30 Giugno 2026

Direttore Editoriale: Alessandro Barbano

30 Giu, 2026

Leonardi: «Il vero lascito del Pnrr? Ha insegnato allo Stato a spendere»

Marco Leonardi

L’economista Marco Leonardi, ordinario alla Statale di Milano, fa un bilancio dei cinque anni di Pnrr, tra eredità da raccogliere e occasioni sprecate


«Sul Pnrr ci sono visioni molto polarizzate: c’è chi dice che niente ha funzionato e chi dice che tutto è andato alla perfezione. Come spesso accade, la verità sta nel mezzo». Il giudizio di Marco Leonardi – ordinario di economia politica alla Statale di Milano, capo del Dipartimento per la Programmazione e il Coordinamento della Politica Economica (DIPE) della Presidenza del Consiglio dei Ministri durante il governo Draghi – su questi cinque anni di investimenti è equilibrato: «È difficile spiegare al cittadino comune cosa ha lasciato il Pnrr. Scuola, sanità e trasporti non sono migliorati sensibilmente».

E quindi cosa ci lascia di buono il Piano di ripresa e resilienza?

«L’impatto sull’amministrazione e sulle infrastrutture. È un’eredità potenzialmente molto importante».

Partiamo dall’eredità amministrativa.

«Dal 2008 l’Italia ha avuto un grande problema di bassa spesa per gli investimenti pubblici, a cui è ascrivibile la scarsa crescita. Le amministrazioni non volevano e non sapevano spendere. Il Pnrr ha sbloccato la capacità di spesa dei ministeri e degli enti locali sugli investimenti pubblici».

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In che modo lo ha fatto?

«Anzitutto ha catalizzato l’attenzione politica. Poi ha cambiato il sistema di spesa: il Pnrr, che è un fondo straordinario, non funziona come i fondi ordinari, basati su una programmazione settennale. Il Pnrr ha rate di sei mesi e questo ha cambiato molto le modalità di funzionamento anche delle amministrazioni locali. Questo fa sì che la spesa sia più regolare, più controllata e consapevole. Inoltre, il Pnrr ha allineato gli incentivi dei comuni e della ragioneria dello Stato».

Può spiegare?

«Prima, nei fondi ordinari, l’incentivo era risparmiare; con il Pnrr è diventato spendere, tanto per i Comuni quanto per la ragioneria generale dello Stato. Qualcosa di analogo è successo nell’allineamento degli incentivi dei Comuni e delle imprese appaltatrici. Nei fondi ordinari, il Comune fa l’appalto, l’impresa lo vince, mettendo a riserva i soldi dell’anticipo e cercando di prolungare i lavori per avere altri soldi. Con il Pnrr l’impresa non può più fare riserva sperando di avere altri finanziamenti, perché ha delle scadenze rigide da rispettare».

In generale le amministrazioni locali sono quelle rimaste più soddisfatte dall’esperienza del Pnrr.

«Perché oltre all’allineamento Comune-Ragioneria e Comune-Imprese è anche cambiato il ciclo finanziario. Nel normale ciclo finanziario dell’investimento pubblico, l’impresa appaltatrice ha un piccolo anticipo, fa riserva e cerca di avere altri soldi per concludere i lavori. Il Pnrr, invece, dà finanziamenti fino al 90% a Comuni e imprese per fare tutto in tempi brevi. Non ti blocca un avanzamento dei lavori. Si tratta di una vera riforma, tanto che la Commissione europea sta pensando di introdurre questo metodo anche nella programmazione ordinaria».

L’altra eredità a cui faceva riferimento è quella infrastrutturale.

«Pensiamo alle molte tratte che sono state realizzate grazie al Pnrr e che, senza, non sarebbero mai state fatte. Poi, certo, ci sono disagi ferroviari dovuti ai cantieri Pnrr. Ma si sa da anni che ci sarebbero stati questi cantieri e non si è voluto intervenire, ad esempio riducendo la frequenza dei treni».

Il Pnrr nasceva con l’obiettivo, oltre che di spingere la crescita, anche di investire su formazione e sanità. Perché in questi settori non si sono raggiunti i risultati sperati?

«L’intento trasformativo del Pnrr sulla scuola riguardava, ad esempio, l’edilizia scolastica. Quella in gran parte si è fatta. Poi però c’era la riforma sull’assunzione e la stabilizzazione degli insegnanti. Su questo, purtroppo, non si è fatto nulla e la scuola di oggi è identica a quella di cinque anni fa. Dobbiamo poi ricordarci che i progetti Pnrr su scuola, lavoro, sanità e turismo sono tutti pensati, scritti e approvati durante il Covid. Quei progetti andavano adattati ai tempi nuovi, erano progetti da riformare, invece il governo ha preferito fare altre revisioni del tutto fallimentari come industria 5.0».

Non c’è stata la volontà politica di impiegare i fondi Pnrr in settori strategici?

«Faccio degli esempi: il governo ha fatto dei tentativi per inserire nel Pnrr la riforma ferroviaria delle agenzie del materiale rotabile, la cosiddetta ROSCO, e non è andata bene. Poi ha provato a metterci il Piano casa e anche in quel caso non è andata bene. Sarebbe stato molto importante inserire queste due riforme nel Pnrr e la Commissione ha sempre concesso tutto. Non si è fatto perché le forze di maggioranza non sono riuscite a trovare l’accordo tra loro».

Insomma, il modo in cui sono stati impiegati – o non impiegati – i fondi del Pnrr restituisce la fotografia di un processo riformatore che procede a fatica.

«Tutte le volte che il governo Meloni ha provato a inserire riforme radicali nel Pnrr, ha mancato sempre l’obiettivo. Questo non per colpa dell’Europa, ma del governo. Industria 5.0, la ROSCO e il Piano casa sono tutte riforme che sono state prima inserite nel Pnrr e tolte subito dopo. Questo è incredibile».

Negli ultimi quattro anni il Sud è cresciuto più del Nord. Merito degli investimenti Pnrr?

«Sicuramente. A favorire il Sud ha contribuito anche la diminuzione del costo del lavoro, perché è vero che al Sud il Pil cresce più che al Nord, ma è anche vero che nel Mezzogiorno i salari reali scendono più che al Nord».

E ora che il Pnrr è finito cosa succede?

«Se è vero che rimane l’eredità amministrativa di cui abbiamo parlato, e se i fondi di coesione suppliranno alla fine del Pnrr, credo che il Sud abbia una possibilità. C’è un paper di Bankitalia che mostra come i tempi di assegnazione degli appalti pubblici si è ridotta più al Sud che al Nord. Gli asili, poi, sono stati costruiti e ora il Sud ha tanti posti asilo quanto il Nord, 25 posti ogni 100 bambini. Poi, certo, bisognerà capire se funzioneranno come al Nord, ma almeno, intanto, sono stati costruiti».

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