Il professor Federico Fabbrini commenta con l’Altravoce la Brexit a dieci anni di distanza, i problemi del partito Labour e le dimissioni di Starmer
Ieri le dimissioni di Keir Starmer da Primo ministro del Regno Unito. Oggi i dieci anni dal referendum sulla Brexit. I due eventi sono strettamente collegati nel caos che vive la politica britannica. «Dopo dieci anni il danno della Brexit è diventato evidente a tutti. Certo, nel frattempo sono intervenuti fattori aggiuntivi come la pandemia e l’attacco della Russia all’Ucraina, ma tutti i dati sono inequivocabili nel mostrare che, dopo la Brexit, il Regno Unito è più povero, la crescita economica è più bassa, l’inflazione è più alta, gli investimenti diretti esteri si sono ridotti e l’immigrazione è aumentata comunque».
Federico Fabbrini, professore ordinario di diritto europeo alla Dublin City University dove è anche Direttore fondatore del Brexit Institute, spiega con chiarezza la crisi a Downing Street. E ricorda ironicamente: «Michael Gove, allora Lord Cancelliere e Segretario di Stato per la Giustizia del governo Cameron, nel 2016 disse: “Ci siamo stufati degli esperti, non vogliamo saperne più, votiamo sulla base della ‘pancia’”. Invece è accaduto esattamente ciò che gli esperti avevano correttamente previsto».
L’ultimo sondaggio dell’European Council on Foreign Relation mostra che i cittadini britannici di ogni schieramento politico – compresi i sostenitori di Nigel Farage – oggi ritengono che la decisione di lasciare l’Ue abbia avuto un impatto negativo sull’economia del loro paese.
«Conferma un trend che conosciamo da tre anni. Nel Regno Unito si parla ormai di “Bregret”: “regret” sta per senso di colpa e ripensamento. Almeno il 55% dei britannici sarebbe a favore del rientro in Europa. La Brexit ha lasciato una ferita profondissima nel Regno Unito perché ha spaccato tutti i partiti politici. Ma il riavvicinamento inglese alla Ue è complicato: le dimissioni di Starmer ne sono la prova».
Ciò dimostra che le ricette populiste non funzionano?
«Brexit è interessante perché ha anticipato l’ondata di populismo che ha raggiunto l’apice con la prima elezione di Donald Trump e l’ascesa di vari partiti populisti in giro per l’Europa. Ma è fallita proprio per l’ascesa del populismo internazionale. L’idea di rifare la Global Britain, un piccolo impero 2.0 che poteva al massimo assomigliare ai pirati del ’600, è collassata proprio con il successo di Trump: poteva funzionare solo in un ordine internazionale basato su regole e consenso, ma con l’attuale presidente americano il sistema internazionale è in crisi totale.
Così l’UK resta un piccolo paese con poche risorse: da solo può fare quasi niente sullo scacchiere internazionale. Il tentativo di Starmer di riavvicinarsi all’Europa mostra l’assurdità delle scelte populiste e nazionali: se sei piccolo non puoi essere potente, puoi contare solo a livello di blocco».
La Brexit ha sconvolto anche gli schieramenti politici…
«Sì, ha anticipato nuove linee di frattura a livello globale. Non più destra sinistra, ma ceti urbani contro ceti rurali, distretti industrializzati contro quelli deindustrializzati. Lo stesso Trump ha conquistato gli ex elettori democratici della Rust Belt. E Salvini ha preso i voti della classe operaia del nord.
Non sorprende che la conseguenza sia stata l’instabilità politica, con cinque primi ministri che si sono dimessi tra il 2016 e il 2024: David Cameron, Theresa May, Boris Johnson, Elizabeth Truss e Rishi Sunak. Sono dinamiche estranee alla stabilità tipica inglese. Sia conservatori che laburisti faticano ad avere un baricentro. Così si spiegano anche le dimissioni di Starmer».
L’instabilità mette in crisi pure il tradizionalmente saldo sistema politico britannico?
