Che cos’è, in fondo, un campo largo? Conte apre alle primarie sulla politica estera e propone lo stop agli aiuti militari a Kiev. Per il Pd di Elly Schlein adesso torna la domanda decisiva
Che cos’è, in fondo, un “campo largo”? Un campo può definirsi largo a patto che abbia dei confini ben definiti. Se questi confini mancano, o meglio, tendono ad allargarsi sempre di più, il campo diventa terra di nessuno.
Il ribaltamento di Conte
Le dichiarazioni recenti di Giuseppe Conte non fanno che rendere il problema più lampante di quello che già era. Solo tre mesi e mezzo fa Conte sosteneva che alle primarie si sarebbe dovuti arrivare soltanto dopo la condivisione del progetto. Poco tempo dopo aggiungeva che il patto programmatico avrebbe dovuto essere «firmato col sangue».
Adesso assistiamo invece a una giravolta a dir poco spettacolare: lo stesso Conte propone di affidare alle primarie una delle questioni più importanti e controverse di quel programma, ovvero il sostegno militare all’Ucraina.
Chi vincerà, dunque, detterà la linea collettiva. E quale sarebbe, nel caso in cui alle primarie vincesse Conte? Sospendere gli aiuti militari a Kiev. Capito bene? Il vincitore, dunque, non sarebbe più l’interprete di un programma stabilito e condiviso prima, ma porterebbe con sé il proprio. E gli altri? Dovranno scegliere se adeguarsi a una politica che considerano sbagliata o rompere la coalizione subito dopo aver contribuito a costruirla.
Che fine ha fatto, nella testa di Conte, quel patto programmatico che riteneva essenziale firmare prima delle primarie? Si è dissolto nel nulla o forse non è mai esistito.
La politica estera senza un progetto comune
Forse le primarie servono, allora, per nascondere il dissenso interno. Quel che è certo, al momento, è che il campo largo non sa ancora quale politica estera adotterebbe se arrivasse al governo. O meglio, Conte lo sa bene. Chiamerebbe Zelensky per rassicurarlo sul sostegno italiano all’Ucraina, nonostante lo stop agli aiuti militari, e subito dopo telefonerebbe a Putin per «imprimere una svolta negoziale».
Con quali argomenti persuasivi nei confronti di Putin e con quali garanzie nei confronti di Zelensky non ce lo spiega. Dopo anni di guerra, incontri, missioni e tentativi di mediazione, scopriamo, però, che il principale ostacolo a un accordo era l’assenza di una telefonata di Giuseppe Conte in veste di presidente del Consiglio italiano.
Dietro l’accreditamento di questa idea che la realtà sarebbe semplice se non fosse complicata artificialmente dalle classi dirigenti — l’idea, cioè, che l’iniziativa personale di un leader possa risolvere questioni considerate complesse — agisce la matrice trumpiana del populismo, che sembra aver esondato ormai anche a sinistra.
Conte, del resto, ha insinuato anche il sospetto sulla destinazione delle armi già inviate all’Ucraina, richiamando la presenza nel Paese di componenti di estrema destra e l’esistenza di un mercato degli armamenti. Questo sospetto — del tutto in linea con la propaganda putiniana sulla «denazificazione» dell’Ucraina — produce l’effetto inevitabile di una raffigurazione dell’aggredito come un Paese minaccioso e inaffidabile.
Dunque, se aggiungiamo a questo sospetto verso Kiev anche la diffidenza nei confronti dell’Europa e l’illusione che un capo nazionale possa risolvere da solo una crisi internazionale, ci troviamo di fronte agli stessi argomenti della destra sovranista.
Il dilemma del Partito democratico
Come può mai pensare, dunque, il Pd di Elly Schlein di marciare a braccetto con il M5S di Conte? Così come con l’Avs di Bonelli e Fratoianni, che chiede di sottrarsi alle missioni della Nato a sostegno dell’Ucraina e considera inutile una Tav che il Pd continua a definire strategica?
Certo, che nessuna forza dell’opposizione possa battere da sola la destra è un’evidenza difficilmente contestabile, ma la conclusione politica che è stata ricavata da una tale evidenza aritmetica — e cioè che tutti i voti sommabili sarebbero anche governabili insieme — appare francamente sempre più improponibile.
È probabile che le vittorie ottenute a livello locale abbiano rafforzato questo colossale equivoco. Pd, M5S e Avs possono sostenere lo stesso sindaco o presidente di Regione sulla base di un accordo circoscritto, ma governare il Paese è tutt’altra cosa. Significa decidere ogni giorno quale ruolo debba avere l’Italia in Europa, quali responsabilità assumere nella difesa comune e come comportarsi davanti all’aggressione di uno Stato contro un altro.
Unire i voti necessari a battere Meloni non significa aver costruito una maggioranza capace di governare.
La domanda a Schlein
Ora, se Schlein ha ribadito che il Pd continuerà a sostenere il diritto dell’Ucraina a difendersi «con tutti i mezzi a disposizione», dovrebbe spiegare come questa posizione possa convivere in un medesimo governo con quella di chi annuncia la fine degli aiuti militari.
Nascondersi dietro i numeri non serve a niente, perché più il Pd teme di perdere un possibile alleato, più rinuncia a stabilire i limiti della propria identità. Il campo si allarga, mentre il progetto politico diventa sempre più angusto.
La domanda da rivolgere a Schlein, a questo punto, è semplice: esistono principi sui quali il Partito democratico è disposto a perdere un alleato pur di non perdere sé stesso?
Il rischio del campo largo
Perché il pericolo per il Pd nasce dalla natura stessa del campo largo. Una coalizione che si costruisce programmaticamente contro un avversario ha già in partenza un’identità negativa: è unita sull’obiettivo politico da sconfiggere per vincere le elezioni, ma lo è molto meno su ciò che intenda fare una volta ottenuta la vittoria.
In una simile alleanza il potere non appartiene necessariamente alla forza elettoralmente maggiore. Anzi.
L’asimmetria che si crea — non è la prima volta che si verifica — è spesso a favore della minoranza ricattatoria. Per Conte il campo largo resta, non a caso, un’opzione da sottoporre alle proprie condizioni; per il Pd è diventato l’unico orizzonte possibile.
Il Movimento può quindi alzare ogni volta il prezzo dell’accordo, mentre il partito che ha investito tutto sull’unità dispone di margini sempre più ridotti per opporsi. È questo il futuro a cui vuole andare incontro Schlein?




























