Il sociologo Stefano Allievi commenta le violente proteste anti-immigrati di Belfast e accusa le opposte retoriche sull’immigrazione
Stefano Allievi, sociologo, studia i fenomeni migratori da quasi mezzo secolo. Al tema ha dedicato decine di volumi. In dialogo con l’Altravoce commenta le violenze anti-immigrati di Belfast, scaturite dall’accoltellamento di un cittadino irlandese da parte di un immigrato sudanese.
Professore, quello che è successo a Belfast poteva succedere ovunque o ci sono ragioni sociali per cui è accaduto proprio lì?
«Sono sempre scettico sulle spiegazioni di tipo sociale, pur essendo un sociologo. In questo periodo storico, sarebbe potuto succedere anche altrove in Europa».
In Irlanda del Nord, secondo i dati del New York Times, solo il 3,4 % della popolazione appartiene a minoranze etniche. Cosa ci dice questo dato?
«È la dimostrazione che l’argomento secondo cui la gente è esasperata dalla troppa immigrazione non ha fondamento logico né statistico. Già vent’anni fa si parlava di “soglia di tolleranza”, un valore percentuale oltre al quale è impossibile l’integrazione. Anche questi discorsi non hanno senso, perché quello che conta non è il numero, ma la velocità del processo di immigrazione».

E qual è la vera ragione della violenza?
«È l’odio per gli immigrati. Viviamo in un periodo storico in cui l’immigrato, specialmente l’africano nero, è il nuovo volto del capro espiatorio». (in foto Stefano Allievi)
Il capro espiatorio per Girard è chi raccoglie le colpe di una comunità conferendole identità e unità. Le società, sempre più lacerate, individuano capri espiatori per cercare di recuperare un’identità perduta?
«Prima di questo c’è qualcos’altro. Il capro espiatorio non è mai reale, ma sempre simbolico. La parola stessa deriva dal fatto che alcune tribù semitiche usavano caricare le colpe e le violenze della comunità su un capro che veniva mandato a morire nel deserto. Quel capro non ha fatto nulla, ma aiuta la comunità a scaricarsi delle sue colpe, prima ancora che a ritrovare un’identità».
La politica di destra cavalca le rivendicazioni identitarie, ma molti progressisti non riconoscono il problema. Uno potrebbe dire: le proteste sono scoppiate a Belfast dopo che un immigrato ha accoltellato un uomo.
«Va fatta una premessa: non esiste nessun fenomeno sociale, politico o economico che porta solo vantaggi. Il fenomeno dell’immigrazione va osservato come normalmente affrontiamo questi fenomeni: cercando di massimizzare i vantaggi e minimizzare gli svantaggi. Sono d’accordo che ci sia un problema di retoriche contrapposte da entrambi i fronti politici in molti paesi occidentali. Io preferisco parlare di interesse molto più che di valori e non mi piace l’espressione “il dovere dell’accoglienza”. L’accoglienza non è un dovere. Lo spiego di solito con un esempio».
Prego.
«Se mio figlio piccolo dice di aver paura del buio e gli faccio vedere una statistica che dimostra che di buio non è mai morto nessuno, io ho ragione ma non ho risolto il problema di mio figlio. Se gli dico che è uno stupido, non solo non risolvo il problema ma aumento la distanza comunicativa. Dare del razzista a qualcuno è l’equivalente funzionale di questo. Molto progressismo e molto cattolicesimo, in Italia, si sono fermati a questa condanna morale. La paura del buio, come quella dello straniero, è irrazionale. Per risolvere il problema devo dare ascolto a mio figlio e trovare una soluzione, come quella di lasciare la luce accesa in corridoio per qualche notte. Certo, si tratta di una soluzione apparentemente irrazionale e anche costosa».
Fuor di metafora, le destre e le sinistre cosa fanno?
«Il linguaggio progressista, come dicevo, è colpevolizzante: sei cattivo perché non li vuoi accogliere. Quindi non ascolta. Le destre, al contrario, si limitano all’ascolto, senza far niente per risolvere il problema, anzi peggiorandolo, producendo irregolarità e quindi insicurezza, producendo non integrazione ma disintegrazione».
Un esempio?
«Con i decreti Piantedosi l’insegnamento dell’italiano non è rimborsabile come spesa sostenuta dai centri di accoglienza. Forse non ci rendiamo conto della gravità di questa cosa».
Torniamo alla metafora. Cosa fare per accendere la luce in corridoio?
«Tre cose: regolarizzare i flussi, rivedere la distinzione tra migranti economici e richiedenti asilo e puntare sui sistemi di integrazione».
Partiamo dalla prima.
«Regolarizzare i flussi vuol dire aprire canali regolari, se si vuole anche con elementi di selezione all’origine, ad esempio la conoscenza della lingua. Da quando l’immigrazione è essenzialmente irregolare, e non è sempre stato così, sono aumentati i morti, il livello di istruzione degli immigrati è calato drammaticamente e inoltre sono aumentati i minori stranieri non accompagnati».
Insomma, siamo noi a produrre il tipo di immigrazione che arriva?
«Sì, con le nostre normative. Forse ci converrebbe rivederle».
Veniamo alla distinzione tra richiedenti asilo e migranti economici.
«Su questo c’è una narrazione distorta, perché noi abbiamo estremo bisogno di quei migranti economici che si dice di voler respingere. Le aziende premono per l’immigrazione regolare per evitare la chiusura. Inoltre, abbiamo distorto le normative internazionali sulle richieste d’asilo: obblighiamo i migranti a fare richiesta d’asilo, altrimenti non verrebbe nemmeno presa in considerazione la richiesta».
Terzo punto: quali sono i sistemi di integrazione?
«Sono sempre i soliti: la scuola, la conoscenza della lingua e, per quanto riguarda le seconde generazioni, la cittadinanza”.
Alcuni partiti estremisti hanno come parola d’ordine “remigrazione”.
«Si tratta, appunto, di una parola d’ordine. Come fai a convincere i paesi d’origine a riprendersi i migranti? E poi, che limiti poni? L’Argentina dovrebbe poter remigrare gli italiani? È evidente che c’è dietro un discorso di tipo razziale».
