«I partiti sono in crisi ma con il sistema elettorale inglese, basato su maggioritario secco e turno unico, è molto più difficile per i partiti emergenti sfondare. Gli stessi laburisti hanno una maggioranza bulgara perché la frammentazione dell’elettorato di destra li ha fatti vincere.
Tuttavia oggi Reform, il partito di Farage, pone una minaccia da destra sul partito conservatore e potrebbe fare un takeover come fece Trump con i repubblicani. A sinistra non ci sono minacce così forti perché i LibDem sono forti solo nelle aree urbane. Tuttavia la crescita dei partiti nazionalisti locali in Galles, Scozia e Irlanda del Nord può diventare un problema per il Labour».
Ancora oggi la Brexit mostra che la nuova frattura politica è quella tra europeisti e sovranisti?
«Sì, è così. Anche in Francia la divisione è apparsa in modo chiarissimo, lì però è stato il presidente della Repubblica Macron a farla emergere. Se mancherà chiarezza sulla polarizzazione politica, il Regno Unito continuerà ad attraversare questa instabilità: un processo di “italianizzazione” con il cambio del primo ministro ogni due anni».
Starmer è caduto per questo?
«Nel suo caso contano anche dei fattori contingenti: una leadership debole che ha fatto errori importanti (come la nomina di Peter Mandelson come ambasciatore negli Usa), un’immagine di leader indeciso che non sa fare scelte coraggiose. Ma il problema strutturale è fondamentale: Starmer è stato troppo prudente perché è capo di un partito che ha anime e preferenze molto diversificate.
Appena rieletto, avrebbe dovuto rinegoziare subito l’adesione al mercato interno, ma non lo ha fatto perché parte del suo successo elettorale è dovuto al “Red Wall”, il Muro Rosso delle aree fortemente deindustrializzate di tradizione laburista che hanno votato in massa a favore della Brexit».
Cambierà qualcosa con Andy Burnham, ex sindaco della Grande Manchester dal 2017 al 2026 e neoeletto parlamentare alla Camera dei Comuni per il Collegio di Makerfield?
«Burnham si troverà nella stessa situazione: viene dal nord ed è europeista, ma se il partito laburista non si riavvicina c’è il rischio di non riagganciare la crescita economica».
Starmer aveva battuto Corbyn, ma la frattura interna al Labour resta profonda. È proprio vero, come in altri paesi europei (Italia compresa), che massimalisti sovranisti e riformisti europeisti hanno posizioni inconciliabili?
«La frattura dentro i laburisti è la prima causa di instabilità nel paese e nel governo. La soluzione è smantellare i danni di Brexit e tornare in Europa: il Regno Unito ne trarrebbe benefici economici enormi. Ma ciò vale anche per la difesa, visto che la Nato di fatto non c’è più.
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Ma serve il coraggio politico di andare contro parte del proprio elettorato pro-Brexit: il pentimento è di alcuni ma non di tutti. Starmer cade per la mancanza di questo coraggio. Vincere con una narrativa anti-conservatori era stato facile, ma non puoi aumentare lo stato sociale perché non c’è crescita».
Qualche settimana fa anche Blair si è rifatto vivo con un paper sul Labour come “centro radicale” che, mi pare, non abbia avuto un grande seguito nel paese.
«Nel Regno Unito Blair è diventato una figura tossica perché associato agli errori della guerra in Iraq che nessuno gli ha mai perdonato. Anche la vicinanza di Starmer a Blair – che ha suggerito la nomina di Mandelson – non ha aiutato il Primo ministro. Ma la questione strutturale resta: il Labour oggi non è più la Terza Via di Blair bensì un cartello elettorale senza una prospettiva chiara.
E la sensazione è che questa ambiguità resterà. Come nel partito conservatore, tra i laburisti ci sono fratture non facilmente risolvibili. Per questo vedo ancora in futuro un periodo di instabilità».































