10 Agosto 2026

Direttore Editoriale: Alessandro Barbano

10 Ago, 2026

Arresto Lavitola, il gip: «Voleva rendere Ranucci più popolare»

Secondo quanto scritto nell’ordinanza del gip di Roma, Lavitola puntava ad accrescere la popolarità di Ranucci. Ma viene escluso, “allo stato”, un accordo tra i due


Strage con l’aggravante del metodo mafioso. L’accusa con cui nella tarda mattinata di ieri è stato arrestato Valter Lavitola è tra le più gravi previste dal codice penale. L’imprenditore ed ex editore è accusato di essere il mandante dell’attentato della notte dello scorso 16 ottobre al direttore di Report Sigfrido Ranucci, nella sua casa di Pomezia, vicino a Roma.

La misura cautelare è stata emessa dal gip di Roma nell’ambito dell’indagine della Procura – coordinata dal procuratore Francesco Lo Voi.

Un mandato di arresto è stato emesso anche per Gomes Clesio Tavares, cittadino camerunense attualmente latitante, braccio destro di Lavitola. È accusato dai pm di Roma di essere stato l’intermediario tra il faccendiere e la banda di quattro persone che materialmente ha compiuto l’azione dinamitarda.

L’inchiesta

Le indagini della procura avevano già portato, lo scorso 30 gennaio, all’arresto della banda. Secondo l’ipotesi accusatoria, i mandanti avrebbero garantito agli esecutori dell’attentato, oltre a un compenso in denaro, un sistema di protezione con schede sim dedicate, assistenza legale e perfino un piano di fuga all’estero.

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Con l’arresto di Lavitola il quadro accusatorio che emerge dal provvedimento cautelare si arricchisce. I due indagati, Lavitola e Tavares, si sarebbero divisi i compiti nell’ideazione e nella preparazione dell’attentato. Il primo lo avrebbe concepito, dando mandato al suo “tuttofare” di reperire l’esplosivo e arruolare gli uomini. Insieme, avrebbero preso parte a un primo sopralluogo esplorativo davanti alla casa di Ranucci il 15 settembre 2025.

A una seconda ricognizione del 10 ottobre, meno di una settimana prima dell’esplosione, avrebbe preso parte il solo Tavares insieme ai quattro attentatori. Tavares avrebbe anche messo a disposizione del commando l’auto del suocero. Le misure restrittive disposte dai magistrati si fondano sulle risultanze dell’analisi incrociata dei tabulati telefonici e telematici delle celle nell’area dell’attentato, dal tracciamento dei veicoli coinvolti nelle fasi preparatorie e dall’esame forense dei telefoni cellulari in uso agli indagati.

Il nodo del movente

Secondo Roberto De Vita, legale di Ranucci, l’arresto di Lavitola «conferma la gravità e la complessità dell’attentato subito da Sigfrido Ranucci, di cui sarà fondamentale comprendere movente e contesto di maturazione».

Quindi l’avvocato mette le mani avanti su possibili strumentalizzazioni dell’intera vicenda: «Mentre per l’Autorità Giudiziaria è evidente come Ranucci sia la vittima, per alcuni giornalisti ed esponenti politici lo stesso attentato viene trasformato nel pretesto per regolare i conti con Report e con i suoi giornalisti in una strategia parossistica volta a delegittimare il giornalismo di inchiesta».
In effetti, quello del movente dell’attentato resta il vero nodo da sciogliere. Una risposta parziale si evince dalle quasi duecento pagine dell’ordinanza con cui il gip di Roma Iole Moricca ha disposto l’arresto di Lavitola.

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Il “piano” di Lavitola

Secondo il giudice, il progetto del faccendiere aveva anzitutto l’obiettivo di accrescere la popolarità di Ranucci per facilitarne la discesa in politica. Lavitola, secondo quanto scritto dal giudice, «si poneva come persona pronta a sostenerlo nelle difficoltà e, davanti ai successi televisivi, come un adulatore e grande estimatore. Lavitola avrebbe coltivato l’idea di convincere Ranucci a entrare in politica». Il 29 luglio 2024, in un momento di difficoltà professionale, gli avrebbe scritto: «Sarebbe il momento di andarsene (dall’attività giornalistica, ndr)». Il 26 giugno 2025 il suggerimento si sarebbe fatto ancora più esplicito e insistente. «In ogni caso, credo che ti sia chiaro che ogni attacco che ti fanno serve a farti crescere ulteriormente, cerca di cogliere, altrimenti rischi la salute».

Nessuna intenzione di uccidere o ferire il conduttore, quindi. E allora perché un’accusa così grave come quella di strage? Come è noto, il nostro codice penale non prevede il reato di strage “colposa”. Il codice punisce l’attentato alla pubblica incolumità: l’eventuale omicidio viene assorbito dalla fattispecie del reato di strage e, in quella, contemplato come aggravante.
Sull’eventuale consapevolezza di Ranucci, l’ordinanza del gip è chiara nello stabilire come «allo stato non è emerso alcun elemento per ritenere che il giornalista fosse d’accordo con Lavitola».

Insomma, non ci sono elementi per stabilire che Ranucci fosse consapevole del “piano” che, sempre stando all’ipotesi accusatoria, mirava a farne innanzitutto un martire e poi una cavallo vincente nella corsa politica. Ne è prova la stessa imputazione: se si fosse trattato di una messa in scena i magistrati non avrebbero potuto contestare la strage a Lavitola.

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