Sul National Mall la festa per i 250 anni degli Stati Uniti mette in scena l’America immaginata dal presidente. Ma tra Reflecting Pool, Lafayette Park e musei Smithsonian, Washington appare recintata e militarizzata
La parola più visibile è «Freedom». Libertà. È scritta sui pannelli che circondano la Great American State Fair, la grande fiera patriottica voluta da Donald Trump sul National Mall di Washington per celebrare il 4 luglio e i 250 anni degli Stati Uniti. Ma è la libertà tenuta a bada. Spinta dietro quel “benvenuti in Arica. Ma comportatevi bene con cui il presidente ha annunciato l’arrivo del passaporto con la sua effige. Liberi, ma con i militari intorno.
La festa della libertà si svolge dietro recinzioni, transenne, controlli e soldati.
Il Lincoln Memorial Reflecting Pool è chiuso al pubblico. Lafayette Park, appena a nord della Casa Bianca, è recintato. La stessa fiera, con i padiglioni dedicati ai cinquanta Stati e ai territori americani, è circondata da barriere così estese da rendere complicato raggiungere alcuni musei Smithsonian e una vicina stazione della metropolitana.
Trump, però, rivendica la trasformazione della capitale. «Good Morning from the Pool!», ha scritto sui social, pubblicando l’immagine di tre soldati schierati davanti alla vasca del Lincoln Memorial.
L‘eta dell’oro di Trump
Nel progetto di Trump, Washington deve essere «abbellita» in vista delle celebrazioni per l’Indipendenza americana e per il semiquincentenario degli Stati Uniti. Nella pratica, ampie zone della città sono diventate un cantiere o un campo sorvegliato.
Il presidente ha messo la sua impronta sulla Great American State Fair: sedici giorni di eventi, una ruota panoramica alta 33 metri, padiglioni degli Stati, rodei, bande militari, musei mobili con video generati dall’intelligenza artificiale e una replica in scala dell’arco trionfale che Trump vorrebbe costruire a Washington.
All’inaugurazione ha parlato dell’«inizio dell’età dell’oro dell’America». Ma intorno alla festa, l’immagine è meno trionfale: barriere, cantieri, accessi chiusi, National Guard.
Il caso del Reflecting Pool
Il simbolo più evidente è il Reflecting Pool, la lunga vasca davanti al Lincoln Memorial. Trump ha ordinato lavori di rifacimento che, nelle sue intenzioni, avrebbero dovuto restituire all’acqua un colore «blu bandiera americana». Ma il progetto è diventato un caso.
Secondo il New York Times, il costo dell’intervento è salito da 1,8 milioni a 14,7 milioni di dollari di fondi pubblici. L’amministrazione ha assegnato contratti senza gara a due società e una ditta legata a un donatore di Trump ha ottenuto anche un contratto per il sistema di purificazione dell’acqua.
Quando sono apparse immagini del rivestimento che si staccava e dell’acqua diventata verde, Trump ha accusato i vandali. Ha parlato di alghe «prodotte criminalmente» e minacciato pene fino a dieci anni di carcere per chi danneggia i monumenti nazionali.
Il post su truth
Scrive Trump sul suo Truth. «La Reflecting Pool, che ha subito gravi danni a causa dei vandali e della feccia della sinistra radicale che odia il nostro Paese, è tornata pienamente in funzione da due giorni. È bellissima!
Dopo il 4 luglio svuoteremo la vasca, ripareremo i danni fatti al costosissimo rivestimento impermeabile, con l’uso di coltelli affilati e forza fisica, compreso lo squarcio di 350 piedi lungo il lato destro, e la faremo tornare bella com’era due settimane fa, quando era assolutamente perfetta».

«Tutto questo avverrà molto rapidamente. La sicurezza sta sorvegliando con grande attenzione gli altri quasi 70 monumenti, statue e fontane che abbiamo ristrutturato in tutta Washington D.C. Se qualcuno li attacca, rischia fino a 10 anni di carcere. In ogni caso, andate a vederla: la Reflecting Pool è magnifica. Grazie per l’attenzione su questa questione». Siete liberi di farlo. Guardati a vista.
L’America in vetrina
Dentro le recinzioni, la Great American State Fair mette in scena l’America secondo Trump.
Ogni Stato ha il suo padiglione, con installazioni immersive dedicate a paesaggi, storia e identità locali. L’Arizona porta i visitatori tra le luci dell’Antelope Canyon e il deserto di Sonora. Il Montana propone uno scavo paleontologico. La Florida esibisce agrumi e mini golf. L’Oklahoma ricrea profumi e vento delle grandi praterie.
Ci sono rodei, cavalieri messicani charros, cavalli terapeutici, bande militari, incontri pubblici con figure vicine all’amministrazione e i Freedom Trucks, musei itineranti che raccontano la fondazione degli Stati Uniti attraverso contenuti digitali e immagini generate dall’intelligenza artificiale.
Non tutti gli Stati, però, hanno voluto esserci. Washington, Massachusetts, Illinois, North Carolina e Connecticut hanno rinunciato a organizzare i propri stand, ufficialmente per ragioni economiche. L’Oregon ha parlato invece di un evento diventato più partigiano di quanto promesso.
La libertà dietro le barriere
La Great American State Fair non è solo una festa nazionale. È una scenografia politica. Trump celebra il 4 luglio e l’America dei 250 anni con il lessico della libertà, ma lo fa in una capitale recintata, sorvegliata, militarizzata. I monumenti che dovrebbero incarnare apertura, memoria e democrazia restano chiusi al pubblico proprio mentre vengono usati come fondale per il racconto presidenziale.
La festa dell’America, nell’estate di Trump, promette libertà, ma la mette dietro i cancelli. Bella, irraggiungibile, il sogno americano da lontano.
































