Secondo Pejman Abdolmohammadi la lettura europea del conflitto è viziata da schemi superati, visto che Trump non punta a distruggere l’Iran ma a logorare dall’interno il regime
«Gli Usa non hanno interesse a tenere in vita la Repubblica Islamica, vogliono l’accordo per logorare ciò che resta del regime. Siamo alla resa dei conti: le fazioni della repubblica islamica si accusano tra di loro e resiste solo l’ultima ala rigida del regime. Per adesso l’unica cosa seria è la riapertura dello Stretto di Hormuz al commercio e la fine dell’assedio degli Usa». Pejman Abdolmohammadi, docente di relazioni internazionali del Medio Oriente all’Università di Trento, visiting professor a Berkeley e autore di “Il nuovo Medio Oriente: potere, diplomazia e realismo (edizioni Amazon), parla del conflitto in Iran senza cedere ai luoghi comuni.
La lettura dei media italiani ed europei è univoca: Trump ha fatto un guaio rafforzando l’Iran.
«Lettura semplicistica. I paesi europei non toccano palla: oggi si scomodano per aprire sulle sanzioni, ma finora hanno chiuso gli occhi sul regime. Il mainstream dei media europei – “Trump non capisce niente, ha sbagliato tutto, deve pagare un prezzo” – non considera alcuni fattori».
Quali?
«Primo: la forza militare della Repubblica Islamica è stata smantellata e resta solo una parte residuale del potere. Secondo: il paese non è stato colpito a fondo grazie al sostegno della Cina e perché Pakistan, Turchia, Arabia Saudita sono alleate per salvarlo. E i paesi europei sono complici per interessi economici e miopia della classe dirigente».
Che cos’altro sfugge all’analisi degli europei?
«Gli Usa non vogliono fare quello che ha fatto Bush con l’Iraq. Trump adotta una mossa lunga e logorante per tutti: iraniani, americani e israeliani. Crea confusione negli avversari cinesi, europei, arabi e turchi. È una strategia non lineare, ma vuole che il paziente esca vivo dalla camera operatoria. Gli Usa vogliono che l’Iran diventi un alleato come all’epoca dello Scià di Persia. La partita non è facile, ma l’amministrazione Trump, insieme con Israele, promuove un modello diverso».
Che modello sarà?
«Il nuovo Iran democratico sarà alleato di Israele e dell’India. È chiaro che ciò confligge con gli interessi di Cina, Pakistan, Arabia Saudita e Turchia. Ma gli stati europei sembrano schierati più dalla parte della Cina che dell’India. Sono completamente fuori registro».
Trump ha ragione quando dice che gli europei non hanno aiutato?
«Sì, non hanno fatto nulla per aiutare il nuovo Medio Oriente. Sembra che i nostri ministri degli esteri siano i difensori di Hezbollah. Schierati a difesa del regime iraniano non hanno fatto nulla per la popolazione. La Spagna ha talmente difeso il regime che gli Ayatollah hanno fatto passare le navi spagnole da Hormuz. Gli europei pensano ancora di recuperare il vecchio ordine per flirtare e fare affari con Teheran, ma non si torna più indietro. O si avrà l’ordine nuovo del Medio Oriente, con la via del cotone che va dall’India al Mediterraneo oppure l’Iran diventerà come la Corea del Nord con la diffusione dei proxy e del terrorismo in Europa. Non c’è una via di mezzo».
Per molti la conduzione di Trump è stata fallimentare.
«Fino ad oggi i proxy militari sono stati colpiti duramente: Israele sta distruggendo Hezbollah. L’uranio arricchito è inserito nell’accordo e se ne riparlerà tra due mesi. Trump compra tempo per superare il mondiale di calcio e la ricorrenza del 4 luglio e andare con più agio al midterm. Nel frattempo Israele avrà le mani libere per attaccare il Libano. Gli Usa fanno il poliziotto buono e Israele fa il poliziotto cattivo».
Gli Usa hanno combattuto con le mani legate per timore dell’opinione pubblica?
«Non solo. La strategia è cambiata. Gli Usa non vogliono fare più come ai tempi di Bush e Clinton, ma cercano accordi come nel modello Venezuela. Per Cuba sarà lo stesso. Anche in Iran l’obiettivo è che le oligarchie si dividano all’interno. A quel punto avremo la svolta e l’Iran rimarrebbe vivo. È un’operazione che richiede più tempo, mentre gli analisti non aspettano. C’è un’ansia dei media di arrivare alla pace, ma la partita è totalmente diversa: nel 2016 Obama fece un accordo per inserire l’Iran nel nuovo ordine mondiale, oggi Trump fa l’accordo per far fuori la Repubblica Islamica».
Gli europei che ruolo possono giocare?
«C’è un problema di consenso elettorale in tutti i paesi europei anche per il rischio di aumenti dei prezzi del carburante. Ma l’opinione pubblica europea non ha ancora compreso che il mondo è tutto collegato. Se questa crisi non si risolve con la costruzione di un nuovo ordine avremo una valanga di instabilità sociale e politica e terrorismo in Europa. C’è un gravissimo problema di stabilità e sicurezza».
Anche per questo i paesi del Golfo cercano di fare accordi economici per sostenere l’Iran?
«Le monarchie arabe sono state colpite più volte e non si fidano più della Repubblica Islamica. Ora cercano di proteggersi. Ma non può funzionare: quando sarà di nuovo in pericolo il regime userà e colpirà di nuovo i paesi del Golfo come arma di ricatto».
E la società iraniana? Come vive questa fase?
«La società iraniana è profondamente ferita, ma resiste. L’approccio verso il regime non è cambiato. Dopo il trauma dei 40 mila uccisi e le impiccagioni in corso non rimarrà silente. La partita continua. Per gli iraniani l’unica speranza sono ancora Usa e Israele. Una parte di loro si sente tradito dall’occidente. Già si sentono traditi dall’Europa, adesso temono che l’accordo sia un tradimento. Ma non credo che lo sia. Molti iraniani intanto dicono: “Meno male che c’è ancora Israele”. Ma questo non piace a molti europei».
Siamo al paradosso…
«Almeno il 60% della popolazione iraniana sta dalla parte di Israele: una cosa che prima non succedeva. Ai mondiali la Fifa, con un atteggiamento favorevole al regime, ha vietato ai tifosi dell’Iran di presentarsi allo stadio con la bandiera pre-rivoluzionaria dell’Iran con il Leone e il Sole simbolo della Persia.
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Così molti tifosi hanno deciso di esibire negli stadi la bandiera di Israele che non è vietata. C’è un asse inedito tra questi due popoli che vedono nell’Islam radicale un nemico comune. Una cosa che lascia di stucco gli europei».































