Cinque Primi ministri in dieci anni, un’alternanza continua a Downing Street tra promesse mancate, crisi interne e leadership fragili: il caso Starmer si inserisce in una traiettoria politica che sembra non trovare uscita
È una lista che continua ad allungarsi quella dei Primi ministri britannici costretti a lasciare il numero 10 in disgrazia nell’ultimo decennio. Dopo Theresa May, Boris Johnson, Liz Truss e Rishi Sunak ora anche Sir Keir Starmer si unisce allo stillicidio di fallimentari premier successivi all’epoca di David Cameron. Cinque in dieci anni, in quella che viene considerata dai sudditi di Sua Maestà come una tragica alternanza di personalità incompetenti. Troppo deboli per governare, troppo fragili per imprimere un cambiamento decisivo a un Paese alle prese con sfide sempre più gravi.
Starmer ha lasciato ieri Downing Street da sconfitto, quasi in lacrime mentre gettava la spugna per sottrarsi alla gogna che già gli stavano approntando a Westminster i suoi colleghi di partito. Un’immagine impensabile solo due anni fa, quando il premier si mise al timone del Regno Unito dopo un successo elettorale a tratti sconvolgente. Ma due anni di tentennamenti, indecisione e mancanza di tatto politico hanno distrutto tutto il sostegno che Starmer poteva vantare, lasciandolo isolato e ormai senza più uno straccio di favore popolare. La sua, in tal senso, è forse la storia più sconfortante tra quelle già non proprio edificanti degli ultimi Primi ministri britannici.
Le colpe di Sir Keir
Persone come Johnson, e in misura minore forse anche May, possono almeno giustificare in parte il proprio fallimento adducendo condizioni esterne imprevedibili. Starmer, invece, deve il suo crollo in gran parte solo a sé stesso e alla sua completa incapacità di tenere saldamente le redini del Labour e del governo. Il caso del continuo scontro tra il Tesoro e la Difesa, divisi sull’annosa questione del bilancio delle Forze Armate che il secondo voleva potenziare e il primo tenere basso, è un esempio lampante di quanto Sir Keir non sia stato in grado di tenere ordinata neanche casa propria. La sconfitta alle elezioni locali di maggio, che hanno visto una debacle totale del partito laburista, ha poi messo una pietra tombale sulle ambizioni di Starmer di rimanere a Downing Street.
La perdita di centinaia di consiglieri comunali e l’avanzata delle opposizioni hanno convinto molti deputati laburisti che Starmer fosse ormai diventato un peso elettorale anziché una risorsa. L’elezione alla Camera dei Comuni di Andy Burnham dopo le elezioni suppletive di Makerfield è stata poi l’ultima goccia, lo scossone finale che ha fatto crollare il premierato di Starmer. Burnham non si è infatti limitato a entrare a Westminster. La sua elezione ha fornito ai critici di Starmer un punto di raccolta e una possibile alternativa di leadership. E per questo da quel momento il conto alla rovescia per il premier è diventato inevitabile. Un conto alla rovescia scaduto ieri per quello che forse era solo il politico sbagliato al momento sbagliato. Un cavallo da tiro costretto a sfilare ad Ascot.
Burnham punta al numero 10
Il prossimo a dormire nella sempre più scomoda Downing Street sarà dunque molto probabilmente Burnham, ormai in prima fila per guidare il Labour, forse persino senza il bisogno di primarie. Il sindaco di Manchester che, come magistralmente scritto da Ian Leslie sullo Spectator, vuole essere «il sindaco della Gran Bretagna». Un politico di professione, molto carismatico e amato nel nord, che manca però, secondo i critici, delle capacità per governare. Come segnalato dall’impietosa stampa britannica, infatti, aver risolto i problemi del trasporto interno di una città, seppur grande e complessa come Manchester, non è una garanzia del fatto che Burnham sarà effettivamente in grado di gestire il caos che sta investendo il Regno Unito. Essere sindaci ed essere Primi ministri, in fin dei conti, sono due cose ben diverse. E all’elettorato britannico, in questo momento, serve ben altro che autobus puntuali.
