2 Luglio 2026

Direttore Editoriale: Alessandro Barbano

2 Lug, 2026

Presidenza Ue, se i leader europei pensano solo ai sondaggi

La nuova presidenza Ue dell’Irlanda arriva in un momento segnato da tensioni geopolitiche, conflitti istituzionali e fragilità politiche nazionali, un periodo difficile da gestire con dei leader preoccupati solo dei sondaggi


Le presidenze di turno dell’Unione europea non dicono molto alle opinioni pubbliche continentali e sembrano passaggi per addetti ai lavori. Eppure, le presidenze semestrali hanno un ruolo rilevante nell’organizzare i lavori comunitari e nel fornirvi anche impulso politico. La presidenza che si è conclusa, quella cipriota, è stata poi anche al centro di delicate questioni geopolitiche, considerato il livello di destabilizzazione dell’area mediorientale e del Golfo.

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Da ieri il testimone è passato all’Irlanda e già su questo punto ci sarebbero parecchie cose da ricordare. Basti pensare che pur essendo decisivo in questa fase il tema della difesa continentale e delle potenziali future difficoltà di fronte al progressivo disimpegno statunitense, non solo Dublino è uno dei quattro Paesi Ue non membri Nato, ma è sostanzialmente priva di forze armate e ha un bilancio destinato alla difesa di circa lo 0,2% del suo Pil.

La presidenza irlandese tra difesa e contraddizioni

Sarà la Marina francese a garantire la sicurezza delle riunioni dei vertici Ue e dei capi di Stato e di governo nei prossimi sei mesi. Ma non di sola difesa si nutrono le potenziali contraddizioni di questa presidenza irlandese. Cosa dire della legislazione speciale che permette ai giganti del tech statunitense di utilizzare il territorio irlandese per lucrare sulla tassazione nello spazio europeo? Nel potenziale nuovo braccio di ferro tra Trump e l’Ue, la verde Irlanda rischia di essere il vero “ventre molle” del Continente.

Già queste episodiche considerazioni potrebbero essere sufficienti per commentare l’apertura di un semestre potenzialmente contraddittorio e con una road map (soprattutto sul delicatissimo tema del bilancio 2028-2034) piena di incognite. Ad un quadro che nella contingenza già risulta complicato si deve poi aggiungere una doppia preoccupante tendenza di natura più strutturale.

Spesso il dibattito tra gli addetti ai lavori che tentano di spiegare il processo di integrazione si concentra su una sorta di doppia evoluzione. Dimensione intergovernativa e dimensione sovranazionale o comunitaria tendono ad essere contrapposte, con i cosiddetti “nazionalisti” che privilegiano la prima e i “federalisti” che si fanno paladini della seconda. Nei settantasei anni trascorsi dalla Dichiarazione Schuman, l’evoluzione storica ha mostrato al contrario che i passaggi più riusciti sono stati quelli caratterizzati da un mix virtuoso tra le due dimensioni.

La lezione del decennio Delors

Basti pensare, solo per fare un esempio, al decennio di Delors presidente della Commissione europea. Da una parte lo statista francese ha contribuito a rendere molto più centrale il ruolo delle istituzioni comunitarie, nello specifico della Commissione. Dall’altra l’ex ministro dell’Economia di Mitterrand ha lavorato mano nella mano con i principali governi europei, facendo attenzione a coinvolgere le principali leadership dell’epoca (si pensi allo stesso Mitterrand, a Kohl ma anche ad Andreotti, Thatcher, Gonzalez, ecc..) negli storici passaggi di Maastricht, della riunificazione tedesca e della moneta unica.

Il nodo sul quale occorre riflettere oggi è che tutte e due le direttrici sembrano in oggettiva difficoltà e la loro potenziale sommatoria origina una debolezza. È sufficiente osservare nel dettaglio alcuni punti particolarmente significativi. Uno dei refrain più ripetuti è che l’Ue non possiede una politica estera comune. Tutto vero, ma anche piuttosto sterile continuare a ripeterlo. Più interessante è notare cosa sta accadendo in queste settimane all’interno delle istituzioni europee.

