24 Luglio 2026

Direttore Editoriale: Alessandro Barbano

24 Lug, 2026

Schlein promette più salari, più assunzioni, più energia. Con quali risorse?

Elly Schlein

La segretaria del Pd Elly Schlein in un’intervista al Foglio fa grandi promesse su salari ed energia, ma non indica le risorse con cui realizzare queste promesse


Quando manca la copertura, non c’è campo. Né largo, né stretto. C’è un dettaglio, nella lunga intervista di Elly Schlein a Claudio Cerasa su Il Foglio di ieri, che colpisce più delle risposte: sono le domande a cui la risposta non arriva mai.

Non perché le tre priorità economiche indicate – abbassare il costo dell’energia, rilanciare gli investimenti dopo il Pnrr, rimettere al centro lavoro, formazione e salari – siano sbagliate. Sono, al contrario, largamente condivisibili. Il problema è che nel 2026 costituiscono il minimo sindacale di qualunque programma di governo europeo, e che restano sospese nel vuoto: senza coperture, senza execution, senza un’idea di dove l’Italia debba competere nei prossimi dieci anni. In economia, come nella telefonia mobile, quando manca la copertura non c’è campo. Né largo né stretto.

L’energia

Prendiamo l’energia, il capitolo più argomentato. La diagnosi sulle autorizzazioni è corretta e persino coraggiosa: due anni in Spagna contro sei in Italia, quattromila opere bloccate secondo Confindustria. Ma il “modello spagnolo” evocato regge su un dettaglio che l’intervistata è costretta ad ammettere solo sotto incalzo: sette reattori nucleari operativi che producono circa un quinto dell’elettricità iberica, a garantire il baseload e il basso costo marginale che definisce il prezzo del kilowatt in bolletta. E qui la risposta diventa rivelatrice.

Il Pd, si dice, non ha preclusioni ideologiche sul nucleare, ma “i tempi non sono compatibili”; e la ricerca sostenuta in sede europea è quella sulla fusione. Ora, la fusione è una splendida promessa, forse, per il 2050. Nel frattempo l’Europa reale sta facendo altro: i reattori modulari (SMR) sono nel perimetro della tassonomia e dello European Industrial Alliance lanciata dalla Commissione, con le prime unità attese in rete tra la fine di questo decennio e i primi anni Trenta. Evitare la tecnologia disponibile fra otto anni citando quella disponibile fra venticinque non è prudenza tecnologica: è un modo elegante di non decidere, per paura di dire la scomoda verità ai propri elettori.

Le coperture

Poi c’è la voce che nell’intervista semplicemente non compare: chi paga. L’elenco è generoso: abbassare le accise sull’elettricità, investire in reti e accumuli, potenziare l’Acquirente unico, incentivi fiscali per canalizzare i 1.700 miliardi fermi sui conti correnti, un fondo europeo per l’efficientamento energetico, più agenti di polizia, più formazione e ricerca. Ogni singola misura ha un costo; nessuna ha un numero accanto. In un Paese con debito pubblico intorno al 135 per cento del Pil, spesa pubblica sopra il 50 per cento e pressione fiscale ai massimi storici, circostanza che l’intervista stessa denuncia, ogni euro nuovo richiede una scelta esplicita fra tre opzioni: più tasse, meno spesa altrove, più deficit. Non sceglierne nessuna significa averle scelte tutte e tre, in ordine sparso.

Macroscopiche carenze

Il passaggio sul Superbonus conferma il punto. Alla domanda se un governo del campo largo escluda crediti fiscali cedibili, senza tetto e senza copertura, la risposta è che quelle misure “le hanno votate tutte le forze politiche”. Formalmente vero. Politicamente irrilevante. Bankitalia ha stimato un moltiplicatore fiscale sotto l’unità su un impatto complessivo che ha superato i 120 miliardi di euro: il più costoso esperimento di politica industriale della storia repubblicana, con un rendimento negativo. Chi aspira a governare non deve fare autocritica per espiazione, ma per credibilità: senza un “mai più” esplicito sulla trasferibilità illimitata dei crediti, il mercato dei capitali applicherà il suo sconto, e lo applicherà sul costo del nostro debito.
Ma la lacuna più seria è un’altra, ed è un’assenza.

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Nell’intervista non compare un modello di competitività. Non si parla di semiconduttori, di cloud e data center, di robotica, di quantistica, di attrazione di capitale internazionale. L’intelligenza artificiale entra dalla porta di servizio, come questione etica e come patto di non belligeranza in campagna elettorale: legittimo, ma è governance della comunicazione, non politica industriale. Eppure è esattamente lì che si decide la variabile su cui l’intervista giustamente insiste: i salari. I salari reali non crescono per decreto né per rappresentanza sindacale; crescono dove cresce la produttività totale dei fattori, che in Italia è sostanzialmente piatta dal 1995 mentre in Spagna e Germania ha continuato a muoversi. La redistribuzione senza produttività è un gioco a somma decrescente.

Il capitolo difesa

C’è poi un capitolo dove l’assenza di modello industriale diventa contraddizione aperta: la difesa. La posizione esposta è: no al 5 per cento Nato, no al fondo Safe perché incentiverebbe “il riarmo nazionale dei 27 eserciti scoordinati”, sì alla difesa comune in astratto. Ma il Safe è debito comune europeo, quello stesso strumento che il Pd rivendica come propria bandiera, e lo ha richiesto anche la Spagna di Sánchez, il modello evocato tre volte nell’intervista. La contraddizione è tutt’altro che formale: è economica e politica. In Germania il pacchetto da 500 miliardi su infrastrutture e difesa, con l’esenzione della spesa militare oltre l’1 per cento dal freno costituzionale al debito, è stato costruito esplicitamente come programma di reindustrializzazione; Rheinmetall che riconverte stabilimenti automotive a Berlino e Neuss, ordini che risalgono la filiera fino a sensoristica, ottica, materiali, semiconduttori di potenza.

Non è militarismo: è la constatazione che il dual-use è oggi il canale più rapido di finanziamento pubblico dell’innovazione, come lo fu la DARPA per internet e il GPS. L’Italia ha in Leonardo, Fincantieri, Avio e in un tessuto di PMI meccatroniche la seconda filiera dual-use del continente, con un moltiplicatore occupazionale stimato sopra 1,7 nella manifattura avanzata. Dire “non spendere di più ma spendere meglio” è una formula ineccepibile e vuota finché non si spiega quali capacità industriali si vogliono costruire in casa e quali comprare altrove. Opporsi al Safe mentre si chiede più debito comune è, letteralmente, rifiutare l’unica politica industriale europea oggi finanziata.

La paura del mercato

Una sinistra di governo non dovrebbe temere il mercato: dovrebbe pretendere che funzioni. Più concorrenza nei servizi protetti, meno rendite, capitale privato mobilitato con regole e non con bonus, un’idea leggibile di dove l’Italia voglia stare nella catena del valore globale. Finché il programma resta un elenco di intenzioni senza prezzo e senza tecnologia, l’alternativa esiste sulla carta ma non prende la linea. Perché quando manca la copertura, appunto, il campo non c’è. E senza campo non si governa: si telefona a vuoto.

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