Burnham potrebbe incappare nelle stesse difficoltà affrontate dal suo predecessore. In particolare, il “Re del Nord” dovrà tentare di tenere assieme un partito sempre più litigioso mentre tenta di non far naufragare un Paese che naviga in brutte acque tanto sul piano economico quanto su quello sociale. E tutto questo avvertendo con sempre maggiore intensità il peso di un Nigel Farage che incombe sul 10 di Downing Street come un presagio nefasto. Migliori premier hanno fallito in condizioni ben più favorevoli di quelle che si troverà davanti Burnham prendendo il posto di Starmer.
La mancanza di visione
A determinare la caduta di Starmer è stata, in larga misura, la percepita mancanza di convinzione e di visione del premier. Il Primo ministro uscente ha difeso, nel discorso con cui ha annunciato le dimissioni, «quello che è stato ottenuto in questi ultimi due anni» ma guardando indietro i britannici possono vedere ben pochi risultati concreti. Le continue inversioni di rotta in campo economico, come quella sul taglio dei sussidi per il riscaldamento invernale destinati ai pensionati o quelle legate alle riforme del welfare e del sussidio di indipendenza personale, consolidano infatti l’idea di un esecutivo senza un piano e senza coerenza.
Guidato da un leader incapace di tracciare una rotta e per di più travolto dagli scandali, come il caso Mandelson, e da un caro vita galoppante. Burnham, in tal senso, non sembra avere una marcia in più su nessun fronte, tantomeno su quello della visione strategica. La tentazione, in questo senso, potrebbe essere quella di cercare una rapida legittimazione popolare.
Elezioni anticipate: una trappola per il Labour
La fama momentanea di cui gode “il sindaco” potrebbe infatti spingerlo a fare passi azzardati per consolidare la sua tenuta e mostrarsi sicuro. Uno di questi gesti sconsiderati potrebbe essere quello di andare a elezioni anticipate, come suggeriva ieri il Telegraph e invoca, non a caso, il rivale Farage. Un errore già fatto in passato dai conservatori e pagato a caro prezzo da Theresa May. A ben vedere, in effetti, c’è qualche nota positiva che può ancora essere segnalata per quanto riguarda la situazione a Londra.
Per lo meno sembra infatti che i laburisti siano finalmente riusciti a imparare qualcosa dai propri rivali conservatori. In particolare come si fa nel giro di pochi anni a gettare completamente al vento un enorme vantaggio elettorale per impelagarsi in inutili e controproducenti lotte intestine. Che i due tradizionali partiti britannici siano finalmente riusciti a trovare un terreno di contatto comune? Del resto, come si suol dire, mal comune mezzo gaudio.
Quanto successo a Starmer, in fin dei conti, non è altro che la copia carbone di quanto successo ai suoi predecessori. Dal 2016, nessun Primo ministro è riuscito a convincere il Regno Unito mostrandosi sicuro e in pieno controllo della situazione. Nessun inquilino di Downing Street ha mantenuto il sostegno del complicato pubblico britannico a lungo, figurarsi guadagnarsi il rispetto di un Paese molto esigente con i propri leader. Tutti loro sono stati, per fare un paragone culinario, come una “jacket potato” senza fagioli stufati né burro: insipida, insapore e dal discutibile valore nutrizionale. E Burnham non sembra propriamente un piatto molto più invitante.
Londra senza un timoniere
Se le cose dovessero andare come prevedono ormai tutti i politologi di Sua Maestà, dunque, tra qualche mese ci troveremo nella stessa situazione in cui siamo oggi: con un Primo ministro quasi in lacrime che annuncia la sua caduta mentre un altro, probabilmente ancor più traballante, si prepara a prendere il suo posto. In un’alternanza d’incapacità e inettitudine politica che continuerà a far rabbrividire qualunque osservatore attento nel Regno. E che continuerà a spaventare gli alleati di Londra, poco abituati ad aver a che fare con una Gran Bretagna costretta a navigare a vista agli ordini di ammiragli poco avvezzi al mare.
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Ma, almeno per il momento, di un Horatio Nelson non c’è neanche l’ombra in terra d’Inghilterra e chi spera che il salvatore potrà arrivare dagli agitati lidi dei partiti extra sistema s’inganna consapevolmente. Se Starmer è stato un cavallo da tiro e Burnham si rivelerà probabilmente solo un piccolo pony, infatti, con un Farage al comando rischieremmo di veder correre goffamente un asino sui verdi prati di Ascot.































