Sulle preferenze circa trenta franchi tiratori affondano il testo. Il compromesso raggiunto con Tajani e Salvini smentito in Aula. La premier accusa la «palude» e commenta: «Un’occasione persa per gli italiani»
Sconfitta per un voto. E non si saprà mai di chi perché la votazione era segreta come prevede il regolamento. Peggio di così non poteva andare per Giorgia Meloni: la legge elettorale doveva essere, almeno quella, la firma “riformatrice” della legislatura, l’unica riforma portata a casa delle tre previste nel programma sebbene quella con iter ordinario.
Alle nove di sera non è ancora chiaro cosa succederà nelle prossime ore ma una cosa è certa: la premier ha imbastito l’ennesimo braccio di ferro, io contro tutti e vediamo chi vince.
Aveva fatto la stessa cosa sul referendum ed è andata come è andata, bocciata dal popolo.

Ci ha riprovato tre mesi dopo sulla legge elettorale ed è stata bocciata dai suoi stessi alleati di governo e maggioranza. È una sconfitta ancora più dura perché strutturale, l’avversario è interno e non più solo i retroscena giornalistici. Lo dice il tabellone luminoso dell’aula di Montecitorio alle 19,02: 188 voti contrari all’emendamento Bignami di Fratelli d’Italia sulle preferenze; 187 quelli favorevoli. Per un voto il governo va sotto.
La rabbia della premier
«Basta, stavolta mando tutti a casa, mi sono stufata di questa palude, io non posso galleggiare»: la prima reazione di Meloni nel suo ufficio a Palazzo Chigi mentre era in corso la conferenza stampa del Consiglio dei ministri.
Tornano in mente le parole del sottosegretario Fazzolari subito dopo la scoppola del referendum: «Dobbiamo andare subito a votare». Meloni ci aveva fatto un pensierino.
Poi lo scisma di Vannacci dalla Lega e lo sviluppo dirompente di Futuro Nazionale ha costretto a bloccare le macchine.
Così verso le 21 sembra arrivata a più miti consigli. «Ci abbiamo provato, ha vinto di nuovo la palude. Volevamo introdurre le preferenze dopo oltre trent’anni di liste bloccate. Le opposizioni hanno votato compattamente contro ma anche nella maggioranza sono mancati tanti voti. Per questo serve una riflessione». Quale sarà più chiaro nelle prossime ore.
Il post prima del voto
Di sicuro la premier temeva qualcosa. Verso le quattro del pomeriggio, tre ore prima del “tradimento”, Giorgia Meloni aveva fatto un post social: «L’emendamento Bignami venga votato a scrutinio palese e non con voto segreto. Sfido le opposizioni a non chiedere il voto segreto. Ognuno si assuma la responsabilità del proprio voto e ci metta la faccia davanti agli italiani. Sì alle preferenze. No al voto segreto».
Un post spaventato e di sfida di chi stava annusando l’odore del sangue e della sconfitta. L’ennesimo braccio di ferro finito male. La premier aveva annusato bene.
Le opposizioni chiedono il voto
«Il governo finisce qui la sua corsa, è chiaro che non siete in grado di dare risposte né di risolvere i problemi del Paese, fate tornare i cittadini a votare» dice la segretaria del Pd Elly Schlein. Giuseppe Conte, Maria Elena Boschi, Riccardo Magi, Nicola Fratoianni sono compatti sulla stessa linea.
L’aula è stata a quel punto interrotta, banchi di Fratelli d’Italia sotto shock, il voto era segreto e il traditore potrebbe stare anche tra loro. La capigruppo ha poi deciso di proseguire con la seduta notturna fino a mezzanotte. La legge elettorale va avanti, pare, sapendo che restano ancora oltre cento voti segreti, tra cui il voto finale, e ben tre emendamenti che trattano il tema delle preferenze: quello di Futuro Nazionale per Vannacci che le introduce in modo totale e radicale, quello di 5 Stelle e Italia Viva.
In queste ore si sentono tutti molto tattici. E le strategie abbondano. Compresa quella di far continuare i lavori in seduta notturna come se nulla fosse successo.
