Bufera sul concorso di ottobre: oinvolti Csm, Tar e il ministro Nordio; sulle prove c’è l’ombra di tracce “suggerite” e controlli blandi
Candidati che urlano, commissari contestati, prove sospese, capannelli nei padiglioni della Nuova Fiera di Roma, chat WhatsApp finite sotto la lente, presunte fughe di notizie, esposti al CSM, istanza di annullamento, ricorsi al Tar, lettere al ministro Nordio e interrogazioni in Parlamento. Un finale che nessuno avrebbe immaginato per il concorso da 450 posti di magistrato ordinario, bandito il 22 ottobre 2025 e celebrato a Roma dal 24 al 26 giugno. Il primo dopo il referendum sulla giustizia. Quello che avrebbe dovuto restituire fiducia nelle istituzioni rischia invece di lasciare in eredità un interrogativo pesantissimo: i futuri magistrati sono stati selezionati con una procedura davvero impermeabile a qualsiasi sospetto?
I numeri raccontano già da soli la durezza della selezione. Quattordicimila domande, 7.200 candidati effettivamente seduti ai banchi della Nuova Fiera di Roma. Alla fine delle tre giornate, però, soltanto 2.800 hanno consegnato tutti gli elaborati. Gli altri si sono ritirati. C’è chi si è arreso davanti a tracce considerate tra le più difficili degli ultimi anni e chi, invece, racconta di aver lasciato indignato per protesta.
I controlli
Per chi frequenta da anni il concorso in magistratura c’è un particolare che salta agli occhi. Fino allo scorso anno l’accesso ai padiglioni sembrava quello di una base militare. Borse rigorosamente trasparenti. Cellulari proibiti. Panini aperti per verificarne il contenuto, bottiglie ispezionate. Persino gli assorbenti passavano sotto verifica. Codici sfogliati pagina per pagina. Polizia penitenziaria ed esercito ovunque. Il messaggio era semplice: della correttezza del concorso non ci si limita a fidarsi, la si costruisce con controlli quasi ossessivi. Quest’anno, raccontano decine di candidati, il clima sarebbe stato completamente diverso. Controlli ridotti al metal detector.
Verifiche molto meno rigorose. Personale con telefoni cellulari. Bagni senza accompagnamento. Lunghe file prive di sorveglianza costante. Circostanze tutte da verificare, ma che costituiscono il contesto nel quale nasce la contestazione. Secondo la procedura le tracce devono essere predisposte dalla commissione la mattina stessa della prova, quindi sorteggiate e dettate ai candidati per impedire qualsiasi fuga di notizie. E invece qualcosa sarebbe andato storto. Nel padiglione 3 alcuni candidati sostengono di avere visto sul tavolo della commissione una traccia relativa al diritto penale mentre ancora si stava svolgendo la prova di diritto civile. Altri riferiscono di avere sentito discutere proprio dell’argomento destinato al giorno successivo. Poi iniziano a circolare le chat.
Il giallo delle tracce
La sera prima della prova di penale, in gruppi WhatsApp privati compare un riferimento preciso: devastazione e saccheggio. Il mattino successivo quella traccia figura effettivamente tra quelle predisposte dalla commissione. Non verrà estratta, è vero. Ma per molti candidati quel dettaglio non cancella il sospetto. Se qualcuno conosceva in anticipo anche una sola delle tracce predisposte, sostiene chi protesta, disponeva comunque di un vantaggio rilevante. Il terzo giorno la tensione esplode definitivamente.
Prima della prova di diritto amministrativo cominciano a circolare altre indiscrezioni riguardo a una possibile traccia sull’accesso civico. Nel padiglione 6 viene rinvenuta una sentenza del Consiglio di Stato proprio su quell’argomento. La prova viene ritardata di quasi un’ora. Nei padiglioni si formano gruppi di candidati che chiedono spiegazioni, pretendono la verbalizzazione degli episodi e domandano l’immediata sospensione del concorso fino agli accertamenti. Qualcuno piange. Qualcuno urla. Molti decidono di ritirarsi. La commissione, presieduta dall’ex presidente della Corte d’Appello di Bari Francesco Cassano, decide invece di proseguire. Una scelta che non convince una parte consistente dei partecipanti. «Prima si accerta, poi eventualmente si continua», ripetono i candidati. «Così si rischia di compromettere irrimediabilmente il concorso». Da quelle ore convulse nasce l’iniziativa di quattro distinti gruppi di concorsisti: esposti al CSM, istanze di annullamento della procedura e successivi ricorsi davanti al Tar, in attesa degli accertamenti della magistratura.
Il caso arriva in Parlamento
Il caso è ormai arrivato anche in Parlamento. «Quello che è emerso è molto grave e alimenta il forte sospetto che nella gestione delle prove vi sia stata una inaccettabile superficialità», afferma la deputata del Movimento 5 Stelle Valentina D’Orso, capogruppo in Commissione Giustizia. D’Orso ha presentato un’interrogazione al ministro Nordio chiedendo di chiarire se quanto denunciato trovi conferma, quali verifiche siano state effettuate per garantire trasparenza e regolarità. Parallelamente, al ministro è stata inviata una lettera firmata da candidati che chiedono di fare piena luce sull’accaduto. Allo stato, nessuna delle contestazioni costituisce una prova definitiva di irregolarità. Ma non stiamo parlando di un concorso qualsiasi. Stiamo scegliendo chi dovrà decidere sulla libertà delle persone, sulla responsabilità di un imprenditore, sull’affidamento di un figlio, sul fallimento di un’azienda, sull’assoluzione o sulla condanna di un imputato.































