La guerra in Ucraina e l’isolamento economico hanno trasformato il rapporto tra Russia e Cina, con Putin sempre più dipendente da Xi Jinping
Quando nel 2013 Xi Jinping scelse Mosca per il suo primo viaggio all’estero da presidente cinese, definì il suo omologo russo Vladimir Putin come «un modello» da seguire. A tredici anni di distanza, secondo un’approfondita inchiesta condotta dal Wall Street Journal e basata su fonti dirette, i ruoli si sono ribaltati: il leader russo è diventato il junior partner di una relazione ormai dominata da Pechino, al punto che l’ingombrante vicino orientale starebbe costruendosi con discrezione un ruolo all’interno dello stesso establishment russo. Oltre quattro anni di guerra in Ucraina e isolamento economico hanno accelerato uno spostamento di potere già in atto, trasformando quello che un tempo era un rapporto tra pari in un’alleanza asimmetrica.
Il gasdotto Power of Siberia e il peso delle condizioni cinesi
Il viaggio di Putin a Pechino lo scorso maggio ne è stata la prova più evidente: l’obiettivo principale era ottenere il via libera cinese all’agognato gasdotto Power of Siberia 2, progetto atteso da vent’anni che permetterebbe di aumentare drasticamente le esportazioni energetiche russe e di cui Mosca ha un disperato bisogno. Una delegazione russa, guidata dal capo di Gazprom Alexei Miller, aveva preparato il terreno.
Ma Pechino ha fatto sapere fin da subito che avrebbe firmato solo se la Russia avesse venduto il gas allo stesso prezzo, scontato, praticato sul mercato interno cinese, sensibilmente più basso di quello praticato sui mercati internazionali. Davanti alle obiezioni dei rappresentanti russi, il governo cinese ha preferito mettere le cose in chiaro: non solo ha respinto la richiesta di approvare il gasdotto in questione ma ha anche chiesto di non riproporre il tema fino a che Mosca non fosse stata disposta ad accettare le condizioni cinesi.
La lezione sovietica e la nuova strategia di Xi
Lo storico Sergei Radchenko, docente alla Johns Hopkins University, osserva che Xi sembra aver imparato la lezione degli anni ’60: allora l’Unione Sovietica trattò la Cina da “fratello minore” del blocco comunista, deridendone i contributi tecnologici e ideologici e lesinando il proprio supporto mentre faceva pesare il ruolo sovietico come “faro del comunismo”. In un famoso episodio, nel 1950, quando Mao Tse-tsung visitò Mosca per siglare l’alleanza sino-sovietica, la propaganda sovietica raffigurò il leader sovietico Josif Stalin come leggermente più alto di Mao, pur essendo in realtà più basso del leader cinese — un segnale calcolato di gerarchia e un atteggiamento che Pechino respinse, determinando in ultima analisi la rottura dell’alleanza.
Oggi Xi non ha bisogno di umiliare pubblicamente Putin, conscio del valore del rapporto tra le due superpotenze euroasiatiche, preferendo mantenere le apparenze di un rapporto tra eguali mentre negozia concessioni dietro le quinte.
Ma l’influenza cinese va ben oltre l’energia. Secondo funzionari e diplomatici cinesi, nell’ultimo anno Pechino ha ottenuto che Mosca accettasse lo Yuan come valuta principale della futura banca di sviluppo dell’Organizzazione di Shanghai per l’Asia centrale, un’area che la Russia considera da sempre sua sfera d’influenza. Mosca vi si era opposta per oltre un decennio, ma l’isolamento finanziario l’ha costretta a più miti consigli.
La cooperazione militare rafforza la dipendenza di Mosca
Del resto, però, il sostegno militare cinese alla Russia è sempre più fondamentale e strategico tanto per la Federazione quanto per la Repubblica Popolare. Mosca ha accettato di addestrare i propri soldati in Cina attraverso programmi di training congiunti; Pechino ha firmato joint venture per aprire su suolo cinese, lontano da occhi e droni indiscreti, fabbriche di armi e componentistica utili per la macchina da guerra russa. Non solo: di recente è emerso come Russia e Cina stiano anche coordinando i propri eserciti per stendere una strategia di guerra spaziale congiunta, volta a distruggere – in caso di guerra – il sistema di comunicazione satellitare americano Starlink.
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Una collaborazione che, agli occhi dello Zar, compensa la perdita di autonomia industriale, economica e militare a favore di Pechino. Certo, i rischi derivanti dal lasciare a Xi il coltello dalla parte del manico non possono essere sottovalutati: secondo il Wsj, infatti, la Repubblica Popolare non si starebbe limitando a rendersi indispensabile per la Federazione Russa ma starebbe anche coltivando una fitta rete di contatti e rapporti ai vertici della classe dirigente di Mosca.
Col fine di avere voce in capitolo quando si tratterà di decidere il dopo-Putin. Il “fratello maggiore” cinese, insomma, è discreto ma invadente. Eppure Putin sa di non avere scelta, se vuole avere una chance di vincere la disfida lanciata contro il blocco euro-americano. Così, alle foto di famiglia dell’Anti-Occidente, lo Zar sorride a favore di telecamera ben sapendo che non sarà lui a pagare il panettone.































