L’autore dell’attacco terroristico che nella serata di sabato scorso ha colpito il Gay Pride di Berlino provocando un morto e sedici feriti è rimasto ucciso in uno scontro a fuoco con le forze speciali tedesche, che lo avevano rintracciato dopo una serrata caccia all’uomo. Ma le indagini continuano attorno alla possibile rete dell’attentatore.
Il timore di un altro attacco e la frontiera di un terrorismo che si scaglia contro tutto quello che contravviene le regole più estreme del fanatismo religioso. La paura è tornata a bordo di un van lanciato sulla folla e con una raffica di colpi di machete sferrati a caso sulla gente.
Il terrorismo islamico torna colpire Berlino e lo fa per mano di Abdul Ballout, un ventunenne, cittadino tedesco di origini libanesi, che già in passato era stato arrestato per aver programmato un attentato contro lo Stato e che aspirava a unirsi all’Isis in Siria.
La polizia tedesca lo ha ucciso durante le operazioni di cattura, intorno alle 18,30 di ieri. Ironia della sorte, oggi avrebbe dovuto presentarsi in un centro di de-radicalizzazione, conseguenza del precedente arresto cui era seguita una condanna a un anno e otto mesi, ma senza restrizioni, sempre per reati di natura terroristica. E l’attacco al Gay Pride è stato «un attentato di matrice islamista»: lo ha confermato sin da subito il ministro degli Interni tedesco, Alexander Dobrindt.
L’obiettivo non era, quindi, colpire a caso, ma puntare su una comunità, quella Lgbtq, invisa agli integralisti islamici che considerano l’omosessualità un peccato imperdonabile e lo puniscono con la morte nei Paesi sotto il loro controllo.
Estremismo religioso che si esprime nella sua forma più bieca e violenta, dunque, in una delle città simbolo delle libertà occidentali. E l’Europa si ritrova, di nuovo, sul baratro della panico.
Il Pride di Berlino è tra i principali eventi queer al mondo e la scelta di colpire proprio lì non può essere casuale. Né si può pensare che non ci sia una rete dietro il ventunenne che le autorità tedesche ritengono esecutore materiale dell’attacco.
Alla guida del van c’era, secondo quanto ricostruito, Abdul Bollout: è ciò che l’intelligence tedesca ha ricostruito subito dopo l’attentato, durante il quale una persona è rimasta uccisa e altre 16 sono state ferite, di cui 11 in modo gravissimo.
Per rintracciare l’attentatore, è partita un’imponente caccia all’uomo che si era estesa in sei Paesi oltre la Germania. Ma la polizia tedesca ha rintracciato il ricercato, poi rimasto ucciso durante il blitz, a pochi chilometri dal luogo dell’attentato.
Bollout aveva trovato rifugio in un capanno in un orto comunitario nel quartiere berlinese di Spandau. Durante l’irruzione delle forze speciali c’è stato un conflitto a fuoco durante il quale Bollout è rimasto ucciso.
Adesso le autorità tedesche dovranno ricostruire la sua rete di contatti e rintracciare i complici partendo dalle tre persone fermate ieri e che potrebbero avere avuto un ruolo nell’attentato: due sarebbero state rilasciate mentre una è ancora in stato di fermo.
Risulta che fosse a bordo del van, distrutto e lasciato a poca distanza dal punto in cui è avvenuto l’attacco. Sarebbe un iraniano ma pare lui fosse passeggero del suv lanciato sulla folla.
Alla guida, secondo quanto emerso, c’era invece il ventunenne Bollout, uscito da un riformatorio per minori pochi mesi fa e condannato a maggio scorso dal tribunale distrettuale di Tiergarten a un anno e 10 mesi di reclusione perche stava preparando un grave atto di violenza contro lo Stato.
Dopo la condanna, Bollour era stato affidato alla sorveglianza dalla polizia. Qualcosa, evidentemente, non ha funzionato.Su di lui le autorità tedesche sanno praticamente tutto, anche che aveva tentato di unirsi all’Isis in Siria, ma era poi finito agli arresti in Libia.
La sua vicenda processuale è alla base delle indagini, che non si fermano solo alla sua persona in quanto la polizia tedesca ha fatto sapere di essere alla ricerca di più individui che sarebbero coinvolti nella preparazione dell’attacco nel parco Tierganten, un bosco ai confini di Berlino dove si conclude la parata del Pride.
L’attacco è infatti avvenuto a diverse centinaia di metri dal punto centrale dei festeggiamenti che coincide con la celebre Porta di Brandeburgo, dove venerdì scorso si stavano tenendo diversi concerti. Sin da sabato mattina oltre 2200 agenti di polizia sono stati impegnati per la sicurezza della parata alla quale ogni anno partecipano centinaia di migliaia di persone provenienti da tutto il Paese.
Le ricerche dell’attentatore sono estese a sei Paesi. Il cancelliere Friedrich Merz ha visitato il luogo dell’attacco e ha confermato che si stanno valutando eventuali lacune nei sistemi di sicurezza.
Poi si è rivolto alla comunità queer: «Non è solo un attacco come quello di ieri sera a mettere in pericolo la nostra libertà: l’intolleranza, l’esclusione, la discriminazione, le osservazioni spregevoli e le battute di cattivo gusto fanno tutte parte di questa violenza. Non solo quello che abbiamo subito ieri sera e quindi noi, rappresentanti delle istituzioni statali, faremo tutto il possibile per proteggere la libertà del nostro Paese e della nostra società».
L’arcivescovo di Berlino, Heiner Koch, ha condannato l’attentato dichiarando all’agenzia Koch: «L’odio non deve vincere». Condanna anche dalla presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen: «Tutti dovrebbero poter vivere, amare e difendere i propri diritti senza paura. Odio e violenza non hanno posto nelle nostre società», ha detto.
La presidente del Parlamento europeo, Roberta Metsola, ha assicurato che l’Europa resterà «unita contro coloro che cercano di seminare paura e divisione». Il premier Giorgia Meloni, nell’esprimere vicinanza al popolo tedesco e alla famiglia della vittima, ha ribadito che «L’Italia condanna e si oppone con forza a qualsiasi forma di odio ed estremismo, con un impegno a tuti i livelli per la libertà e la sicurezza dei cittadini».



























