Lo storico del cristianesimo e docente al Trinity College Massimo Faggioli commenta lo stato della Chiesa, l’appello del Papa ai lefebvriani e il concistoro
«Unità e pace sono le due parole d’ordine del pontificato di Leone. Sono temi agostiniani. Per il Papa, l’unità nella Chiesa è la condizione preliminare per essere al servizio della pace». Massimo Faggioli, storico del cristianesimo, docente al Trinity College di Dublino, è autore del libro Leone XIV e la Chiesa globale (Morcelliana 2026).
L’appello di Papa Leone ai lefebvriani va inserito nel quadro di questa ricerca di globalità e unità della Chiesa?
«La questione lefebvriana si trascina da oltre quarant’anni. Leone ha fatto quello che doveva fare: degli appelli senza ricorrere ai metodi straordinari tentati dai suoi predecessori. Con Francesco si è preso atto che questi metodi erano non solo inutili, ma controproducenti».
E ora cosa succederà?
«Non credo che i lefebvriani rinunceranno ai loro propositi, ormai quella è una chiesa parallela. Il punto è capire cosa succederà ora all’interno della Chiesa cattolica tra coloro che nutrono simpatie per i lefebvriani. Non è chiaro se ci sarà una commissione vaticana per invitarli a ritornare all’ovile. Non dobbiamo dimenticare che Leone è un canonista di formazione: non ha interesse a mostrarsi debole sulla questione del Vaticano II, che è la vera questione lefebvriana».
Nei giorni scorsi i cardinali si sono riuniti in un concistoro straordinario: al centro c’era una riflessione su come “mettere a terra” il messaggio di pace del Papa. Anche nella Chiesa si avverte il rischio che l’appello alla pace rimanga vuoto?
«C’è una questione su cui il Papa insiste molto: non si può usare un linguaggio religioso e teologico per giustificare la guerra. Su questo c’è unità nella Chiesa. Invece, la questione su cui il Papa ha cominciato ad ascoltare i cardinali e ha aperto un dibattito interno è la dottrina della guerra giusta. La maggior parte dei cattolici europei la vede come l’alibi per fare la guerra. Negli Stati Uniti, al contrario, la dottrina della guerra giusta è vista anche dai cattolici progressisti come un argine alla “guerra facile” o alla guerra santa. Con il concistoro il Papa vuole certo che i cardinali si facciano portavoce di quello che lui ha detto, ma si tratta anche di un modo per cominciare a fare sintesi su alcune questioni su cui una sintesi, al momento, non c’è».
Papa Francesco come si era comportato?
«Nei primi due anni aveva consultato i cardinali. Poi si era accorto che c’era una significativa opposizione da parte di alcuni porporati di peso e per questo smise di consultare il concistoro. Ora invece i cardinali vengono consultati regolarmente, anche perché questo era uno dei desiderata espressi nel conclave dello scorso anno».
Dal punto di vista dottrinale il cristianesimo offre molti strumenti per distinguere tra guerra giusta e guerra ingiusta o tra, ad esempio, aggressione e difesa. La tendenza di Leone su questi temi qual è?
«Il Pontefice ha espresso posizioni diverse da Francesco, specialmente sull’Ucraina, sostenendo con gesti chiari la guerra difensiva di Kiev. Sul piano dottrinale, la questione ha a che fare con la rivoluzione tecnologica di cui parla l’enciclica Magnifica Humanitas: nel Novecento il problema relativamente alla guerra giusta era la bomba atomica. Oggi invece c’è una guerra condotta in modo transumano, il che rende rende problematico il tema della responsabilità morale di chi agisce. Inoltre, la dottrina della guerra giusta nasce quando a fare le guerre erano imperi e stati. Oggi non è più sempre così. Papa Leone è un agostiniano e conosce bene il pensiero di Agostino sulla guerra e sulla politica. Agostino è un pensatore realista, non si illude che la natura umana sia capace di correggersi da sola e vivere in pace da sola. È un tratto realista che ritroviamo nel pontificato di Leone».
Nel corso del concistoro il cardinale Fernandez ha accusato l’Europa di applicare un doppio standard sulle guerre. Il riferimento non troppo velato era alla Russia e a Israele. Ieri Pizzaballa è tornato sulla crisi umanitaria di Gaza. La questione mediorientale è un altro fattore divisivo all’interno della Chiesa?
«Lo è sicuramente più di una volta. Quella di oggi è una Chiesa sempre meno guidata dall’Occidente, dai suoi dogmi politici e anche dalle sue ipocrisie. Fernandez è uomo del sud del mondo, la cui chiesa si è stancata di assistere al doppio standard per cui le violazioni dei diritti umani commesse dagli stati del nord del mondo sono meno gravi. La Chiesa globale di oggi sta alzando la voce su queste questioni, accentuando una tendenza che si era già vista con Francesco. Le chiese africane, ad esempio, sono molto consapevoli del loro peso demografico e ipersensibili ai tentativi della cultura europea di mantenere un certo controllo. D’altro canto, va detto che quando si tratta degli interventi cinesi in Africa si sentono molte meno voci che gridano al colonialismo. Quindi direi che c’è un’ipocrisia a doppio senso di marcia. E la Chiesa cattolica, proprio per la sua natura globale e ugualitaria, è l’organizzazione in cui queste diverse posizioni vengono alla luce con più evidenza, mentre in altre organizzazioni internazionali il peso specifico delle nazioni è determinato, ad esempio, dal Pil o dalla potenza militare».
Leone e la Chiesa globale è il titolo del suo ultimo libro. Per riportare al centro del dibattito l’unità e la globalità della Chiesa era necessario un Papa nordamericano, visto lo smaccato antioccidentalismo di Francesco?
«Papa Francesco aveva rotto il tabù di una Chiesa non dominata dall’occidente. Leone ha rotto un altro tabù: il fatto che non si potesse pensare a un Papa dagli Stati Uniti. Prima pensavamo che ci fosse una particolare predisposizione antiamericana o post-europeo in Francesco. Ma l’elezione di Leone mostra che non si trattava tanto di un pregiudizio personale del Papa gesuita, quanto di una condizione del nostro tempo. Quello che una volta era un fattore di stabilità nel mondo, gli Stati Uniti, ora rappresentano un elemento di instabilità. Si credeva che la provenienza statunitense potesse legare le mani al Papa, vincolandolo a conflitti d’interessi o a una “doppia lealtà”. Ma fin dal primo anno di pontificato abbiamo visto che, proprio per la sua provenienza, Leone ha potuto prendersi libertà che altri non avrebbero potuto prendersi, come andare a Lampedusa il 4 luglio. È un momento storico interessante, perché oggi non è chiaro cosa siano gli Stati Uniti. Inoltre, si riapre la questione di cosa voglia dire cattolicesimo. È una cosa su cui si gioca il futuro della chiesa più grande al mondo. Il Papa americano ha chiavi interpretative uniche: la sua provenienza lo ha liberato, non ingabbiato come si temeva».

































