13 Giugno 2026

Direttore Editoriale: Alessandro Barbano

13 Giu, 2026

Il patto europeo e quei roghi di Belfast

Mentre entra in vigore il nuovo Patto Ue su migrazione e asilo, Belfast brucia dopo un fatto di sangue trasformato in colpa etnica


Mentre entra in vigore il nuovo Patto Ue su migrazione e asilo, Belfast brucia dopo un fatto di sangue trasformato in colpa etnica. È una coincidenza solo apparente, perché su questo confine fragile tra governo della frontiera e pulsione pogromica si gioca una parte decisiva del futuro europeo. Il Patto avviato ieri, dopo due anni di transizione, prova a costruire un sistema comune, basato su frontiere più controllate, procedure più rapide, tracciamento digitale delle domande, rimpatri più efficaci e solidarietà tra Stati membri.


Da una parte, dunque, l’Europa tenta di trasformare l’immigrazione in materia di governo; dall’altra Belfast – che è fuori dall’Unione, ma pienamente dentro l’Europa – la trasforma in rito di persecuzione. Ma se nel cuore dell’Ulster gruppi mascherati danno alle fiamme case e automobili, prendono di mira abitazioni e attività ritenute legate a immigrati, inseguono lavoratori appartenenti a minoranze etniche, seminando paura anche tra famiglie estranee al fatto originario, vuol dire che l’emergenza del linguaggio precede l’emergenza reale. Il paradosso, infatti, è che la retorica dell’invasione esplode proprio dove questa è meno visibile.

Le minoranze etniche


In Irlanda del Nord le minoranze etniche in senso stretto si fermano al 3,4%. A Londra, per usare un altro indicatore della diversità sociale, i residenti nati fuori dal Regno Unito sono il 41%, Questo non significa che le metropoli multiculturali siano prive di conflitti. Significa però che l’odio non è mai il semplice riflesso dei numeri. Nasce quando la paura viene organizzata e la propaganda offre ai cittadini impoveriti un nemico più accessibile dei meccanismi economici che li hanno impoveriti. Così basta un fatto di sangue perché la realtà statistica venga inghiottita dalla realtà emotiva, laddove la propaganda delle destre radicali riesce a trasformare un crimine individuale in colpa collettiva e in conseguente caccia all’uomo. È come se Belfast avesse riattivato le “dark memories” dei Troubles, facendo riaffiorare una vecchia polarizzazione della città divisa intorno a un nuovo bersaglio.

Il bisogno del capro espiatorio


Resta il meccanismo di una comunità che cerca un ordine simbolico attraverso l’esclusione di un corpo estraneo. René Girard avrebbe riconosciuto in questa dinamica l’antico rito del gruppo che cerca di ricompattarsi attraverso una vittima sostitutiva. In questo senso l’immigrato è il capro espiatorio perfetto, poiché serve a spiegare tutto: la paura e il degrado, la crisi abitativa e l’insicurezza urbana, perfino l’umiliazione di classi popolari abbandonate. Del resto le società europee hanno vissuto per trent’anni dentro una doppia ipocrisia.

Hanno avuto bisogno di manodopera straniera, povera, flessibile, ricattabile, sfruttandola nei campi, nei cantieri, nella logistica, nell’assistenza familiare. Hanno accettato che una parte dell’economia si reggesse su una zona grigia, una “infrastruttura para-schiavistica” di massa, come l’ha definita Luca Ricolfi, quasi invisibile, persa com’è tra alloggi indecenti, lavoro intermittente e documenti sospesi. La politica ha lasciato crescere il disordine e poi lo ha consegnato ai professionisti della paura, rinunciando a governare i flussi e a integrare davvero, senza distinguere tra diritto d’asilo, migrazione economica e sfruttamento criminale.

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Il nuovo Patto europeo arriva dentro questa storia lunga. I suoi critici temono una torsione securitaria, con il ricorso alla detenzione, l’indebolimento delle garanzie e una logica di deterrenza incapace di vedere le cause profonde delle migrazioni. Gli stessi Stati membri arrivano all’applicazione con livelli diversi di preparazione e l’efficacia resta incerta. E tuttavia sarebbe irresponsabile liquidarlo come un semplice cedimento alla destra. Dopo trent’anni di retorica e scaricabarile, l’Europa deve trasformare l’immigrazione da oggetto di panico in materia di governo.

Deve sapere chi entra, dove va, con quali diritti e doveri, con quali tempi di risposta. Servono procedure rapide, perché l’attesa infinita è una fabbrica di irregolarità; e anche rimpatri effettivi per chi non ha diritto alla protezione; e protezione vera per chi fugge da guerre e persecuzioni. Serve solidarietà tra Stati, perché lasciare soli i Paesi di frontiera significa preparare nuove crisi e nuovi ricatti. La scommessa è tutta qui: disarmare la propaganda attraverso il governo della realtà.

Il caos e il moralismo


Le destre radicali vivono di caos. Ogni sistema lento e contraddittorio diventa un manifesto per chi predica vendetta. Belfast mostra il passaggio successivo, con le sue lugubri liste di indirizzi, la mobilitazione digitale, le pattuglie improvvisate, le identificazioni etniche e le case incendiate. Questa è la vera emergenza: una politica dell’invasione immaginaria che usa la potenza simbolica dello straniero come spiegazione di tutto.

Ma, a fronte della xenofobia delle destre, è bene sottolineare che nemmeno l’antirazzismo puramente dichiarativo di una parte della sinistra può funzionare, quando si limita a rimuovere i problemi reali dell’integrazione dietro la formula rassicurante dell’accoglienza. Per questo il Patto europeo va giudicato senza illusioni e senza indulgenze. Se riuscirà a unire controllo, protezione, integrazione e responsabilità condivisa, potrà sottrarre terreno alla menzogna. Non basterà a fermare l’odio; potrà però togliere all’odio il disordine reale su cui costruisce il suo ordine fittizio. Dopo trent’anni non si può più giocare con l’immigrazione come con un ordigno elettorale: accenderlo quando serve e spegnerlo quando brucia.

L’immigrazione


Governare l’immigrazione significa, infatti, impedire che lo straniero diventi il deposito simbolico di tutte le frustrazioni sociali. Occorre dire la verità ai cittadini: che i flussi esistono, che vanno regolati e che nessuna società può assorbire tutto senza criteri. E occorre dire la verità anche agli immigrati: che l’Europa non è una terra promessa, ma uno spazio di diritti e doveri, di possibilità e limiti. Non sappiamo come andrà, ma quel che è certo è che tra Bruxelles e Belfast passa oggi una delle linee decisive del nostro tempo.

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