Storico, saggista e studioso della cultura popolare, Carlo Ginzburg è morto a 87 anni. Con libri come I benandanti e Il formaggio e i vermi ha rivoluzionato il modo di raccontare la storia delle persone comuni
Di Carlo Ginzburg, morto a Bologna a ottantasette anni, si dirà soprattutto una cosa: che fu il padre della microstoria, l’uomo che diede voce ai vinti. Vero, ma insufficiente. Perché trasforma in etichetta affettuosa – gli ultimi, gli umili – un pensiero che era invece affilato, e che almeno in un’occasione ha puntato la propria lama contro un tribunale dello Stato italiano.
Il padre della microstoria
Era nato a Torino nel 1939, figlio di Leone Ginzburg, intellettuale antifascista ebreo morto a causa delle torture subite dai nazifascisti a Regina Coeli nel 1944, e della scrittrice Natalia Ginzburg. Formato alla Normale di Pisa, aveva insegnato a Bologna, poi a Yale e in California. Tradotto in più di venti lingue, è stato lo storico italiano più letto all’estero: premio Balzan nel 2010, diciannove volte dottore honoris causa. Non è un dettaglio biografico: la persecuzione che da studioso avrebbe combattuto era prima di tutto quella che lo privò del padre.
Il dettaglio come grimaldello
La microstoria, intanto, non era compassione. Era un metodo. Studiare il mugnaio friulano Menocchio, finito sul rogo dall’Inquisizione, non serviva a commuoversi sul piccolo schiacciato dalla Storia: serviva a usare il caso singolo, l’anomalia, l’eccezione, come una crepa attraverso cui guardare dentro le strutture. Il dettaglio marginale come grimaldello. È l’esatto contrario della retorica degli “invisibili” che oggi gli viene cucita addosso.
Le ipotesi e le polemiche
Né fu uno studioso prudente. In Storia notturna (1989) ipotizzò che dietro il sabba delle streghe e i benandanti friulani si celasse un sostrato di antichissimi culti sciamanici eurasiatici: tesi vastissima e fragile nei nessi, che gli costò critiche durissime anche da chi lo ammirava. A volte l’ipotesi correva più veloce delle prove – proprio lui, il teorico della prova. Ma era la stessa spregiudicatezza che gli faceva vedere ciò che gli archivi nascondono dietro le risposte già date.
Il paradigma degli indizi
Nel 1979 aveva messo nero su bianco la teoria del suo metodo, in un saggio che andrebbe riletto da chiunque faccia inchiesta: Spie. Radici di un paradigma indiziario. L’idea è che esista una forma di sapere antichissima, quella del cacciatore che ricostruisce la preda dalle tracce. Lo stesso sapere del medico che legge i sintomi, del conoscitore d’arte che attribuisce un quadro da un dettaglio, di Sherlock Holmes e di Freud. Una conoscenza che non procede per grandi leggi ma per indizi, e ricostruisce ciò che non si può osservare direttamente. È, parola per parola, l’epistemologia di ogni vera indagine: giudiziaria, giornalistica, storica. Proprio qui sta il passaggio che i coccodrilli sulla sua opera tendono ad aggirare.
Quando sfidò la magistratura
Nel 1991, con Il giudice e lo storico, Ginzburg voltò quel metodo contro la magistratura. Adriano Sofri era stato condannato per il delitto Calabresi sulla base della chiamata in correità di un pentito, Leonardo Marino. Ginzburg non scrisse un’arringa: smontò le carte processuali con gli strumenti del filologo. Secondo lui i ricordi di Marino si erano levigati di interrogatorio in interrogatorio fino a combaciare con la tesi dell’accusa, e una testimonianza fragile e contraddittoria era così diventata “prova”. Distinse il mestiere del giudice da quello dello storico – il primo deve decidere, condannare o assolvere; il secondo può sospendere il giudizio, complicare – ma mostrò quanto pericolosamente i due si sovrappongano quando un tribunale tratta una confessione come un fatto. Non vinse: il processo non fu rifatto, Sofri scontò la pena.
Ma pose una domanda che resta più viva che mai dove la giustizia si regge sui collaboratori e sugli indizi: che cosa, esattamente, trasforma un racconto in prova? È una domanda tecnica, e insieme politica.
La prova contro il relativismo
Coerente con tutto questo fu la sua battaglia contro il relativismo storiografico di moda negli anni Novanta, quello che riduceva la storia a pura narrazione, una versione che vale l’altra. Era la risposta a chi, come Hayden White, nei documenti vedeva ormai solo figure retoriche.
Ginzburg replicò che la prova esiste, che la verità è ricostruibile, e che dirlo non è ingenuità positivista ma presidio etico: senza prova non si può smentire chi nega Auschwitz. Per il figlio di quella storia, non era un punto astratto.
Resta questo: non il cantore degli umili, ma lo studioso che ha insegnato a leggere le tracce e a diffidare delle confessioni. Un lascito scomodo, che parla a chi oggi deve ancora distinguere un fatto da un verdetto, e una prova da una confessione di comodo.
































