Due sparatorie mortali in pochi giorni, una in Maine e una a Houston, riaccendono i riflettori sui modi utilizzati dall’Ice e sui limiti dell’agenzia preferita di Trump
Due sparatorie sospette in una settimana. Due morti che vanno ad aggiungersi alle almeno altre sette imputate negli ultimi anni all’Immigration and Customs Enforcement, l’Agenzia federale statunitense per l’immigrazione e il controllo delle dogane nota con l’acronimo Ice. L’ultimo morto c’è stato l’altroieri nel Maine, il penultimo a Houston, in Texas. In entrambi i casi gli agenti dell’Ice hanno aperto il fuoco contro il guidatore di un veicolo fermo durante un controllo stradale nel corso di un’operazione di espulsione. Il deceduto nel Maine è un colombiano di 26 anni, stando alla stampa americana regolarmente negli Stati Uniti con un permesso di lavoro.
Una storia simile a molte delle altre che hanno visto coinvolta l’agenzia più contestata negli States. Quella su cui il presidente Donald Trump ha spinto di più dall’inizio del suo secondo mandato. E contro la quale si è scatenato un vasto e generalizzato moto di protesta in quasi tutti gli stati.
Come di consueto, anche nel caso della sparatoria nel Maine l’Ice si è presto chiusa a riccio, difendendo l’operato, ancora molto opaco, del suo agente. Stando all’agenzia, infatti, l’uomo ucciso avrebbe «tentato di fuggire a bordo di un veicolo in direzione dell’agente» che ha poi aperto il fuoco. La stessa giustificazione data in molti casi simili. Ma che stenta a convincere un’opinione pubblica che guarda con sempre maggior timore alla violenza degli agenti dell’immigrazione di Trump e alla percepita impunità.
Le accuse sull’uso della forza contro i manifestanti
L’organizzazione Physicians for Human Rights, a tal proposito, ha pubblicato, con tempistiche certamente non casuali, un report molto dettagliato e sviluppato in congiunzione con l’università di Berkeley riguardante gli effetti delle tecniche di dispersione della folla impiegate negli ultimi tempi dall’Ice. Evidenziando 412 episodi di «uso improprio» di armi per il controllo della folla tra giugno 2025 e maggio 2026.
Uso improprio che ha provocato danni anche seri ai manifestanti contro i quali sono stati impiegati questi strumenti. A tal riguardo, il rapporto ha documentato 203 feriti dovuti direttamente alle tecniche alle “armi” impiegate dall’Ice in occasione di manifestazioni e proteste. Tra le lesioni riscontrate le principali sono state cecità, traumi cranici, lacerazioni, fratture e contusioni anche molto gravi.
Che si tratti di uccisioni in casi sospetti o di violenza ingiustificata contro manifestanti, sia essa derivante da incompetenza o da qualcos’altro, è chiaro che l’Ice sta operando ormai da diverso tempo in maniera non proprio consona.
Che l’agenzia stia utilizzando metodi non conformi a quelli che ci si aspetterebbe da un ente federale la cui importanza è comunque molto rilevante e i cui mezzi sono decisamente imponenti. Per il momento, però, poco o nulla è stato fatto per tenere a freno questa tendenza interna all’organizzazione.
Le prove sui casi del Minnesota riaprono il tema della trasparenza
Su questo fronte forse l’unica buona notizia è che, a sorpresa, ai procuratori del Minnesota che stanno indagando sulle morti di Renée Good e Alex Pretty, rispettivamente uccisi in un incidente con l’Ice e con gli agenti della dogana, sono state fornite ieri le tanto richieste prove necessarie a ricostruire un quadro coerente degli eventi.
Le nuove prove includono l’auto di Good, le sue dichiarazioni, i video delle telecamere indossate dagli agenti. Oltre ad altre prove che i funzionari federali avevano precedentemente occultato in relazione agli omicidi. Prove che potranno finalmente permettere ai procuratori di investigare con accuratezza quei casi, che al tempo provocarono indignazione in tutto il Paese.
«Ottenere queste prove è stata una priorità per noi sin dal 7 gennaio, il giorno in cui Renée Good è stata uccisa a colpi d’arma da fuoco», ha fatto sapere commentando la notizia la procuratrice della contea di Hennepin, Mary Moriarty. Prima di aggiungere in tono piccato che la consegna delle prove «è una richiesta che la nostra comunità avanza giustamente da sei mesi».
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Nonostante il ritardo, però, si tratta certamente di un passo avanti. Un passo che non cancella le ombre accumulate dall’Ice negli ultimi mesi. Né risponde alle molte domande ancora aperte sulla gestione delle operazioni di controllo e di espulsione. Ma che potrebbe rappresentare un primo segnale: quello che, anche a fronte della crescente contestazione pubblica, la richiesta di trasparenza e responsabilità non può più essere ignorata.






