Nient’altro che una lotta fratricida tra Kaja Kallas e Ursula von del Leyen, cioè tra l’Alto rappresentante per la politica estera e di difesa e la presidente della Commissione proprio su chi debba gestire la politica estera dell’Ue. Come prevedono i trattati l’Alto rappresentante e il presidente del Consiglio europeo (Antonio Costa)? O l’accentratrice presidente della Commissione von der Leyen? Già nel costituire la sua nuova Commissione, la stessa von der Leyen aveva fatto di tutto per sottrarre competenze a Kallas.

La Commissione accentra il potere

L’istituzione di una nuova Dg Mediterraneo e di un nuovo posto di commissario alla Difesa sono gli esempi più emblematici. Ora Kallas sta cercando di reagire, con la nomina di due pesi massimi, uno come nuovo segretario generale del Servizio esterno dell’Ue (l’ex ministro della difesa olandese Kajsa Ollongren) e l’altro come vicesegretario generale per sicurezza e difesa (David Cvach, già potente ambasciatore francese alla Nato). Nel concreto però sino ad oggi le reali leve della politica estera comunitaria sono nelle mani della Commissione.

Commercio, politica di sviluppo, aiuti umanitari e adesso anche industria della difesa e Mediterraneo allargato sono sotto il controllo di von der Leyen. Kallas tenta uno strenuo colpo di mano? Il mondo brucia e il pilastro sovranazionale si ripiega nella lotta fratricida interna?

Se dal sovranazionale passiamo all’intergovernativo il quadro non migliora. L’istantanea più recente è senza dubbio quella del formato E5 nella sua ultima riunione di Berlino. Quattro Paesi dell’Ue, più il Regno Unito, l’avanguardia di quei “volenterosi” che sono stati dalla loro prima riunione voluta da Macron il simbolo della risposta almeno plausibile al disimpegno trumpiano dal Vecchio Continente e più in generale dall’Occidente euro-atlantico.

Leadership europee sempre più fragili

Ebbene guardando quella “pentarchia” è impossibile non notare che la componente inglese rappresentata da Starmer era ai saluti e verrà probabilmente sostituita da un leader del quale sappiamo poco o nulla sulla sua postura internazionale. Ad oggi Andy Burnham ha parlato solo ed esclusivamente di politica interna britannica ed è parso più interessato alla competizione tra sud e nord dell’Inghilterra che all’Ucraina e alla autonomia strategica del continente europeo. La componente francese, senza dubbio quella più creativa, è rappresentata da un Macron non solo in uscita.

Macron è del tutto incapace di dare continuità al suo doppio mandato presidenziale e ad oggi l’unica certezza è quella di un ballottaggio presidenziale con presente almeno una delle forze radicali che da anni dominano la politica transalpina. Tusk e Meloni sono attesi dal voto del 2027 e sono entrambi sfidati alla loro destra da forze ultranazionaliste e antisistema. Nel caso italiano poi la coalizione che secondo i sondaggi potrebbe chiudere l’esperienza governativa di Meloni è proprio sui temi internazionali un coacervo di contraddizioni e posizioni inconciliabili.

Quanto a Merz, già a settembre il voto in alcuni Lander orientali, potrebbe certificare la fine della sua inconsistente leadership. In definitiva accanto ad un “sovranazionale inqualificabile” troviamo un “intergovernativo inaffidabile”. Come pensare di uscire da una situazione di questo genere?

Ripartire da una comunità di destini

Di ricette pronte all’uso non ne esistono se non un generico quanto indispensabile richiamo al comune senso di responsabilità e all’idea che mai come in questa congiuntura sia fondamentale ripartire da una domanda chiave: crediamo nell’Europa come comunità di destini? Se la risposta è affermativa, occorrerà però riempirla di significato concreto. I protagonisti della dimensione sovranazionale dovranno mettere da parte personalismi e ambizioni per edificare concretamente una proiezione di politica estera dell’Ue.

Le opinioni pubbliche europee, dal canto loro, dovranno riflettere sulle loro scelte elettorali partendo da una considerazione semplice quanto fondamentale: la scelta dell’urna a Parigi o a Roma o a Varsavia ha oramai riflessi decisivi per tutto lo spazio continentale. Dublino e il suo semestre avranno un senso se dimensione sovranazionale e dimensione intergovernativa torneranno a costituire un mix virtuoso fatto di leadership proiettate al di là dell’ultimo sondaggio e opinioni pubbliche disposte a bandire polarizzazione e guerra civile e permanente. In caso contrario il futuro è già scritto: una inesorabile e nemmeno più troppo lenta decadenza.

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