L’egemonia culturale è un’ossessione per la destra di governo: nel suo ultimo libro, Andrea Minuz spiega perché è il caso di liberarsene
Poi la smettiamo di parlare di egemonia culturale, promesso. La smettiamo anzitutto perché sembra che Gramsci non abbia fatto altro che discettarne per tutta la vita, mentre sappiamo bene che ne parla una sola volta in tutti i Quaderni del carcere, per quanto fosse senz’altro interessato, te la altre cose, a come un Partito Comunista al potere potesse raggiungere il più ampio consenso demonizzando l’avversario, perché è anche di questo che parliamo quando parliamo di egemonia culturale.
Gramsci, dal canto suo, ne parlava come dell’interiorizzazione da parte di alcuni gruppi di persone di punti di vista imposti da un singolo gruppo, la borghesia, “attraverso pratiche quotidiane e credenze condivise”, il tutto affinché si creino “i presupposti per un complesso sistema di controllo”. Quindi, indicava il bisogno di un suo rovesciamento, la necessità di conferire a questo processo una direzione culturale per rendere pienamente operativa la rivoluzione comunista. Insomma, non esattamente qualcosa attorno a cui dovrebbe ruotare una proposta politica vagamente liberale.
Il libro di Minuz
La seconda ragione per cui non vogliamo più parlare di egemonia culturale è che tutto quello che di intelligente e vero poteva esserci da scrivere sul tema lo ha scritto Andrea Minuz in Egemonia senza cultura, uscito da poco più di due mesi per Silvio Berlusconi editore (e su come la cosa più vicina a un’egemonia culturale di destra in età repubblicana l’abbia costruita uno come il Cav, che nel suo ventennio una politica culturale non l’ha mai davvero messa a tema, è una faccenda su cui chi continua a parlare di egemonia dovrebbe quanto meno interrogarsi).
Il punto di partenza di Minuz è che l’Italia è tra i paesi europei in cui si legge meno (secondo Eurostat peggio di noi solo Montenegro, Serbia, Cipro e Romania). Non leggiamo, però guai a mettere le mani sulla cultura. Beatrice Venezi alla Fenice? Vade retro. I promessi sposi a diciassette invece che a quindici anni? Orrore. L’ultima polemica, la più indicativa: nessuna menzione di Marx nelle indicazioni nazionali per i Licei? Vergogna.
L’ossessione dell’egemonia
Certo, il governo ci ha messo del suo e, come ha scritto Fabrizio Coscia su questo giornale, ha replicato tic e vizi della sinistra cambiandoli semplicemente di segno: insomma, Meloni e Giuli hanno piazzato Buttafuoco alla Biennale secondo i criteri e la logica con cui Schlein ci avrebbe messo Montanari. Potremmo dire, citando il Nostro, che nel modo in cui sinistra e destra fanno politica culturale c’è una sorta di “continuità del male”.
Da sempre per la sinistra intellettuale la destra minaccia la cultura, a cui viene riconosciuta una funzione mistica e salvifica. Minuz ricorda i corsi di poesia collettiva proposti da Eugenio Scalfari per contrastare l’avvento del Grande Fratello in tv, o lo sprazzo di luce che ha illuminato di speranza Michele Serra quando durante un servizio televisivo ha intravisto la copertina pastellata di un Adelphi nella casa di un boss mafioso. Come a dire: la redenzione passa solo dai libri, noi di sinistra siamo custodi della cultura libresca e quindi siamo il tramite della redenzione. Questa narrazione è ancora in voga per quanto, come ricordato, sempre su questo giornale, da Percival Bartlebooth, la sinistra produca oggi ancora meno idee e ancor meno originali della destra.
Il modello Berlusconi
E qui arriviamo all’Editore del libro che sto recensendo. Perché è facile obiettare che Berlusconi non avesse nessun bisogno di fare politica culturale nei suoi complessivi 3339 giorni di governo, visto che poteva tranquillamente travisare le menti degli italiani dal comodo trono del suo impero mediatico. Bene. Minuz ricorda il panico che si creò tra gli intellettuali quando Mondadori acquisì Einaudi. Senonché, non solo non si verificò la paventata apocalissi culturale, non solo le cavallette della censura berlusconiana non stravolsero il catalogo dell’editore torinese, ma Einaudi continuò ad essere quel fortino della cultura di sinistra che era sempre stata. A tre anni dalla morte del Cavaliere, la coalizione che lui inventò nel ’94 e che da quattro anni guida il Paese sembra ignorare la lezione di Berlusconi sulla cultura: il modo migliore per avere una politica culturale efficace è fottersene di instaurare un’egemonia culturale.



























