non perda “nome e identità” suona ancora come soft power nazionalista. In un’economia aperta le banche non sono monumenti né bandiere. Sono imprese. Se l’integrazione con Commerzbank rende UniCredit più forte, più capitalizzata e più capace di finanziare l’economia reale, le “radici” contano meno del risultato. L’identità di una banca si misura nella solidità patrimoniale, nel costo del funding e nella capacità di servire clienti competitivi, non nella conservazione di uno stemma».

Investimenti, innovazione, capitale umano, semplificazioni, tempi più rapidi della PA, sviluppo del Mezzogiorno, rapporto più efficiente tra Stato e imprese: sono le priorità che Meloni lancia per la seconda fase dell’azione di governo. Sbaglio o è un po’ tardi?

Leonardi: «Tra tutti questi temi vorrei sottolineare la questione del Mezzogiorno. L’unica cosa su cui punta Meloni è la ZES unica. Le ZES in tutto il mondo funzionano quando sono piccole zone, come erano in passato anche in Italia. Oggi è stata estesa a tutto il sud Italia. Il problema è che le attività produttive che, anche nel turismo, seguono la procedura di ZES unica, non vanno a Roma per prendere i finanziamenti agevolati ma per avere autorizzazioni ambientali ed edilizie. E che cosa succederà in caso di ricorsi? Impostata così mi sembra una forzatura».

Carnevale Maffè: «Il programma è condivisibile. Proporlo all’ultimo anno di legislatura rende il quadro poco credibile. A questo punto si impegni per la prossima legislatura».

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