11 Giugno 2026

Direttore Editoriale: Alessandro Barbano

11 Giu, 2026

Quando il bersaglio non è l’inchiesta ma il giornale

Marco Travaglio

L’inchiesta sulla grazia a Nicole Minetti, la richiesta di risarcimento da 250 milioni e il dibattito sul Fatto Quotidiano. Quando la discussione smette di riguardare il lavoro giornalistico e diventa un processo all’esistenza stessa di una testata


Sappiamo bene quali danni possa provocare un cattivo esercizio del giornalismo. Una verifica mancata, una fonte ingannevole, una ricostruzione incompleta. Privacy saccheggiate, reputazioni compromesse, vite esposte al pubblico ludibrio.

Esiste una regola antica: su ciò che non si sa con certezza, si tace. Il desiderio di gettare fango addosso a persone considerate detestabili per errori o colpe del passato non può sostituire le prove.

Per questo è legittimo discutere l’inchiesta del Fatto Quotidiano sulla grazia a Nicole Minetti. Chiedersi se le verifiche fossero sufficienti, se alcuni passaggi fossero fragili, se la ricostruzione meritasse maggiore prudenza. Anche perché stiamo parlando di un giornale che per sua natura pretende dagli altri ciò che deve pretendere anzitutto da sé stesso.

La spedizione punitiva

Ma una cosa è discutere un’inchiesta. Un’altra è organizzare una sorta di spedizione punitiva. Nelle ultime settimane si è assistito a un fenomeno curioso. Alcuni giornali hanno dedicato alla richiesta di risarcimento da 250 milioni di euro avanzata dal gruppo Cipriani contro il Fatto uno spazio quasi superiore a quello riservato all’inchiesta stessa.

Paginate per certificare non soltanto l’errore, ma la presunta indegnità professionale del concorrente.

Si può essere garantisti e non condividere il metodo-Travaglio. Si può criticare il giustizialismo mediatico, la personalizzazione dello scontro, l’avversario trasformato in imputato permanente. Quella forma di giornalismo che troppo spesso sembra procedere in parallelo con le Procure amiche, anticipandone suggestioni e teoremi.

Tutto questo può essere discusso. Ma qui il punto è diverso. Qui si registra un’animosità che va oltre la critica professionale e sfiora il desiderio di vedere chiudere un giornale. Come se una richiesta di risarcimento da 250 milioni di euro fosse diventata l’occasione per una resa dei conti tra giustizialismi di ieri e di oggi.

Le inchieste si smentiscono con i fatti

La storia del giornalismo è piena di inchieste inizialmente contestate, perfino ridicolizzate. Il Watergate fu guardato con scetticismo prima che le prove imponessero un cambio di atteggiamento. I Pentagon Papers furono accusati di mettere a rischio la sicurezza nazionale. L’inchiesta Spotlight del Boston Globe sulla pedofilia nella Chiesa fu osteggiata.

Le differenze con il caso Minetti sono abissali e sarebbe ridicolo metterle sullo stesso piano. Ma il principio resta identico: un’inchiesta si smentisce con i fatti, non con il tifo. Se è lacunosa, lo si dimostri. Ma da quando il fallimento economico di un giornale è diventato una notizia da festeggiare?

Una stampa che perde lettori

La sensazione è che il dibattito sia ormai diventato autoreferenziale. Una guerra di posizione combattuta dentro una stanza sempre più piccola, mentre i lettori escono dalla porta.

E qui emerge il paradosso più grande. La stampa italiana continua a perdere copie. Il ponte scricchiola, i passeggeri litigano e a bordo si combattono guerre personali mentre l’acqua sale.

L’unica arma che resta è la credibilità. Non la simpatia, non l’appartenenza, non il tifo da stadio. La credibilità.

Per questo sorprende la trasformazione di una controversia giudiziaria in una specie di referendum sull’esistenza stessa di una testata concorrente. Nessuno pretende applausi. Nessuno pretende solidarietà automatica. Ma nemmeno si può considerare normale che una richiesta di risarcimento così devastante venga raccontata con l’entusiasmo di chi aspetta il risultato di una finale.

Il paradosso del fuoco amico

Marco Travaglio non è una vittima. Per anni ha dispensato colpi, sarcasmi e sentenze con la generosità di un lanciatore di coltelli. Ha costruito il proprio successo su un giornalismo ruvido, aggressivo, spesso divisivo.

È inevitabile che raccolga una parte delle ostilità seminate lungo il cammino. Ma proprio per questo colpisce il fuoco amico, che tra i suoi detrattori più accaniti vi siano giornali che fino a ieri praticavano metodi non troppo diversi da quelli che oggi denunciano. Garantisti quando la Procura archivia. Indulgenti quando l’indagato è potente. Scopritori della pietas quando il protagonista della vicenda appartiene al giro giusto.

La libertà di stampa vale per tutti

Il Fatto Quotidiano non ha bisogno di essere difeso da nessuno. Saprà difendersi nelle sedi opportune. Ma una domanda resta. Se ogni errore vero o presunto diventa l’occasione per auspicare la chiusura del giornale che lo ha commesso, quale sarà il prossimo bersaglio?

La libertà di stampa non serve a proteggere i giornali che ci piacciono. Quelli sono facili da difendere. Serve soprattutto a garantire l’esistenza di quelli che non sopportiamo. Altrimenti non è libertà di stampa. È una lotteria nella quale ognuno spera che il prossimo numero estratto non sia il proprio.

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