28 Luglio 2026

Direttore Editoriale: Alessandro Barbano

28 Lug, 2026

Giornalista ucciso a Eboli, il killer: «L’ho colpito perché voleva farmi prostituire»

Il giornalista uccisoa Eboli, Luigi 'Luca' Esposito

Il gip conferma il carcere per Ridha Rahmouni, accusato dell’omicidio di Luigi ‘Luca’ Esposito. Davanti al giudice il 26enne cambia versione: dice di non aver voluto uccidere il giornalista, ma di aver deciso di «dargli una lezione» dopo insistenti richieste di rapporti sessuali a pagamento


Omicidio volontario aggravato dalla premeditazione e dalla crudeltà e soppressione di cadavere. Un quadro che, se dovesse passare tutte le fasi processuali, porterà all’ergastolo Ridha Rahmouni, il 26enne tunisino che ha massacrato di botte e dato alle fiamme, mentre era agonizzante, il giornalista Luigi ‘Luca’ Esposito.

Per ora, le imputazioni contestate dal sostituto procuratore Alessandro Di Vico hanno superato il vaglio del gip Giandomenico D’Agostino, che ha emesso una misura cautelare in carcere nei confronti dell’indagato.

Le accuse e la confessione

Il movente dell’efferato delitto di Eboli emerge chiaro dalle cinque pagine a firma del giudice per le indagini preliminari di Salerno. Emerge dalla confessione di Rahmouni, in parte già riscontrata nelle chat del telefonino di Esposito, su cui ci sarebbero le prove delle insistenti avance sessuali che Esposito avrebbe fatto a Rahmouni.

«Aveva già adescato altri miei connazionali che vivono in zona. Lo conoscevo da un anno e anche con me aveva iniziato a proporsi, ma io non ho mai accettato perché la mia religione lo vieta».

Esposito, sempre secondo quanto è stato finora ricostruito, «pagava per le prestazioni sessuali» e anche sabato 18 luglio aveva mandato un messaggio al ventiseienne chiedendogli un appuntamento. «A quel punto ho deciso di dargli una lezione e gli ho detto dove lo aspettavo».

La versione cambia davanti al gip

L’indagato, quindi, aveva premeditato l’aggressione ma, se al pm aveva raccontato che era uscito di casa con l’intenzione di uccidere Esposito, durante l’interrogatorio di ieri mattina ha fornito un’altra versione.

«Non volevo ucciderlo, ma solo picchiarlo». Un tentativo di vedere ridimensionata l’accusa.

«Ci sono degli aspetti tecnici che riguardano l’evento della morte della vittima e che potrebbero cambiare l’attuale capo di imputazione», prova a dire il suo avvocato, Giovanni Mauri.

La ricostruzione dell’omicidio

Chi lo ha visto parla di Rahmouni come di un ragazzo muscoloso e bellissimo. Esposito, evidentemente, era così attratto da lui da non riuscire a smettere di provarci, nonostante i ripetuti no.

È quanto emerge dall’ordinanza del gip di Salerno, che dispone il carcere nei confronti del tunisino, perché, scrive il giudice, non vi è un’altra misura cautelare che possa rispondere al quadro indiziario ricostruito.

Perché, dopo avergli dato appuntamento in quella zona frequentata dalle coppiette, il ventiseienne lo ha raggiunto in bicicletta e ha subito iniziato a colpirlo a calci e pugni. Poi si presume abbia impugnato un oggetto contundente – la relazione del medico legale parla di una ferita molto profonda alla testa, che a mani nude non può essere stata provocata – forse un sasso.

Fatto sta che, mentre Esposito era agonizzante, il giovane ha recuperato una coperta dalla macchina dell’uomo, ce l’ha avvolto e gli ha dato fuoco. Poi ha inforcato la bici ed è scappato, portandosi il telefonino della vittima, la sua carta di credito e la fede nuziale del padre di Esposito, quella che ha innescato altri sospetti sulla sua presunta doppia vita.

La fuga e il ritrovamento

Il resto è storia nota: il tunisino si è rifugiato in uno dei tanti casolari abbandonati della zona, dove, dopo quattro giorni, lo hanno ritrovato i carabinieri.

Quanto alla vittima, la testimonianza di una guardia giurata colloca la sua Lancia Y sul luogo dell’omicidio a partire dalle 22 di sabato. All’1,52 della notte è invece arrivata la telefonata ai vigili del fuoco per un incendio di sterpaglie, che ha portato al ritrovamento del corpo carbonizzato.

La presunta omosessualità di Esposito non era nota a chi gli stava vicino, eccetto che a due amici che hanno confermato aggiungendo che però della sua vita privata Esposito non amava parlare. Vicende che non avrebbe alcun senso raccontare se non fossero collegate al movente finora ricostruito.

Il mistero delle ispezioni Arpac

Esiste però anche un altro lato oscuro. Esposito, per tutti, era anche un biologo dell’Arpac. I gestori di numerose aziende bufaline di Napoli e Caserta hanno confermato di aver ricevuto le sue visite in passato.

Ispezioni non autorizzate, dunque, in quanto l’Arpac si è affrettata a smentire che la vittima avesse mai lavorato per loro. Eppure, secondo il suo direttore, «Luca guidava un’auto con i loghi dell’Arpac».

C’è da chiedersi se quelle ispezioni non le facesse per conto di qualcuno che con l’agenzia regionale ha effettivamente un legame lavorativo, qualcuno che magari ha il suo stesso cognome. D’altronde, Esposito è tra i più diffusi in Campania.

L’inchiesta prosegue

Su questo aspetto, al momento, non ci sono risvolti investigativi collegati all’omicidio. Per la procura, il tunisino ha agito da solo e lo ha fatto perché non sopportava che Esposito gli offrisse dei soldi pur di ottenere un rapporto intimo con lui.

«La convalida del fermo è un primo passo importante. La famiglia chiede verità e giustizia per Luigi. Ora si procederà al conferimento dell’incarico al consulente per l’accertamento sui telefonini. Si resta in attesa del dissequestro della salma per dare all’amato fratello l’ultimo saluto», dice Annalisa Califano, legale delle sorelle Esposito.

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