La Commissione per la libertà religiosa, creata dal presidente Donald Trump a maggio dell’anno scorso, ha pubblicato un rapporto di oltre 220 pagine in cui si sostiene che la separazione tra Stato e Chiesa è un “errore giuridico”.
Nel documento si raccomanda al dipartimento di Giustizia di emanare linee guida per promuovere una nuova interpretazione del rapporto tra religione e governo. E si esortano i gruppi di ispirazione religiosa che collaborano con il governo a non conformarsi alle leggi sui diritti civili o a qualsiasi disposizione in contrasto con le loro convinzioni.
Una sorta di chiamata alle armi contro la laicità. Non solo, la commissione chiede che le scuole pubbliche consentano l’esposizione di simboli religiosi, come avviene in Texas con i Dieci Comandamenti nelle scuole pubbliche. Il documento chiede infine l’abrogazione del cosiddetto ‘Johnson Amendment’, la norma che vieta agli enti no-profit di esprimere sostegno a candidati o partiti politici.
Insomma un cambiamento radicale rispetto ai principi della Costituzione americana che, nel primo emendamento, garantisce la separazione tra Stato e Chiesa. Un pilastro della democrazia a stelle e strisce, stabilito dai padri fondatori che volevano proteggere le istituzioni statali dalle ingerenze religiose e, allo stesso tempo, tutelare la libertà e l’autonomia delle diverse confessioni.
La mossa della commissione non arriva a caso. Il suo presidente infatti è il vicegovernatore del Texas Dan Patrick, il cui stato nelle stesse ore ha approvato un nuovo elenco di letture obbligatorie per la scuola pubblica che include passaggi della Bibbia. A partire dal 2030, infatti, il Libro di Giona e quello dei Salmi saranno studiati alle medie, mentre il Libro delle Lamentazioni e la Genesi alle superiori. Ma anche gli alunni delle elementari dovranno leggere passi dell’Antico Testamento.
Dalla sua elezione, l’amministrazione Trump ha mostrato in più occasioni di voler abbattere i tradizionali confini tra governo e pratica religiosa, in America già piuttosto laschi. Lo stesso presidente, che notoriamente non è esattamente un uomo di chiesa, ha insistito ripetutamente di sentirsi investito della missione di proteggere i cristiani del mondo. Il suo ministro della guerra, Pete Hegseth, si è paragonato ai crociati in più occasioni.
Si tratta comunque di una spinta religiosa piuttosto eterodiretta. Trump ha ripetutamente insultato Papa Leone XIV dopo le critiche di quest’ultimo alla sua condotta guerrafondaia, definendolo un debole alleato dei nemici dell’America. Un caso che ha provocato anche un incidente diplomatico con l’Italia.
Quanto alla Commissione per la libertà religiosa stessa e alla missione di proteggere i cristiani nel mondo, va segnalata la rimozione – nel febbraio scorso – di Carrie Prejean Boller. Ex reginetta di bellezza scelta per l’incarico per via della vicinanza al mondo mediatico di Trump, poco dopo la sua nomina Boller ha sperimentato una conversione religiosa che l’ha spinta ad aderire al cattolicesimo e a prendere sul serio l’incarico ricevuto.
All’inizio del 2026 ha quindi iniziato a presentare mozioni affinché, nell’indagare sulle condizioni di vita e – spesso – di morte dei molti cristiani perseguitato nel mondo, si aprisse un’inchiesta anche sullo status dei cristiani palestinesi. I cristiani in Terrasanta sono infatti quasi esclusivamente di origine palestinese e i loro villaggi sono stati ripetutamente presi di mira e bruciati nei mesi scorsi dai coloni israeliani, intenzionati a sottrargli la terra con l’avvallo tacito del governo israeliano di Benjamin Netanyahu.
Peccato che l’amministrazione non la pensasse allo stesso modo. Dopo essere stata accusata di essere “un’agente anti-semita” e anti-israeliana, Boller è stata rimossa dall’incarico. Segno che evidentemente, anche nella grande crociata trumpista per re-imporre la presenza del cristianesimo nella sfera pubblica americana, ci sono cristiani e “cristiani”.