La giornata della resa dei conti
Prendiamo la giornata dall’inizio per dire che il finale era in qualche modo noto. Ieri alle 13 era convocata l’aula per la legge elettorale, il Melonellum proporzionale con forte premio di maggioranza (70 deputati e 35 senatori) che Forza Italia e Lega non hanno mai digerito troppo ma alla fine, dopo mesi di tira e molla, se l’erano fatto andare bene.
«Voglio una legge che dia un vincitore chiaro che possa governare cinque anni»: il tormentone narrativo. Poi c’è stato un problema di gola, qualcuno (nella sua maggioranza) la chiama arroganza, altri presunzione.
Meloni infatti, per non farsi rinfacciare a vita di aver tradito un’altra sua promessa – le preferenze un po’ come il taglio mai avvenuto delle accise – ha voluto presentare a tutti i costi un emendamento a prima firma Bignami e poi Lupi (Noi Moderati) e Cesa (Udc) che prevedeva un sistema misto: listini di sette nomi, capolista bloccato e a seguire altri sei candidati eleggibili con le preferenze.
Un sistema misto che tutti gli analisti hanno definito un’arma in più per le segreterie dei partiti e per rafforzare i partiti dal 15% in su.
Forza Italia e Lega non hanno firmato l’emendamento ma ieri mattina, dopo varie riunioni, era uscita una fumata bianca: «Siamo tutti d’accordo, voteremo compatti», le parole e i messaggi rassicuranti delle prime file di entrambi i partiti. Le più protette e tutelate, va detto.
Il sospetto dei peones
È bastato arrivare a Montecitorio, guardare negli occhi e parlare con un po’ di peones di tutta la maggioranza, Fratelli compresi, per capire che l’accordo non c’era proprio. «Vuole forzare? Avrà la risposta», la frase sibilata più e più volte. Alle 15 il presidente Fontana ha dovuto decidere sul voto segreto: le opposizioni lo hanno chiesto, è un loro diritto e il regolamento prevede che sui dossier che riguardano i diritti individuali – la libertà ma anche il diritto di voto – si possa chiedere il voto segreto.
Non per fare «la solita palude». Ma per tutelare il diritto di votare in dissenso dai diktat del proprio gruppo parlamentare, senza vincolo di mandato. «È una questione di rispetto e di trasparenza, non di fare giochi sporchi», ha detto Federico Fornaro (Pd).
La caccia ai franchi tiratori
Sono stati autorizzati 114 voti segreti, compreso il voto finale. A quel punto è cominciata l’attesa. Con un pensiero prevalente sussurrato dalle opposizioni ma anche da deputati di maggioranza:
«Il governo andrà sotto, ai voti delle opposizioni si sommeranno quelli di maggioranza stufi di non essere ascoltati, peggio ignorati».
Le pregiudiziali sul voto palese sono state respinte. Anche i primi voti segreti sono passati lisci con una media di 214 e 217 voti contrari (quelli della maggioranza).
Verso le 19, con un dibattito infuocato in parte dai vannacciani che bocciano come «meticce» queste preferenze ma però le voteranno perché «sono la prova che il Generale fa paura», in parte sul tema dell’abolizione nei fatti dell’alternanza di genere, si arriva all’emendamento 01.1077 a prima firma Bignami.
Presiede l’aula Fabio Rampelli. Aspetta che tutti vadano al loro posto, verifica che funzionino i sistemi elettronici di voto e però il verdetto è quello che è: 187 favorevoli, 188 contrari, per un voto il governo è sconfitto.
I franchi tiratori sono entrati in azione, come previsto. Parte la caccia. Secondo Molinari, capogruppo della Lega, «ci sono stati 31 franchi tiratori e neppure uno della Lega». Partono gli sfottò. «I vostri alleati di Lega e Forza Italia vi hanno tradito» gioisce Ziello.
«La differenza è che noi ci mettiamo la faccia, voi ci mettete qualcos’altro: ci assumiamo la responsabilità di quello che diciamo e che facciamo, voi siete vigliacchi», dice Bignami e sembra francamente sconvolto.
La responsabilità dell’aula è sua. Ma qualcosa è scappato di mano. Secondo il Pd sono qualcuno in più, almeno una quarantina. Nella notte l’aula riprende i lavori. In attesa della riflessione della premier.






























